Dì qualcosa di enogastronomico. Ma senza essere “banale, presenzialista, edonista, citazionista, voierista, dilettantista, collezionista, modaiolo e rampante”. L’avvertimento proviene dall’VIII Rapporto dell’Osservatorio sul Turismo del Vino curato da Fabio Taiti per il Censis e commissionato dall’Associazione Città del Vino. Ed ha, per chi ha il vezzo di sentirsi sempre un po’ in colpa, una sapore vagamente minaccioso.
Che i turisti in giro per cantine e ristoranti tipici fossero diventati un popolo e non più una tribù l’avevamo capito tutti. Che la gita fuori porta si fosse trasformata in un oculato tragitto di massa alla ricerca di sapori e territori, pure. Quello che non era chiaro a tutti (esclusa, naturalmente, la platea degli operatori di settore, giornalisti, frequentatori di blog specializzati, sociologi, ristoratori e albergatori haut de gamme, comunicatori e uomini del marketing e della pubblicità ) è che questo popolo di turisti enogastronomici rappresenta, in larga misura, una massa di inguaribili bambini mai cresciuti.

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Un’ondata di consumatori del week-end che può essere ormai paragonata, per quantità e qualità del movimento, a quella di turisti del mare, della montagna, dello sci e delle città d’arte ma ancora troppo immersa nel brodo primordiale di questi tempi “mordi e fuggi”, frenetici, superficiali, televisivi, globalizzanti (ma perché, il popolo della montagna prende lo skylift con la Treccani in tasca?)
Si, perché se, come avverte il Rapporto del Censis, sono “20 milioni gli italiani che sostengono di avere svolto una qualche attività turistica connessa al vino ed alla gastronomia di territorio” (di cui 7,5 milioni hanno fatto “almeno 4-5 concrete esperienze implicite e consapevoli di partecipazione ai consumi turistici enogastronici” e “2,6 milioni si autodefiniscono turisti espliciti del vino”) è altrettanto vero che il turismo enogastronomico, pur non potendosi più considerare un turismo “minore e ancillare”,  è esposto al rischio di “banalizzazione” che gli deriva dall’essere influenzato da comportamenti di massa come: “il presenzialismo imposto” dai “comportamenti di tendenza”, “l’edonismo facile indotto da consuetudini sensoriali diseducate”, “il vezzo del citazionismo più orecchiato che esperenziale”, “il voierismo consentito dalle facili navigazioni di rete”. Insomma, si va per cantine o per vigneti spinti dalla moda o dall’ansia di dire “anch’io ci sono stato”, mangiando senza gustare, attirati come gazze dallo scintillio della Rete, E questo, per quanto riguarda il popolo dei neofiti. Pericoli non meno insidiosi corre “la tribù degli enoturisti elitari”, come “il dilettantismo degustativo, il collezionismo delle destinazioni, la ricerca di gusti fusion e di tendenza, l’ansia per il rampantismo di casta, l’aspettativa di promozione da consumi di brand”. Ce n’è abbastanza per far sentire stupido chiunque, dopo la settimana bianca o al suo posto, dopo il Grand Tour estivo in Europa o le puntatine nelle capitali europee, abbia deciso o provato ad arrampicarsi per le pagine di una qualche guida gastronomica, frequentare le ippovie e gli agriturismi biologici, andare per cantine o fare il giro delle sagre della Toscana.

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Ma l’VIII Rapporto sul turismo del vino contiene anche qualche nota positiva. Tanto per cominciare quel 58% di popolazione adulta intervistata che dichiara di voler fare una passeggiata tra i vigneti o le cantine, “una piccola riserva” per il turismo enogastronomico di domani. Altro dato positivo: si tratta di un turismo dotato di un buon ricambio generazionale. Nella fascia d’età compresa tra i 30 e i 44 anni, infatti, il 40% ha realizzato almeno un’attività correlata al turismo del vino” (uno su quattro ne ha effettuate due), cioè ha visitato una cantina (26,2%), o una strada del vino (16,0%), oppure si è lasciato guidare dal vino nella scelta del ristorante durante un viaggio enogastronomico (10,2%), o ha visitato vigneti (24,3%) o musei del vino (10,1%). Altra nota positiva: sta crescendo, tra gli amministratori dei territori a forte vocazione enoturistica (almeno 1500 secondo l’Osservatorio), la consapevolezza e la voglia di valorizzare e promuovere  di più i loro territori. Con strumenti come la comunicazione (scelta dalla maggioranza dei sindaci), la creazione di itinerari (al secondo posto) e la formazione degli addetti (al terzo posto).
Tra le percentuali “neutre”, né buone né cattive in sé, c’ è quella che riguarda la distribuzione socio-economica dell’enoturista. A giudicare dalle percentuali di enoturisti dichiarati, il turista del vino è maschio, ha un’età compresa tra i 45 e il 69 anni, è dirigente o libero professionista o studente e risiede nel nord-est (10,9%). E’ anche grazie a questo dato che il Veneto sale sul podio delle destinazioni preferite dall’enoturista (12,5%) superando l’Umbria (9,25) e la Puglia (7,3%), mentre in testa restano stabili la Toscana (44%) e Piemonte (20%). E le donne? Un po’ dietro all’uomo in termini assoluti (il 65,6% di loro non ha fatto alcuna esperienza enoturistica contro il 58% dei maschi), si ritrovano in pole position come visitatrici di vigneti (25%, poco al di sopra della media del 24,3%). Come a dire, quando amano, amano intensamente.

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