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Roma. Prima diavolo, ora santo? Il Ministro delle politiche agricole Luca Zaia aveva mandato a tappeto schiere di gastrofanatici preoccupati che il panino internazionale potesse ibridare e infine contaminare alcuni alimenti Dop, fiore all’occhiello della produzione agroalimentare italiana. Ora, invece, sale direttamente ai vertici della resistenza dura e pura grazie alla sua richiesta di clausola di salvaguardia per l’Italia contro la diffusione della patata transgenica Amflora. Una presa di posizione molto secca rispetto al via libera del nuovo commissario alla salute John Dalli che in una settimana si è subito fatto conoscere con questa decisione che in Italia non sembra raccogliere molti consensi.
Il ministro è partito al contrattacco oggi in una conferenza stampa al ministero in cui ha chiarito la strategia: “Ribadiamo la nostra ferma contrarietà agli organismi geneticamente modificati. E ci muoveremo in tutte le direzioni a nostra disposizione per far sì che gli Ogm non attentino alla nostra agricoltura identitaria, culla della biodiversità che intendiamo preservare. Per questo avvieremo la procedura per richiedere la clausola di salvaguardia con cui bloccare la commercializzazione e la coltivazione di questi prodotti nei nostri territori. E valuteremo anche l’ipotesi di un referendum per consultare i cittadini: il volere del popolo è sovrano, e a noi risulta che la stragrande maggioranza degli italiani è contraria agli Ogm. Collaboreremo con chiunque vorrà essere al nostro fianco in questa battaglia”.
Il punto che desta maggiori interrogativi sulle reali intenzioni della Basf, che ricordiamo produce la patata Amflora, è l’affermazione di Zaia relativa all’uso industriale della patata Ogm come viene dichiarato nel comunicato dell’azienda chimica. “Non è vero, come vorrebbero farci credere, che questa coltivazione sarà destinata solo ad usi industriali, visto che verrà utilizzata anche per i mangimi animali. Questo significherebbe introdurre nella nostra catena alimentare gli organismi geneticamente modificati. Per dodici anni la Commissione ha continuato a dire no a queste coltivazioni in modo prudenziale; ora, invece, si decide di aprire la strada agli Ogm. È singolare che finora si sia tenuta una determinata linea, per poi abbandonarla improvvisamente.”
Non convince il ministro nemmeno l’asserita migliore redditività del prodotto Ogm e in effetti la necessità per gli agricoltori di comprare ogni anno il seme da piantare dalle multinazionali senza poter dar vita a un semenzaio appare un elemento che potrebbe riscrivere il piano dei costi e dei ricavi degli agricoltori. I dubbi sui possibili effetti a danno della salute rappresentano probabilmente il banco di prova su cui si infrangeranno anche le resistenze di tutti coloro che hanno un atteggiamento indifferente verso la possibile diffusione di un’agricoltura che si presenta molto differente rispetto a quella che conosciamo. Con una filiera il cui bandolo della matassa potrebbe essere nelle mani di pochi.

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