Fareste la pasta con la Perrier? Effetto gassoso a parte, in futuro deliziarsi con il primo piatto nazionale potrebbe richiedere un investimento supplementare: l’acqua. Non quella con le bollicine, imbottigliata alla fonte e valorizzata da un marchio commerciale, ma quella che esce dal rubinetto di casa. Da sempre l’abbiamo considerata un diritto acquisito, pagato a costi irrisori. Quasi gratis come l’aria che respiriamo, come il sole che ci scalda sulla spiaggia, come l’acqua del mare, del fiume o del lago dove ci immergiamo per ristorarci dal caldo.
Quasi un “non pervenuto” tra le bollette che angustiano la vita dell’uomo medio. Perché nel (Bel)paese del piacere (gastronomico, paesaggistico, artistico e via dicendo) quello di abbeverarsi è sempre stato lasciato a buon mercato, molto più che negli altri paesi europei. Eppure, dati ONU alla mano, di acqua ne consumiamo tanta, più che nel resto d’Europa: 213 litri pro-capite al giorno, che scendono a 156 in Francia e 162 in Austria contro i 20 litri dei paesi in via di sviluppo ma anche i 600 degli Stati Uniti, patria delle docce e dell’irrigazione incontrollata.
Ma ora la festa sta per finire o rischia grosso. Il 19 novembre scorso il Parlamento ha dato il via libera alla conversione in legge del decreto Ronchi che, all’articolo 15, prevede l’affidamento totale ai privati o a società miste pubblico-privato di servizi pubblici come l’acqua o i rifiuti. Al termine di uno (scontato) iter di approvazione i Comuni conserveranno poteri regolatori in materia e la proprietà delle infrastruttuture (acquedotti, impianti di depurazione e fognature) ma perderanno la gestione del servizio. Con l’effetto, almeno a giudicare dall’esperienza di comuni che si sono già convertiti al privato, di un rincaro, anche consistente, delle tariffe. Aprilia è il paradigma di ogni liberalizzazione idrica ma anche di ogni tentativo di ribellione della cittadinanza all’ingresso del privato nella gestione dell’oro blu. Nella cittadina laziale il passaggio della gestione idrica ai privati (Acqualatina, controllata dalla francese Veolia) è avvenuto a luglio del 2004 ed ha portato con sé rincari fino al 300% della bolletta. Bolletta che i cittadini si sono finora rifiutati di pagare ad Acqualatina intestando i bollettini di versamento alla società comunale che fino al 2004 ha gestito il servizio.

I partigiani della privatizzazione assicurano che l’affidamento ai privati del servizio idrico consentirà una riduzione di costi per lo Stato che finora ha dovuto ripianare il deficit di una gestione non mirata al profitto e genererà un circolo virtuoso di concorrenza tra imprese che, per assicurarsi gli appalti, faranno a gara per migliorare il servizio. Non che non ce ne sia bisogno. La vetustà delle infrastrutture è la ragione principale dell’inefficienza del servizio idrico. Secondo un censimento del Ministero delle Infrastrutture un quarto dell’acqua trasportata dalla rete idrica torinese va perduta (poco più a Roma) mentre la metà dell’oro blu che finisce nell’acquedotto-colabrodo di Bari non arriva al rubinetto (poco meno a Palermo). Un’inefficienza che fa stimare in 4 miliardi di euro ogni anno gli investimenti necessari per i prossimi vent’anni.

I partigiani del pubblico obiettano invece che per far fronte a tali investimenti, (oltreché alla morosità di tanti utenti) e risultare competitive in sede di gara d’appalto (per vedersi affidare un servizio locale occorrerà “farsi belli” con progetti di investimento vantaggiosi per i cittadini) le aziende saranno costrette ad aumentare le tariffe.

acqua-pubblica-referendum

Se appartenete alla categoria dei fan di Acquedotto pubblico, potete andare sul sito in cui è spiegato ogni minimo dettaglio (e potete diventare promotori utilizzando i materiali informativi da scaricare nell’apposita sezione). La pagina del sito del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, che da anni è impegnato, con la benedizione del missionario comboniano Alex Zanotelli, a favore di una ripubblicizzazione dell’acqua e che nel 2007 ha già presentato un disegno di legge in materia, informa sul calendario dei banchetti ai quali è possibile firmare per l’abrogazione dell’articolo 23 bis del Decreto Ronchi e degli articoli 150 e 154 del Decreto Legislativo 152/06 con il quale il Governo Prodi gettò le basi, a suo tempo, per la privatizzazione del settore. L’obiettivo è arrivare a 500 mila firme. Dal 25 aprile, giorno di inizio della campagna referendaria, che proseguirà fino a maggio inoltrato, ne sono state raccolte oltre 100 mila.
Sullo stesso tema (Decreto Ronchi), ma anche su nucleare e legittimo impedimento, è partita il 1° maggio, anche la campagna referendaria dell’Italia dei Valori. Per informazioni consultate il sito.

2 Commenti

  1. Molto interessante.
    L’acqua deve esser e pubblica, ma nessuno dice mai che oltre allo spreco che avviene con le perdite durante il trasporto un altro grosso spreco viene fatto dall’ignoranza degli utenti.
    Sono due discorsi diversi, sì all’acqua pubblica e sì all’educazione all’uso corretto.
    Scusatemi ma questo discorso mi toca molto da vicino.
    Vivo in una città dove di acqua ce n’è in sovrabbondanza e dove spesso i paesini della provincia ce l’hanno razionata nella stagione estiva.
    Gli abitanti di Roma sono abituati al di più e quando ad esempio vanno in vacanza in Sardegna non si rendono conto che non c’è l a stessa disponibilità.
    Spesso vedo rubinetti lasciati aperti mentre ci si specchia davanti allo specchio.
    Ripeto: acqua pubblica sì, sprechi no!
    A tutti i livelli.

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