Marina di Equa si apre improvvisa alla fine di una stradina tortuosa. Un rapido discendere dalle balze che ricamano il percorso della Costiera Sorrentina giù fino alle spiagge sassose e ai piccoli porticcioli che animano gli anfratti di questa splendida terra. Una caratteristica comune a molte località più o meno accessibili: marine, baie, spiagge. Percorrendo i nastri, le “corniche” che si alzano verso i profili montuosi o corrono basse a farti sfiorare i profili di Capri e di Li Galli, ti accorgi che l’antropizzazione è molto forte. La stratificazione degli interventi ha realizzato spesso un unicum con caratteristiche e profili di architettura spontanea dai tratti precisi e piacevoli. Lo scorrere dei muri in blocchi sufficientemente regolari legati alla maniera di un tempo per disegnare terrazzamenti e abitazioni. Volte che si sollevano a raccogliere la pioggia. I grappoli di case che si dispiegano intorno alle cupole delle numerose chiese. Ma non sono tutte rose e fiori. La speculazione edilizia ha creato non pochi danni in termini di abusivismo e di mancata programmazione urbanistica. Il sapere architettonico diffuso è stato dilapidato con l’affermarsi delle costruzioni in cemento armato, che hanno permesso la realizzazione dei “quartini” (gli appartamenti) in stabili a più piani. Maggiore comfort a fronte di un generalizzato minore rispetto dell’ambiente. A risentirne in termini visivi non è soltanto il panorama ampio sulla costa a strapiombo, che deve reggere il fardello di una crescita incontrollata, o i cannocchiali che si aprono sul mare in un ricettacolo di vaste gamme di interventi edilizi mai veramente appropriati, ma anche la vista notturna di un ambiente perennemente inquinato da un rumore di fondo che non concede scampo. L’arco temporale notturno che dovrebbe occultare i guasti prodotti diventa momento di sottolineatura degli stessi. All’asprezza del costruito fa da tragico contraltare la brutalità di luci che si prefiggono l’obiettivo di una sicurezza a tutti i costi.

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La Torre del Saracino non sfugge a questa regola. Il controllo dell’illuminazione da parte del progettista, l’architetto Sabrina Masala, che ha saputo padroneggiare le fonti luminose sia in sala che soprattutto nell’accogliente area relax della torre e negli spazi esterni appena terminati, nulla ha potuto contro l’impatto delle numerose sorgenti luminose esogene. La possibilità di controllare e dosare la luce all’interno dell’antica Torre di Caporivo ha permesso a Gennaro di avere il giusto palcoscenico per assaporare al meglio una delle sue passioni: la musica. La luce è diventata tema di discussione per la collaborazione che Gennaro Esposito ha chiesto a Filippo Cannata, lighting designer, con lo scopo di mettere a punto un intervento temporaneo.

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Con Filippo Cannata ci siamo incontrati la sera delle prove in cui ha messo a punto il suo intervento. In circa  quattro ore ha preso consistenza l’idea che aveva immaginato. Diretto e immediato il contenuto. Ritrovare il dialogo con la natura mortificata dal sovrapporsi degli interventi e dalle superfetazioni che hanno proliferato incessantemente anche in questa piccola baia. I segni del colore e delle consistenze, il blu-grigio del mare, le pietre dell’arenile, la tessitura delle antiche mura, che si sollevano squadrate a disegnare la torre di avvistamento del sistema difensivo di Vico Equense, sono gli elementi che Filippo Cannata ha inquadrato per dare forma al suo intervento.

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La necessità di ritrovare la natura e il suo ritmo, come detto, sono alla base dell’intervento. Una suggestione che si materializzerà nella carezza che la luce lunare potrà stendere sulla torre. “Dobbiamo abbassare i toni e con essi l’affronto della mano dell’uomo”, mi spiega Filippo. Risultato sufficientemente difficile da conseguire considerato il numero e l’intensità delle svariate fonti luminose che a diverso titolo rischiarano, ma sarebbe più corretto dire accecano, l’ambiente circostante. L’intervento di Filippo Cannata assume il profilo di un work in progress istantaneo. E il mio piacere di potervi prendere parte dichiarando suggestioni e ascoltando indicazioni e analisi è grande. Un faro di generosa portata, che si somma all’illuminazione pubblica, viene calmierato per poter guardare il profilo dell’orizzonte lungo la distesa d’acqua del mare che rischiava di scomparire del tutto. Fotografi e cineoperatori forniscono il loro contributo seguendo le operazioni. Io utilizzo anche l’obiettivo della macchina di Francesco per riscontrare tagli e, successivamente, la forza dei canali del colore.

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Filippo ha anche pensato alla necessità di avere una consistenza calda della luce. L’elemento di invito in quella che è comunque una struttura di ospitalità. Le lampade di gusto marocchino si stagliano nelle prime ombre della sera con la luce di fiamma. Fa riscontro la luce ad incandescenza della lampada che si allunga dallo spigolo della torre. La tonalità ambra dialoga con la fiammella delle candele sottostanti.

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Il sole si tuffa al largo, irradiando di rosso e violetto il cielo solcato da qualche nube che minacciosa rilascia qualche goccia di pioggia. Ma è un attimo. Il cielo si fa elettrico mentre Filippo dirige le operazioni assistito dal suo collaboratore che si occupa dei dimmer. L’intento, ci spiega ancora, è ricreare l’effetto argenteo della luna sulla torre che sarebbe naturale se fosse possibile azzerare del tutto il rumore di fondo. Siamo tutti a guardare la parete che si anima ai comandi di Filippo Cannata. Il rosso scende di intensità fino a dare spazio all’azzurro che si fonde con il colore del cielo e ammanta di argento la pietra. Il silenzio è rotto solo dai click di lunghissimo tempo delle macchine fotografiche in azione. Siamo con il fiato sospeso per fermare quell’istante che verrà ripetuto nei giorni della Festa a Vico.

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Scendono anche le luci lungo il prospetto della sala. Consistenze che si abbassano per sbiancare le superfici nuove. L’azzurro del cielo si propaga dalla torre e da questa si riflette tutt’intorno. Cogliamo la divisione tra una natura alta che avvolge tutto e il braccio che diffonde la tonalità ambra a rischiarare il camminamento. I frequentatori della Torre del Saracino potranno provare una nuova sensazione all’ingresso e dai tavoli che guardano la piccola corte.

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La striscia argentata ci accompagna sino in cucina. Soddisfatti del piacevole intervento di Filippo Cannata che, come aveva spiegato, sottraeva per restituire intensità a quanto di bello la natura già offre. In maniera semplice e diretta. Guardo Gennaro che sta manovrando dal suo ponte di comando. Lasciare intatto, semplice, diretto, essenziale. Un’idea illuminata. Dalla Torre secondo Filippo alla cucina secondo Gennaro. Senza soluzione di continuità e con grandi, grandissimi risultati.

Cannata & Partners

Foto: Francesco Arena