5 euro al minuto è il prezzo della felicità?

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“la ricchezza non dà la felicità, figuriamoci la miseria”
(Woody Allen)

ore 19:30 di qualche giorno fa, in una Firenze afosa e lattiginosa, busso al campanello de L’Enoteca Pinchiorri. Amo questo posto, di un amore romantico. Da ragazzo, fuggivo a questi tavoli innamorato della cucina e soprattutto della possibilità di bere grandi vini, spesso offerti dal sommelier commosso da due ventenni. I giapponesi erano già in tanti, correva la fine dei rutilanti anni ottanta e le mie finanze di studente benestante mi concedevano (raramente) di questi lussi.

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A queste tavole ho bevuto i primi grandi vini della mia vita insieme alla mia compagna, complice. Da allora non mi sono più fermato: ho continuato a bere vino, a mangiare bene e la mia compagna di allora è diventata mia moglie. Ricordi e suggestioni che mi accompagnano ogni volta che arrivo a via Ghibellina. Anche questa volta; non vi racconterò nulla del servizio splendido, del cibo sopraffino, della cantina spaziale, dei lini sontuosi, degli argenti scintillanti, della simpatia guascona ed elegante di Giorgio Pinchiorri che sa consigliarti i vini giusti per rendere una esperienza enogastronomica indimenticabile. Di queste meraviglie e molte altre hanno parlato in tanti, prima e meglio di me, sono sempre valide, non è cambiato nulla! Potreste prendere una guida del 1984 e sarebbe pressoché lo stesso.

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Insomma in una serata estiva, da solo ho voluto fare un viaggio nella mia memoria, sarà che mi sento un poco a metà strada, sarà che mi trovavo a passare, sarà quelchediaminevolete, ma ho colto l’occasione. In due ore ho mangiato otto squisite portate, centrate e eleganti e 3 deliziosi vini francesi, per un conto di 585 euro! La serata è stata piacevole e intrigante, molto ancienne regime, ma uscito alle 21:45, compresa la rituale visita in cantina, non potevo fare a meno di pensare alla cifra che avevo speso. In un gioco di associazioni d’idee ho fatto un rapido conto: circa 5 euro al minuto, tanto è costata la mia sosta fiorentina. Allora sempre per giocare ho iniziato a pensare e mumble mumble, mi sono chiesto quante cose si possono fare con quella cifra o analoga, me ne sono saltate in mente subito un paio inconfessabili, ma accantonate ho iniziato a calcolare alcune possibilità:

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1) Affitto di una villa con piscina e servitù ad Ibiza per una settimana, circa 2 euro al minuto;

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2) In due settimane si possono accantonare i denari sufficienti per comprare una Porsche 911 nuova di zecca, per me la sola macchina per cui valga la pena fare una pazzia.

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3) Una crociera intorno al mondo sulla Queen Mary, in suite per due persone: tre mesi di sogno vengono via per la modica cifra di circa un euro al minuto.

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4) Volo in business class da Roma a Tokyo, andata e ritorno. Circa 1,50 al minuto.

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5) Una vacanza nella Presidential villa di Fregate Island, circa 6 euro al minuto.

Lo so è un gioco stupido e birichino seguendo le mie passioni e le mie idee di lusso spropositato, ma non ho resistito… Ma se spostiamo lo sguardo dal divertissement, il ragionamento si fa più serio di quanto sembri: credo che nel 2010, mentre la crisi morde con la forza di un mastino prognato, questi numeri facciano pensare. Si parla tanto di nuovo lusso, ecco un punto di partenza dal quale ragionare a ritroso… Che ne pensate?

27 Commenti

  1. Sempre simpatiche e ficcanti le tue provocazioni caro Ale…perchè mi sembra chiaro che di provocazione si tratta.
    Penso che le esperienze di cui tu scrivi facciano al momento la felicità di una fetta di mercato che andrà lentamente riducendosi nel vecchio mondo, vuoi per mancanza di piccioli, vuoi perchè non sarà piu’ politically correct farsi trovare seduti a certe tavole, alla guida di automobili di lusso o dormire in resort a sette stelle!
    Sarà il mercato, la reale domanda di questi servizi, che decreterà l’esistenza o meno degli stessi in futuro.
    A proposito…il locale era pieno?
    Che tipo di clientela era seduta ai tavoli?
    Ciao
    Nic

  2. caro nic, non so se sia proprio una provocazione… certo che quei 5 euro minuto mi hanno fatto veramente strano ;-). Continuo a pensarci da giorni e a fare conti su ofanerie meno costose in proporzione e su come un pubblico “normale” possa vivere un conto del genere. Una riflessione che mi fa pensare molto sulla lontananza della società civile dalla società gastronomica…
    Si Nic il ristorante era pieno, certo di turisti da tutto il mondo e l’età media non era delle più basse… Alessandra li chiama turismo da Grand Tour… Tutto era “museale”, persino noi avventori… 😀
    ciao A

  3. stanno scritti sul menù in basso… cmq la degustazione base di 3 vini francesi, una delle più basiche ed economiche di quelle offerte…
    Nello specifico erano:
    laVille di Haut Brion 2006
    Clos Vogeot di JJ Confuron 2005
    e un delizioso contesse Pichon 1996
    ciao A

  4. ho cenato da Pinchiorri, per la terza volta, il mese scorso. All’uscita ho pensato, pur avendo speso “na cifra”, che l’Enoteca resta saldamente in testa fra i ristoranti italiani per rapporto qualita’ prezzo. Sembra assurdo dirlo di questi tempi ma nessuno in Italia, tristellato che fosse, mi ha convinto ancora del contrario. Mettendo in fila tutto cio’ che faa di un ristorante una grande tavola davvero l’Enoteca Pinchiorri resta, a mio avviso, il top. Se poi si pensa che sia “caro” basta non andarci. Punto

  5. ha risposto a angelo: d’accordo su tutto, a parte una piccola cosa non è che qualcuno pensa che sia caro… è oggettivamente caro, non credo che sia opinabile 😉
    Ciao A

  6. Anche sul concetto di “caro” si puo’ discutere a lungo. Alla Pergola e a Soriso ho speso anche di più mangiando e bevendo molto al di sotto del blasone che quei posti si portano dietro. In una parola: per me un ristorante e’ carissimo se non mi soddisfa. Se mi regala emozioni vere mi fa pensare che, anche spendere una cifrona, talvolta puo’ valerne la pena. Il tutto, non essendo un benestante, “cun grano salis”…ciao!

  7. ha risposto a angelo: per me un ristorante è caro quando è caro… altro che sofismi, l’enoteca è cara, come sono sicuramente cari il Soriso e la Pergola. se mettiamo in discussione anche questo 😉
    ciao A

  8. ha risposto a angelo: cmq ti sottovaluti caro Angelo, per frequentare taluni posti sei sicuramente almeno benestante 😉 sono esperienze non da tutti, mentre il lusso sta (per me giustamente) trasformandosi, divenendo un concetto più pop e meno ingessato, di questo si cercava di parlare…
    Ciao A

  9. ha risposto a Vincenzo Pagano: figurati io guido ‘na peugeot, pensa quanto ce tengo a le machine 😉 con quei sordi me compro un lucien freud, piccolo piccolo… Tutti i gusti son gusti!
    ciao A

  10. trovo anch’io l’apertura di riflessione di Alessandro “ficcante”, e credo che una cena all’Enoteca si posizioni esattamente nella fascia delle provocazioni che Ale elenca di seguito… appartiene ad un mondo di possibilità che non è di tutti sicuramente… mi preoccupa però la possibilie deriva etica della discussione, discussione che trovo interessante ma che, conoscendo noi tutti la tendenza italiana a brandire patenti di moralità e correttezza per ragioni le più distanti dalla moralità e dalla correttezza, mi piacerebbe venisse incanalata in binari sensati. Risemantizzo: io credo che, e su questo più volte la fortuna di essere amico di Alessandro mi ha consentito di incrociare i pensieri sull’argomento, una delle cose sulle quali giustamente chi si occupa di “misurare” e “raccontare” il mondo della gastronomia ha senso rifletta è il cambiamento di costume, di bisogni, di percezione che questo mondo subisce con il passare del tempo (anche perché appartiene a “misuratori” e “narratori” comunque la possibilità di una funzione “fertilizzante” di cambiamenti). Penso che il cambiamento dipenda dalle circostanze economiche, dalle fasi culturali, dalle egemonie culturali, dall’attività stessa di comunicazione che tutti noi contribuiamo a fare, e da tutte queste cose che si intrecciano e si riducono o amplificano a vicenda.
    Il gusto è soggetto alle “mode”, comunque queste si producano, qualunque ragione abbiano. Ci sono sempre cose che alcuni e non tutti possono fare, siano esse spese, prestazioni fisiche, esercizi mentali, ci sono cose che a parità di possibilità alcuni riescono a fare ed altri no, perchè le sensibilità sono diverse, la formazione di ciascuno di noi in qualunque modo ottenuta ci fa diversi… ci sono scelte che si fanno diverse a parità di possibilità e condizioni, per esigenze ed utilità diverse, gusto estetico diverso…
    ritornando alle riflessioni di Alessandro: c’è distanza fra la società civile e quella gastronomica (intesa come quella degli addicted immagino)? No.
    C’è distanza fra la società di massa e quella gastronomica, esattamente come fra la parte di società che paga un Fontana o compra un poster all’Ikea per riempire la parete di turno anzichè l’animo. Senza che questo sia un giudizio di valore, di qualità. La distanza fra la società di tutti e quella dei fooders c’è anche su tavole meno “care”, quanti avendo le possibilità economiche per scegliere entrambe le opzioni scelgono di cenare da Anthony Genovese e non dal ristorante “de pesce” cento metri più avanti dove pagano non meno del doppio per non meno della metà dei piatti e vengono serviti …”a pesci in faccia”?
    Io non credo, e per principio diffido, ad una società civile. Soprattutto non credo a quella che dovrebbe trovarsi in Italia, la gggente e via dicendo. Mi appare evidente ci sia ma mi appare altrettanto evidente che non è certamente portatrice di valori preferibili in assoluto, anzi.
    Chiudo, e mi scuso per la confusione fino ad ora. Ritengo che ci sia una riflessione utile e probabilmente necessaria, che Alessandro si sforza di riproporre da tempo, qui ed altrove, in realtà dovunque si trovi (in base alla mia personale esperienza). E’ una riflessione corretta, probabilmente la riflessione “del momento” per “misuratori” e “narratori”. Quanto un’attività di servizio come quella della ristorazione, che tanto contiene di costume, estetica, necessità di fruizione, necessità di comunicazione ed intelligibilità, sia oggi nelle sue espressioni più celebrate (quelle che fanno o dovrebbero fare da avanguardia culturale) attuale, moderna, al passo con i tempi, in una sola parola contemporanea, e quanto rispondente ai bisogni del pubblico (che è comunque realtà frazionata e decisamente segmentata). I termini non sono la distanza fra la società gastronomica e quella civile, mio padre mi avrebbe mandato a… per quasi tutti i ristoranti che preferisco, ma principalmente per l’Enoteca Pinchiorri, perchè sedendosi ad un tavolo dell’Enoteca non si sarebbe sentito a suo agio, tutta quella “qualità” lo avrebbe annichilito e lo avrebbe tenuto in tensione fino alla fine della serata. Avrebbe ripreso a respirare all’uscita. Ma è da mio padre e dalla sua passione per il cibo come occasione di convivialità e di incontro fra gli uomini che si è alimentata la mia di passione. La mia di riflessione, che poi condivido quando ci capita con Alessandro, è: quanto quello che accadde e pago in un ristorante è funzionale a questa convivialità, a questo star bene, unica cosa a mio modo di vedere necessaria?
    Su questo spartito, lontano da opzioni morali, condivido la perplessità di Alessandro e il suo spunto riflessivo…

  11. ha risposto a Giulio Francesco Bagnale: grazie Giulio, tanta ciccia, come ci si aspetta da noi. Sono d’accordo e condivido quasi tutto il tuo rifettere. Ma penso che la società gastronomica (l’hai intesa bene) abbia la necessità di riconnettersi con la società civile (la ggente come dici tu ;-)), se no resterà schiacciata e sconfitta in una riserva indiana, e si sa che fine hanno fatto gli indiani ;-). Vedete le cose come striscia lo scorso anno, si nutrono (appunto) di questa separatezza di mondi… Nessuno si sogna di dire che comprare una lampada di fontana arte sia da scemi, semplicemente perchè (malgrado il successo di Ikea) il messaggio della qualità reale di determinati marchi è passata. Non ugualmente è passato il messaggio della qualità oggettiva di determinate tavole. vedi Giulio, ma il problema risiede proprio nel fatto che molti borghesi preferiscano andare a quel ristorante di pesce carissimo, piuttosto che al pagliaccio. pensi che quegli stessi borghesi comprerebbero un golf di H&M al posto del Ballantyne o una lampada di Ikea al posto di una di fontana per la medesima cifra?
    ciao A

  12. ha risposto a alessandro bocchetti: spero che i borghesi non comprino più i golf di Ballantyne così come spero che riescano a comprarsi del scarpe migliori delle Church’s. Credo anche in una casa arredata con gusto e incentrata su un buon melange tra diversi oggetti di design qualche pezzo Ikea farebbe la sua figura. Non sono d’accordo con l’idea di pensare a Fontana arte o Flos o Artemide come dei beni di lusso perchè sono certamente beni costosi ma durevoli e durano in media di più di quanto possa durare una buona lavatrice o lavastoviglie senza neanche andare a cercare quelle di ultima generazione.
    Il concetto di lusso è relativo e credo che sia anche un sentireo imprevio e pieno di insidie da parcorrere. Chi è uso vivere nell’agio attribuisce un valore diverso alle cose rispetto a chi non ci è mai vissuto. Insomma un certo modo di vivere la vita uno stile ben definito è uno status sono gli altri che eventualmente associano allo status anche il symbol. Per darsi un tono. Comunque h&m fa delle cosa anche garbate che non ti aspetteresti. Non apro la parentisi di fashion con Alessandro perchè sarebbe un suicidio annunciato. Sono daccordissimo nel credere che la ristorazione debbe cambiare e che siano necessarie strade alternative al neoclassico per infondere nuova vitalità all’intera filiera.

  13. ha risposto a jovica todorovic (teo): vedi Theo, sto progettando la camera dei miei figlioli in questi giorni, sarà tutta marcata Ikea ;-). Ma ikea costa X se Vitra costasse X come Ikea e non Y (come è) stai certo che al posto della sedia Ycpia, ci sarebbe l’elefantino di Eames, al posto della scrivania Stompo ci sarebbe il little table di Nelson. vedi la differenza la fa anche il prezzo, se un Joselito 36 mesi costasse come un Parma qualsiasi, quale credi si venderebbe di più ;-).
    Il problema caro Theo è far capire che mangiare in determinati locali sia oggettivamente meglio che mangiare in altri, a parità di prezzo… Hai presente quanto costa mangiare una cena di pesce in un qualsiasi ristorante sardo (o sedicente tale) di Roma nord?
    ciao A

  14. ha risposto a alessandro bocchetti: Sarebbe anche bello poter mangiare un buon Parma sapendo chi lo fa e mangiare un buon pesce al sardo. Sono appena tornato dalle vacanza. 2 settimane tra la Toscana e le Marche. Sono andato spesso a mangiare al ristorante. La sorpesa sono state tante visto che erano tutti posti più o meno caserecci. Cene concrete senza benvenuti o petit fatte di prodotti freschi e con sapori diversi rispetto a corrispettivi romani e cosa non trascurabile con grande stupore in certi casi per la leggerezza della colonna di destra. Su tutti Sara a Sirolo una specie di Armando al Pantheon in versione marchigiana e Enoteca Tognoni a Bolgheri. Dovevano essere osterie e osterie sono state dalla A alla Z. Parliamo spesso del lusso e dell’alta ristorazione dimenticando che il problema più grosso di roma e la media e bassa che stanno a livelli dramatici dal mio modesto punto di vista (fatte le solite tiè mi allargo 10 eccezioni). Mi piace molto il dicorso che fai spesso sui diversi campionati e credo che questo rientri nella discussione sulle riflessioni sui diversi costi.

  15. ha risposto a alessandro bocchetti: Però non penso che solo Roma sia messa maluccio (intendendo il rapporto qualità x abitante). Altre città fanno concorrenza (Firenze pure mostra limiti e ci metterei anche Bologna). Se poi facciamo il rapporto qualità fratto abitanti + turisti secondo me escono i numeri relativi.

    La logica che regge la provocazione di Alessandro e i successivi ragionamenti mostrano che spesso la ristorazione (intendendo il complesso della domanda e dell’offerta) si comporta in maniera illogica. O meglio si avvantaggia di altre regole: un punto di grande passaggio, l’ammiccamento nazional-popolare, quello turistico “di rapina” (e non solo con gli stranieri, un romano è turista a Firenze e viceversa), il governo assoluto della leva prezzo. Pensavo a un altro assioma: la soglia psicologica dei 50€ persona o la necessità di occupare tempo con un divertimento/piacere. Con 10€ sto 1ora e mezza a cinema ma 4 ore alla mostra. Quanto tempo mi occupa una cena? Ma qui apriremmo un capitolo lungo: basta pensare quanto sia in voga la critica del servizio lento e la voglia di restare a chiacchierare a lungo dopo aver mangiato. Sarà un controsenso o sarà la monetizzazione massima del tempo con un minuto che costa meno? In fondo sarebbe stato sufficiente che Alessandro si trattenesse un’altra ora per far scendere il “prezzo orario” 😉

  16. ha risposto a Vincenzo Pagano: mah Vincè, credo che il prezzo orario (ammesso che al dilà del divertissemant abbia senso) vada calcolato dal momento dell’accomodamento al tavolo a quello della consumazione di caffè e ammazzacaffè (eventuale) 😉
    cmq hai ragione Roma non è che sia messa peggio di altre grndi città italiane, la cosa però non è che mi rassicuri… anzi!
    ciao A

  17. Alessandro, visto che il tema pizza è ancora caldo ti dico che con 585 euro si può andare da Sorbillo cento volte (birra inclusa).
    Vuoi mettere? 🙂

  18. Un’unica annotazione: a proposito della villa ad Ibizia mi pare assolutamente fuori luogo parlare di “servitù”. O no?

  19. ha risposto a alessandro bocchetti: Era chiaro che il pezzo, nella parte dove si ipotizza cosa si possa fare con 5 € al minuto, fosse permeato di una buona dose di ironia. Ma io ho una certa idiosincrasia per il sostantivo “servo” e derivati. Quelli che formalmente sono dipendenti del mio ristorante io li chiamo collaboratori…….. 😉 Buona giornata

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