Il guerriglia marketing dei vegetariani mangia i cannibali a BerlinoTempo di lettura: 3 min

Forse un piccolo contributo alla crescita della causa vegetariana l’hanno data anche loro, gli organizzatori della campagna promozionale per l’apertura del Flimé, il ristorante di Berlino che si è finto specializzato in cucina Wari (quindi cannibale) fino a pochi giorni prima dell’apertura. Erano i primi di settembre quando il locale, ormai ribattezzato caffé dei cannibali, ha svelato le sue carte.

L’originale trovata di guerrilla marketing, che annunciava ad agosto l’apertura di un locale per amanti della carne umana con tanto di scheda sul portale per la donazione di parti del corpo da cucinare, aveva lasciato di stucco in molti. A parecchi, indecisi tra il sospetto di uno scherzo e l’orrore, il pensiero era andato al cannibale tedesco condannato all’ergastolo per aver ucciso e mangiato un suo connazionale nel 2001. Poi la rivelazione: il Flimé è un ristorante vegetariano e la trovata è della Vebu, l’Associazione Vegetariana Tedesca.

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Ma anche oggi, quanto  a macabro, il ristorante non scherza. “Ogni pezzo di carne è un pezzo di umanità”, recita l’homepage del sito e il significato di questa frase (mangiare carne di animali è come mangiare gli uomini), acquista un senso particolarmente sinistro oggi, dopo la burla del cannibalismo.

Con toni decisamente più pacati il tema del consumo di carne è riproposto in questi giorni dall’EVU (European Vegetarian Union) che dal 2008 organizza la Settimana Mondiale Vegetariana (1-7 ottobre). L’evento, sostenuto da gruppi vegetariani-vegan, animalisti e ambientalisti di tutto il mondo e da nomi del calibro del premio Nobel Rajendra Pachauri, è stato istituito dopo il successo della Giornata Mondiale del Vegetarismo, creata nel 1977 dalla potente North American Vegetarian Society.

La scelta vegetariana, che nella storia ha già conquistato giganti della filosofia, della politica, della scienza e dell’arte, ha adepti in crescita in tutto il mondo. Secondo l’Unione Vegetariana Europea, nel 2007 i “veggie” tedeschi erano ormai il 9% della popolazione,  i britannici una percentuale compresa tra il 7% e il 10% mentre sono meno numerosi in Francia (solo il 2% nell’ultima rilevazione disponibile) dove abbonda però l’offerta di ristoranti vegetariani (tra cui il tristellato L’Arpège, a Parigi).

In testa alla classifica europea dei paesi vegetariani c’è l’Italia. Secondo un’indagine Eurispes-Nielsen del 2006, infatti, la patria della dieta mediterranea è anche il paese più vegetariano del Vecchio Continente con il 10% della popolazione che ha detto no alla carne e un numero crescente che lo farà nei prossimi decenni (metà degli italiani nel 2050 secondo le proiezioni).

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Da moltissimi considerato più salutare della dieta onnivora (tra gli sponsor autorevoli ci sono l’oncologo Umberto Veronesi e l’economista “verde” Jeremy Rifkin), il regime vegetariano appare oggi anche come chiave di volta per limitare l’impatto delle attività umane sul pianeta. Secondo l’IPPC il 26% della superficie terrestre è occupata da terreni per l’allevamento e a questo è addebitabile la produzione di oltre mille miliardi di tonnellate di deiezioni e l’emissione del 18% dei gas serra. Per produrre un chilo di carne occorrono 16 chili di foraggio e 15 mila litri d’acqua mentre per ottenere la stessa quantità di grano ne occorrono duemila.

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Un invito a rivedere gli stili di vita mondiali in materia di alimentazione è giunto anche dall’UNEP, il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite che, nel suo rapporto divulgato lo scorso giugno dal titolo “Calcolo degli impatti ambientali dei consumi e della produzione”, ha indicato come urgente un ripensamento dei modelli di produzione delle risorse alimentari e degli stili di vita a tavola, troppo sbilanciati sul consumo di carne. Un problema, questo, destinato ad esplodere letteralmente per effetto dell’aumento della popolazione (+50% entro il 2050) e del miglioramento delle condizioni economiche di paesi popolosi come la Cina e l’India.

Ma non è tutto. Come ha spiegato, nei giorni precedenti l’apertura del Flimé, Sebastian Zosch della VEBU, sottraendo terre alla produzione agricola l’allevamento si rende complice anche della malnutrizione (850 milioni sono le persone affamate, secondo dati FAO): “La maggior parte del grano prodotto è utilizzato per l’allevamento mentre ogni 3 secondi e mezzo una persona muore per denutrizione”. Quei burloni del Flimé sono scusati. Ci voleva davvero una trovata-choc per rinfrescarci la memoria.

Foto: Larry Prosor /UNEP

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