Food porn. Rendere belli i cibi brutti

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Come si fotografa una minestra? Come si immortalano cibi dai colori poco fotogenici? Qual è la luce migliore per lo scatto mangereccio? Quali sono gli obiettivi più performanti? Come si fotografa al ristorante? E soprattutto, come si fotografa un cibo brutto?

Dilemmi non secondari per un fotografo che ha come mission quella di rendere appetibile un piatto o un alimento. Dilemmi fondamentali per chi, come gli Americani e i cugini Inglesi, hanno inventato il food porn, che sta per approccio erotico al cibo e alle sue rappresentazioni.

Il tema intrattiene da tempo il mondo dell’informazione specializzata anche se qualcuno ipotizza, come è accaduto in questi giorni a Parigi, al Festival internazionale della fotografia culinaria, che il food porn sia arrivato al capolinea, magari per effetto di un approccio più “verace” al cibo e di un pensiero ambientalista (e terzomondista) ormai preminente.

Ma gli appassionati dello scatto sensuale restano tanti e per loro il fotografo Andrew Scrivani, autore del blog di ricette Making Sunday Sauce, è tutt’altro che avaro di consigli. Nei mesi scorsi, su Diner’s Journal, il blog enogastronomico del New York Times, si era prodigato in una serie di suggerimenti su: fotografia di alimenti (e cuochi) in movimento, ISO, apertura del diaframma, tempo di esposizione e tutto l’armamentario della fotografia applicato al mondo del cibo. Ora, a meno di due mesi di distanza dall’ultimo intervento (il quinto), Scrivani torna a parlare di scatti fotografici per affrontare l’annoso problema di come rendere al meglio quei cibi che belli non sono.

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Nessun problema, ammette Scrivani, per torte e gelati. Che cosa c’è di più semplice, si chiede il fotografo del New York Times, che fotografare una Red Velvet Cake, la tortazza americana tanto fotogenica di suo? I guai iniziano quando il soggetto è “poco collaborativo”. Magari è un pesce bruttino (uno sgombro, per esempio), o è di un colore che spara, oppure è una minestra marroncina. Che fare, insomma, in caso di emergenza estetica?

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Il primo consiglio di Scrivani è impegnativo: cercare ispirazione nella pittura, maestra di simmetrie, luce, ambientazione (pittori fiamminghi in primis).

Ma ci sono mosse più terra terra come far leva sugli elementi che accompagnano il cibo (ad esempio il piatto, il contenitore o la mise en table in generale), guardare il soggetto da prospettive alternative, illuminarlo meglio, insomma spostare altrove l’attenzione, per rendere quel cibo se non proprio bello, almeno interessante. Per un poco estetico sgombro, la prospettiva alternativa (con un po’ di fantasia) può essere aprire a ventaglio i suoi filetti saltati ottenendo una figura che, assicura Scrivani, ricorda il tipico copricapo indiano piumato.

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Effetti interessanti possono derivare anche dal decostruire un piatto, rendendo parti di esso oggetto di scatti distinti per farne un dittico.

I consigli di Scrivani si fermano qui. Ma la settima puntata è certamente imminente.

[Fonte: Diner’s Journal]

Foto: Andrew Scrivani/New York Times, forum.xcitefun.net

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