Un marziano a Roma/16 Edizione per collezionisti A Casa di Luigi Serafini

Cibo

Potrei morire questa notte priva di alcun rimpianto per non aver vissuto intensamente il valore dell’amicizia, sopra ad ogni cosa, all’amore e alla passione, alla conoscenza e al desiderio, che è stato in verità il più autentico motore della mia vita. Prima che questo vi porti a facili conclusioni, ad archiviarmi come affetta dalla sindrome di Marta Marzotto, voglio raccontarvi la mia serata al Pantheon, nella casa- studio di un grande artista, un vero amico: il maestro Luigi Serafini.

Luigi e Daniela, con la consueta misura che li contraddistingue, hanno invitato per un aperitivo alcuni amici comuni, poche persone, per una bicchierata di capodanno che ha svelato in breve una cena meravigliosa e inattesa perché mai più avrei creduto che Daniela, che conoscevo per essere una brava economista amministrativa, fosse anche cuoca attenta e molto abile, con un’applicazione sulla materia prima di tutto rispetto, non senza una cura diligente dell’aspetto estetico del piatto. Daniela prepara in casa anche il pane, ed è buonissimo, ve lo garantisco!

A noi si è aggiunta una simpatica combriccola di musicisti di Correggio, che accompagnavano il mio amico Andrea Gherpelli, bravo attore, anch’egli di Correggio e che per l’occasione non si sono esibiti suonando ma è come se l’avessero fatto, con quell’allegria di cui gli emiliani sono per genesi portatori sani e che è musica per le mie orecchie, giacchè in Emilia sono nata e cresciuta. La casa-studio di Serafini è un’opera d’arte, evoca la casa di Dalì, a Cadaques in Costa Brava ed è chiaramente piena delle sue opere, oltre ad una biblioteca sterminata perché il nostro è intellettuale di raffinata sensibilità e conosce perfettamente latino e greco antico, intendo dire che sa parlare perfettamente queste lingue tutt’altro che morte a mio avviso, perché una lingua è viva finchè ci serve, fino a quando continuiamo ad attingervi. Serafini è artista surrealista ma non solo pittore, è totale, immaginifico, va molto oltre i suoi coloratissimi quadri con una creatività feconda, inesauribile che espande su tutto un habitat. Anzi, la sua arte diventa habitat, è un surrealista del ventunesimo secolo, autore fra le tante opere del Codex Seraphinianus, in una lingua inventata ma, come dice Vittorio Sgarbi, non inesistente se esiste un universo pronto ad accoglierla. Sgarbi peraltro segnala Serafini in cima alle sue predilezioni, lo considera il più grande artista italiano vivente. E comunque Serafini è recensito in tutto il mondo e da Calvino a Umberto Eco, da Zeri a Bonito Oliva, anche in Italia ha estimatori del massimo calibro.

Mentre io e Marco di Capua, noto critico d’arte e amico finalmente ritrovato, sfogliavamo (nel vero senso del termine!) le Storie Naturali di Jules Renard, un erbario fantastico che nel 2009 Serafini ha illustrato, dalla cucina la nostra Daniela ci richiamava all’ordine con un calice di Franciacorta e un delizioso e gigantesco salame ai pistacchi del quale credo di averne mangiato da sola 6/7 etti…Il resto per arrivare a 2 Kg, l’hanno spazzolato i simpatici musicisti di Correggio, d’altra parte, so’ ragazzi! Da lì in poi la serata è proseguita con champagne, pane fatto in casa, muffins impastati con nocciole, crema di tartufo e parmigiano, quiche di bietola, una pizza di ceci da sbattere la testa contro al muro per quanto era buona e una zuppa di funghi champignon, chiodini, porcini e pleurotos che qualcuno ha giurato fosse allucinogena ma a quel punto, il tasso alcolico giustificava qualsiasi fesseria, compresa questa. Ai vini rossi in parte avevo pensato io, in ossequio a un canone prestabilito da me stessa, con una buonissima Barbera Vigna Martina di Elio Grasso 2007 in formato magnum, fra le mie preferite. Terminato Grasso abbiamo riesumato dalla cantina del nostro ospite una barbera Giuseppe Rinaldi sulla quale non avrei scommesso un centesimo poiché mancava la parte di etichetta che riportava l’annata ma era evidentemente canuta, cosa che mi faceva stimare quel vino con almeno un piede nella fossa.

Invece, con mio sommo sollievo, ho potuto distogliere lo sguardo dalla sputacchiera che nel frattempo fissando in via cautelativa, avevo ipnotizzato. Il vino, infatti, si è rivelato meraviglioso, come solo Rinaldi sa essere, spina acida tipica di una Barbera tradizionale che è un fuoriclasse nel suo genere. Il banchetto nuziale, la cena Trimalchionis, che i padroni di casa continuavano a chiamare aperitivo (d’altra parte è un problema di codex!) si è chiusa con un bicchiere di vino cotto marchigiano, che sorprendentemente mi è anche piaciuto, non essendo il mio genere. Daniela ci ha raccontato come si fa, ma il vino cotto, a nord o a sud del Tronto, è una questione adriatica e come sapete si produce anche in Abruzzo e in Puglia (menzione obbligatoria, sennò Bocchetti chi lo sente?) Finito il vino ci siamo congedati, qualcuno si è ingarellato in una discussione alquanto sterile, cercando di capire fra lui e l’ultimo vino chi fosse più cotto, eravamo ebbri al punto giusto ma siamo tornati a casa soddisfatti e felici, la serata del Pantheon è stata bella, buona, leggiadra e seducente. Magica, secondo lo stile della casa.

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Il tema della cena nella pittura italiana del 5/600 è stato declinato nei tre episodi sacri del Vangelo, che non a caso sono pure quelli fondamentali, ovvero: Nozze di Cana, Ultima Cena e Cena di Emmaus. Oggi basta che fotografiate a caso e frontalmente una cena (un po’ animata, però..) e potrete riscontrare sorprendenti analogie nei gesti e nelle espressioni con, che so, il grande telero di Paolo Veronese al Louvre… Insomma, a tavola siamo tutti ancora rinascimentali! (Luigi Serafini)

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PS. Allego le due ricette di Daniela. Secondo me sono da provare!

Il vino cotto marchigiano, nello specifico Piceno (nel nostro caso di Moresco, piccolo gioiello medievale della Valdaso) si ottiene da uve miste, di solito Sangiovese e Montepulciano. Il mosto viene fatto bollire lentamente in calderoni di rame su fuoco a legna e lasciato evaporare per metà, schiumando la superficie durante la cottura per eliminare le impurità. Dopo la cottura e il raffreddamento, si procede al travaso in piccole botti di rovere contenenti già una piccola quantità di vino cotto invecchiato. Il vino cotto può invecchiare per molti anni! La regola suggerisce comunque di attendere almeno un anno per il primo assaggio.

Pane, ricetta per 750 grammi: Contiene farina 00 e farina manitoba (o farina d’America) in parti uguali (totale 410 grammi) Acqua 240 grammi, un cucchiaino di sale e uno di zucchero, un cucchiaio di olio extravergine di oliva, lievito di birra e a scelta gli ingredienti caratterizzanti che possono essere noci, mandorle, pomodori secchi, semi di zucca tostati (60 grammi circa il tutto tritato). Daniela usa una semplicissima macchina del pane che impasta tutto, lascia lievitare, abbatte la lievitazione un paio di volte, impasta nuovamente e cuoce il pane. La cosa divertente è che oltre ad essere buono, lo potete preparare facilmente senza infarinare tutta la cucina. L’attrezzo costa poco, forse meno di un Epilady!

Foto: Luigi Serafini