Alta Fedeltà. Il vino del futuro è già qui. La classifica

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La discussione si infiamma! In questi giorni sulle pagine di Black Mamba l’ennesima zampata: prendendo spunto e scusa dal Masseto si disquisisce e ragiona intorno all’idea del vino per il nuovo millennio. La sensazione è sempre quella che poco o nulla impariamo dalla storia, abbiamo sostituito dogma a dogma, dagherrotipo a dagherrotipo.

Cristiana e la sua eteronima hanno pienamente ragione, un certo stilema di vino ha stancato. Forse non è mai pienamente piaciuto, ha solo impressionato per potenza e immediatezza di gusto. In realtà mi stupisce sempre ragionare e scoprire che l’idea di un vino storico poggia su una esperienza di poco più di vent’anni. Se fate il famoso giochetto del metro, prendete la storia dell’enologia moderna, che secondo me parte dalla classificazione napoleonica per l’esposizione di Parigi del 1855, 156 anni, diciamo un metro e cinquantasei sul metro di legno, apritelo e guardate quanti sono venticinque centimetri in proporzione, e dopo fatevi una bella risata sulla nostra idea di tradizione e storicità di talune etichette.

Ragionando su questo mi è venuto in mente l’ennesima lista. Sono fatto così la vertigine della lista mi prende sempre, non ne posso fare a meno. E ho iniziato a domandarmi quali siano per me i vini che più incarnano il bere contemporaneo. Spesso sono vini antichi e non di nuova progettazione. Si perché l’idea dei vini anni 90 si portava appresso il principio della progettazione. Quante volte ho sentito usare il termine disegnare in degustazione, ogni volta con crescente irritazione. I vini si fanno, come si fanno i tavoli, i salami, gli archi, le fionde, ecc. non si progettano… anche quando sono moderni, come taluni che incontrerete in questa lista.

In verità debbo confessarvi una cosa: non è tanto il mio elenco ad interessarmi, ma è l’espediente per conoscere il vostro e attraverso questo disegnare (ora si!) un atlante del vino italiano e dei suoi territori e indagare sui cambiamenti e ritorni del gusto. Comunque eccoli:

  1. il Pecorino Giulia 10 di Cataldi Madonna. Luigi è stato il primo a chiamare un vino con il nome di questo fortunato vitigno autoctono. Lo ha studiato e osservato, cercando di preservarne la straordinaria carica di aromi e profumi, forgiando il fuoriclasse che tutti conosciamo. Ma quello che qui mi colpisce è la nuova creatura: Giulia un pecorino dal prezzo piccolo e dall’esuberanza contemporanea e ammaliante. Moderno
  2. il Boca 06, Le Piane. Un vino antico che solo la passione di uno “straniero” ha saputo preservare. Un nebbiolo! Ma dove e come non te lo aspetti. Ho partecipato da poco ad una degustazione alla rimessa Roscioli di vecchie annate, è stata una folgorazione. Questo 06 mi ha sedotto con profumi fini ed eleganti, ma anche austeri e cupi e con una freschezza e acidità scolpita dal freddo e dal territorio montano. Glocale
  3. la Schiava Gschleier 95 di Girlan, solo assaggiandola a Cornaiano ho capito questo vino. Ho sempre apprezzato la schiava, il sapore fruttato e morbido di questo vino. Poi bevuto fresco d’estate è delizioso. Ma dopo un assaggio di vecchie annate di questo cru storico ho capito a quale livello di finezza ed eleganza possa arrivare. In particolare il millesimo 1995 è incredibile, vivo e scalpitante. Spiazzante
  4. il Verdicchio di Pievalta 2009. Il verdicchio è un grande vitigno, tra i più grandi a bacca bianca italiani, ma ha sempre un certo peso e una struttura fin troppo importante. Questa lettura è invece fresca e beverina, un vino da consumare in grandi quantità come piace a me, ma anche elegante e fine. In un sol colpo rende giustizia a tanta retorica sulle inevitabili riduzioni dei vini da agricoltura biodinamica. Delizioso
  5. il Barolo Monprivato 01 di Giuseppe Mascarello. Adoro questo vino come pochi, per me è sinonimo di langa e di nebbiolo. Elegantissimo, dalla silohuette agile e scattante, l’acidità è nervosa e la beva fresca e compulsiva. Il naso ammaliante con le note fiorite e eleganti, capace di sfidare il tempo con il passo agile del maratoneta. Il millesimo 2001 per me è una delle sue versioni più belle. Fuoriclasse

Cinque vini, non i migliori o i più straordinari, ma quelli a mio avviso più in linea con il tempo in cui viviamo e con quello che io oggi mi aspetto dal vino e dalla sua fruizione. E i vostri? Non lasciatemi solo…

Foto: binomia.com, porzionicremona

60 Commenti

  1. Dici bene Ale e complimenti per questo post. Black Mamba converte! Non te ovviamente, eri convertito prima di Blackie ;-))) In effetti i vini che incarnano bene il contemporaneo non sono necessariamente di nuova progettazione e la tradizione del vino italiano fa sorridere se confrontata alla Francia. Il vino a cui penso in questo momento è il Trebbiano, vigna di Capestrano di Valle Reale, un bianco di montagna a fermentazione spontanea che è decisamente nelle mie corde. Per me rispecchia il gusto attuale. Come del resto tutte le fermentazioni spontanee della stessa azienda che abbiamo assaggiato insieme e anche sui rossi danno risultati sorprendenti.

  2. Eh???? Disegnare???? Terribile! Serve il glossario di Black Mamba!!!! Senti Ale, a parte i miei cazzeggi mi inviti a nozze con Monprivato. Per me è un vino anoressico! a preoposito del mio glossario. E adesso, arrabbiati che scateno Black Mamba!!!! ;-)))

  3. Da un’attenta analisi delle etichette altoatesine mi par di capire che l’estensore dell’articolo abbia avuto di che bagnare la iugulare. Con la potente lente di ingrandimento a mia disposizione vedo che c’è una bottiglia dell’85 e una degli anni 70 (75? 76?) per cui spero che da qualche parte abbiate la compiacenza di meglio illustrarci questo viaggio nel tempo per capire il futuro: un vino del 95 per dichiarare lo stato dell’arte può essere solo un’invenzione vostra tra morsi velenosi e catarsi nello stige rosso come il vino ma io sto al gioco. E dico due cose: non ricordo preciso l’annata della schiava, ma una più recente mi ha dato soddisfazioni (forse cambio millennio) e userò questo articolo per sbeffeggiare quanti hanno riso sulla possibilità di un vino come la schiava di invecchiare (e mannaggia che non scrivo e non ho blog altrimenti vi avrei detto che siete vecchi con queste affermazioni con un post di almeno 7-8 anni fa quando alla cantina Girlan avevano ancora il castagno).
    Mi trovate completamente d’accordo con il verdicchio da molti abbassato a ruolo di gingerino per via di una certa idea del vino da chiedere per fare gli esotici (manco stessimo parlando del mateus o del lancers….). La frutta del pecorino (ma questo giulia che è???) è il grimaldello giusto per far transitare schiere di fanciulle taccodotate da improbabili bollicine a qualcosa di serio (e l’educazione delle masse incolte è un atteggiamento doveroso).

    Ma mi permettete un appunto? Mi manca ancora il vino riferimento, quello che ferma le lancette al momento 0 e dice: qui è nata una nuova era. Non sono un difensore del supertuscan, sia chiaro anche se ne ho potuto dare l’idea. A me piace ragionare in termini di paragone assoluto, di benchmark ma per vedere chi supera quella soglia. Black Mamba mi ha risposto con una serie di fortezze.

    Io vi voglio provocare: un bel brik da GDO di Valentini sfuso per metterci alle spalle l’idea che esista solo il vino nobiliare!

  4. ha risposto a Cristiana Lauro: Speravo proprio che uscisse questo vino CRI! Valle reale è una azienda coraggiosa che ha avuto il coraggio di “ripenserei” parzialmente e i vino come il vigneto di capestrano, sant’eusanio e anche il san calisto da fermentazione spontaneo ben lo rappresentano

  5. Bravo Bocchetti, l’argomento introdotto da Black Mamba è interessante e mi piace molto che tu lo abbia approfondito, avevo seguito con attenzione lo scambio di opinioni fra Cristiana e il sig. Gennaro Maglione e in effetti il tema necessitava di un post a tutto per se. Concordo con i vini da te citati e soprattutto la schiava ma a questo punto dopo averlo assaggiato ieri aggiungo Kà Mancinè suggerito da Cristiana e il Capestrano che bevo spesso da Roscioli quando vengo a Roma. Anche pinot Nero Fortuni delle colline toscane verso l’emilia. Boca le piane non pervenuto.

  6. ha risposto a Gennaro Maglione: Mi fa piacere tu abbia letto la mia lista che ho scritto ieri sull’altro post. Su Valentini sfuso avrei da ridire perchè è un buon vino ma se fosse grande Francesco, che non è scemo per niente, lo metterebbe in bottiglia. No? L’avevo già scritta questa cosa, non sei d’accordo?. A tal proposito ho assaggiato un 81 di Trebbiano valentini pazzesco! E dire che l’annata ce l’ha messa tutta per far di lui una gazzosa.

  7. ha risposto a Gennaro Maglione: Il brik di Valentini non c’è, Francesco ancora usa le damigiane 😉 ma cataldi mette in bag in box un ottimo pecorino sfuso, che non manca mai nel mio frigo… Buono per tirare un risotto e anche per bersi un ottimo bicchiere 😉
    Gennaro il vino definitivo, manca perchè non credo che esista, spero sempre di trovarne di nuovi acconci ad alimentare il mio consumo.
    La verticale di schiave andava a ritroso sino ad uno spaziale 1976, prossimamente ne scriverò adeguatamente… Stay tuned!

  8. ha risposto a Cristiana Lauro: il trebbiano di Valentini è il mio vino madre come dice Umberto, il più incredibile assaggiato è stato un 71, fresco e vivo, dalla beva nervosa e assolutamente appagante. Che meraviglia!

  9. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Bella lista. Giulia è spiazzante ti dirò di più che con quelle caratteristiche ed il prezzo potrebbe essere il tipo di vino che irrompe su alcuni mercati che da troppo tempo ci ingnorano. Voglio dire che se il Pievlta costa intorno ai 7 euro a Roma con la giusta scontistica e un wine merchant con le palle potrebbe costare £ 7.5 a Londra e allora si che sarebbero capperi per un certo tipo di vini Cileni o Australiani. Mi ricordo il mio primo assaggio del Boca le Piane. Una cosa clamorosa. Per rubare un termine caro al nostro umberto potenza e freschezza. Avvolgente e algido un vino torrentizio.
    Segnalo, lo sapete io tendo a volare basso, la più appagante bevuta del 2011 Barbera G. Conterno C. Francia 2008 un vino che ti mette in pace con l’anima e il corpo per cui varrebbe la definizione di secchio al quadrato.

  10. … e mi viene un po’ da sorridere. Ripenso a quando e quanto mi/ci piacque Pietramarina ’96 e ci fu detto con recisa convinzione che era “magro”. Secondo Musil “Le stesse cose ritornano”. Io penso che la modernità sia il coraggio di ritrovare gli archetipi. Nel prima e nel dopo. Allora 1) Trebbiano Valentini opera omnia, come Dumas père et fils 2) l’Etna da Nerello vecchio che borgogneggia 3) la (poca, che dolore!!) Borgogna che non parkereggia 4) tutto il Verdicchio che sa sapere di mandorla e fieno, nel tempo,senza prescia di essere né feesco né non. Che quell’uva ben trattata vuole il suo tempo, e né muscoli di palestra, né saio da francescano, superflui entrambi 4) il “più” Pecorino secondo me sta ancora a Offida, scegliete voi quale e quale anno, ma la terra là parla (e ci risiamo…) 5) gli Champagne giusti del ’96, sono moderni perché sono venuti così “malgrado” chi li ha fatti… che ancora quasi non ci credono

  11. ha risposto a antonio paolini: Bene! Antonio siamo d’accordo e in sintonia su molto… Solo una cosa, penso che nelle marche in gen e a Office in particolare il pecorino lo allunghino troppo in macerazione… Così facendo perdono buona parte dei precursori d’aroma, e lo siedono… Perdendo quelle peculiarità terpeniche che ne fanno un piccolo riesling mediterraneo!

  12. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    più che possibile, più che ragionevole, in certi casi assolutamente vero. Occhio però che più di un anello aromatico (non nei nostri casi, claro!!), se potesse parlare, confesserebbe che lui il sig. Pecorino in realtà l’ha conosciuto solo a nozze fatte…

  13. ha risposto a Cristiana Lauro: non mi arrabbio affatto Cri, so la tua idea del Monprivato… Ma la grandezza del vino è questa per me, poter spaccare nel giudizio anche abituali compagni di bicchiere. Non lo definirei anorosseco, ma magro e come diceva la duchessa di windsor ” una bella donna non è mai troppo magra o troppo ricca!… Ovviamente gioco 😀

  14. ha risposto a Gennaro Maglione: il vino di riferimento, quello che cambia il modo di vedere le cose secondo me non esiste in assoluto: bianco o rosso pari non sono

    se pensiamo all’Italia recente, quella di cui parla Alessandro, lo possiamo cercare in Toscana e magari non sarà nemmeno una gran sorpresa: io direi Sassicaia
    in bianco penso a Gravner e alla macerazione sulle bucce, copiata male da troppi cialtroni

    sul brik e le masse penso che mettere in brik un vino che Valentini scarta sia un futile esercizio di stile, diverso il discorso se il vino venisse fatto apposta per quel tipo di consumo (à la Cataldi)
    innalzare il livello dei consumi medi, quelli quotidiani di chi non legge di vino su internet. è fondamentale ma secondo me non ci si riesce limitandosi a migliorare il prodotto di massa, ci vuole uno scatto di immaginazione che porti a sognare e assaggoare l’eccellenza e in seguito modifichi gli usi normali

    @ antonio paolini: completamente d’accordo sugli Champagne 1996, un caso di scuola sul rapporto tra stile tecnica zona
    ciao pt

  15. Concordo sul boca , sul pecorino e sul verdicchio…..sul barolo direi cappellano piede franco ed il soave di pieropan ….

  16. Un post molto bello e efficace, credo che Alessandro abbia centrato un punto e vini interessanti. Il punto secondo me è la bevibilità, un valore per troppo tempo sacrificato sull’altare della potenza e struttura che sembrava il requisito a cui per anni sacrificare tutto e tutti… Per fortuna non è più così!

  17. ha risposto a Carlo Giovagnoli: il piacere di bere, in due parole è quello che Alessandro cerca e indica da tempo
    che poi alla fine è il motivo per cui si stappano le bottiglie!

    penso che i produttori che vogliono fare bene il vino oggi possano anzi debbano smettere di seguire protocolli e arrivare/tornare/continuare a fare il vino che la loro terra e la loro uva possono dare
    per troppi anni abbiamo tutti pensato che il segreto fosse in qualche tecnica e ogni novità era la migliore (ancora ieri mi hanno detto che il segreto di un ottimo produttore è che le sue barrique sono tostate “col laser”, sembra incredibile!)

    il mio problema è ora: quale vino per l’aperitivo? un vino da freddo… chi ne conosce uno buono?
    ciao pt

  18. ha risposto a paolo trimani:
    Caro Pasolo per il tuo vino da aperitivo al freddo, io applico la teoria del gelato.
    Da piccolo, a Padova, nel gelo, si mangiavano molto più gelati che d’Estate, anche se sembra un paradosso. Pancera, la gelateria rinomata della città, era affollata da cappotti e eskimo, macchiati fragola e cioccolato.
    Quindi ti consiglio di individuare il vino per te più estivo. Quello è giusto per l’aperitivo. Fai in inverno, qello che faresti in Estate.

  19. ha risposto a umberto: e allora champagne ghiacciato è la sola soluzione!
    e parlando di bollicine quali sono le bollicine del futuro?
    ieri ho assaggiato Mosnell e mi è sembrato in linea, anche la closerie andando in francia…

  20. ha risposto a Carlo Giovagnoli: Le bollicine del futuro dovranno esser dritte, puntute e nervose. Dosaggi minimi, megli ancora se inesistenti, abbandonare la puttanata dei BB e BN e tornare alla tradizione perche se no le gamme diventeranno ingestibili. Lanciare meno prodotti a listino e prolungare le soste sui lieviti. Il mosnel non è male ma prefersico gatti Millesimo e Nature. Champagne il Moncuit sfigato ovvero Robert extra brut 2005 una lama.

  21. Perdonatemi la domanda sciocca. Ma ha senso parlare di vino del futuro? Se parliamo di una automobile, possiamo dire che sarà quella che non inquinerà e avrà prestazioni ugualmente invidiabili. Perchè il concetto di innovazione è funzionale alla risoluzione di un problema.

    Anche in archiettura, forse si può ragionare analogamente, ma già scricchioliamo, perchè l’archietto risolve un problema o risponde ad una necessità ma, ecco dove scricchiola, deve anche aggiungere il bello.

    Nel vino, innovazione, e futuro mi sembrano mani che vogliono afferrare i gomiti, operazione inutile.
    Perchè?
    Banalmente perchè se in estetica il bello non è mai esclusivamente provocato dalla innovazione e certo non avrebbe senso stabilire quale sarà il bello del futuro, e nessuno si sognerebbe di farlo. in enogastronomia, la parola è buono, possiamo nascondere questa tragedia come vogliamo, ma lei rimane lì, ben piantata come una quercia.

    Allora la domanda non è quale sarà il vino del futuro(scusa la semplificazione) ma quale vino mi pacerà così tanto da azzardare la classificazione assoluta.

    E ovviamente è una domanda irrispondibile.

    Bello e buono. Che tristezza vedere queste sontuose parole umiliate e nascoste, punite perchè impronunciabili.

  22. ha risposto a umberto: Non mi di re che hai incontrano Carlin Petrini su un treno è ti ha folgorato. A parte le battute credo che la tua osservazione sia centrale. Penso che Alessandro volesse segnalare, a partire dal proprio gusto, come stiano cambiando gli orientamenti. Come sia necessario riscoprire il piacere del bere quotidiano, schietto se vuoi anche semplice ma pieno di bontà e di bellezza.

    Un suggerimento per uno dei prossimi alta fedeltà. Il futuro del commercio del vino. Perchè se vogliamo riavvicinare il mondo al bicchiere qualcosa deve cambiare anche in materia di mercato, perchè così stanti le cos non ci siamo.

  23. ha risposto a umberto: umberto non sono d’accordo, malgrado il titolo non l’abbia fatto io ma il titolista come in ogni giornale che si rispetti ;-), ha assolutamente senso parlare di vino del futuro, perchè il gusto non è inamovibile, pietrificato come la moglie di Lot… ma è dinamico e dialettico, il gusto è qualcosa che cambia, una sorta di memoria collettiva che contempla il passato il presente e il futuro… ecco io credo che vini come i cinque citati abbiano un denominatore comune: la freschezza e la beva sdrucciola e facile, credo (spero) che il futuro del consumo del vino vada in questa direzione, lo dico perchè frequentando molto le mescite per vizio e professione, noto che la gente vuole bere cose sempre più piacevoli e beverine. Insomma la speranza è riconsegnare il consumo del vino a bacco, dopo anni di gestione apollinea 😉

  24. ha risposto a jovica todorovic (teo): Secondo me tutta questa filosofia intorno ad una miscela idroalcolica è pura maniera. A me piace bere e lo faccio tutto i giorni. Diciamo le cose come stanno il problema è che in una città come Roma si può bere in 20 posti, sempre gli stessi da almeno 10 anni, tutto il resto è noia, moda. Sono stufo di andare nei posti dove per 8 euro al bicchiere bevo un vino da 2.5 + iva e sono costretto a mangiare la monnezza spacciata come aperitivo alla milanese. Ma che cacchio me ne frega a me. Datemi due buoni taralli delle buone olive e sto a posto, se poi voglio mangiare andrò a un ristorante. Qui si parla di bottigli innarivabili che io ho smesso di cercare perchè bere oggi Gaja, Masseto oppure i grandi Bordeaux e se volete Coche Dury significa fare un gran favore agli speculatori e basta badate bene non entro nel merito dela qualità parlo solo dei movimenti di mercato che in certi casi portano dei plus valori che se paragonati ai alle rendite dei Subprime dei tempi d’oro fanno passare quel momento, mortro per autocombustione, come roba per dilettanti. ecco stiamo attenti a non bruciarci anche noi. Sopratutto perchè io voglio continuare a bere.

  25. ha risposto a dito corvo: sono d’accordo… però, c’è un però, uno dei vini più buoni della mia vita l’ho assaggiato quest’anno: Coche dury bourgogne blanc 2001, per me 100/100, se ti fai un giro su internet vedi quanto costa, ancor di più quanto costerebbe alla maison? cmq diciamo che in rete lo trovi sotto i 60€, non è poco ma se po fà ;-), quanti ne trovi in giro?

  26. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Equivoco. E’ legittimo sperare che si affermi qualcosa che ci piace. Ma andrebbe detto con questa nuda e limpida presunzione. Mi piace questo vino e vorrei che piacesse a molti nel futuro.
    Non è una questione formale, ma sostanziale. Riportare al centro la proposizione (per me) è buono, come, allo stesso tempo (per me) è bello. Togliere dalle lingue del bello e del buono le incostazioni e dannarsi l’anima addentando l’osso della contraddizione più fruttuosa: è buono per me, e quindi è buono. Il per me e il per tutti.
    Diverso è dire mi auguro che si affermi una tipologia, un approccio, una filosofia.
    La radicalità soggettiva del giudizio, invoco.

  27. ha risposto a umberto: Secondo me è abbastanza chiaro. Scatti di gusto prende posizione e indica la direzione e le linee guida nelle scelte prossime venture.

  28. ha risposto a dito corvo:
    Io sono un pochino ingenuo, non ho mai pensato di interloquire con un organo del gusto, visto che l’unico che conosco, è la bocca. Più semplicemente mi fa piacere scambiare opinioni con delle persone e con quello che dicono. Tutto qui.

  29. ha risposto a umberto: Umberto non ti preoccupare ora tiro le orecchie a quel monello di Dito Corvo. Mettendo da parte le stupidate credo che parlando del percepito non si possa che parlare di qualcosa di soggettivo. Il bello dell’Oggettività della Soggettività del canoninico o del normale consiste, a mio avviso, che il tutto è paragonabile ai muscoli, se fermi si atrofizzano, perdono la capacità di muoversi se tenuti in esercizio possono produrre risultati inattesi. Credo che l’aspetto di queste chiacchere, che molti potrebbero considererare, vuote, sia cercare di spingersi sempre oltre la staccionata e possibilmente allargare gli orizzonti del percepito. Tutto il resto è tara, convenzione, allineamento, canonizzazione insomma roba per altri.

  30. ha risposto a umberto: ma qui non stiamo parlando di “radicalità soggettiva del giudizio”, ma appunto di approccio… di tipologia! Vedi Umberto quello che tu sembri dimenticare è una cosa che so ti farà orrore: il vino non è solo un fatto privato, ma anche una questione pubblica intorno alla quale ruotano molte questioni 😉

  31. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    La postazione del bevitore e la postazione del critico, come nella recente discussione, non può che produrre un effetto simile alle figure della gestalt. Dove tu bevi una positiva tendenza di gusto, io bevo vino buono. Ma stiamo bevendo lo stesso vino.
    Non credo sia componibile, e forse non è male.

  32. ha risposto a umberto: Secondo me il fatto di poter giudicare il bicchiere e saper andare oltre a quello e anzi spingersi sempre di più nei perchè e per come trascendendo la valutazione o se vuoi l’apprezzamento del liquido stesso non è inficiante ai fini del puro godimento. Sono due fasi se vuoi distanti, ma non necessariamente, dell’approccio curioso e attivo (la parola critico) non mi piace di relazionarsi al bicchiere.
    Non so quanto il tuo approccio lirico e il teutonico pragmatismo di Ale siano poi così distanti. entrambi cercate il piacere con coscenza l’uno decide volontariamente di fermarsi a questa fase Umberto, l’altro si chiede come fare in modo che anche gli altri lo possano raggiungere per condividerlo. Fatevi questa domanda se parlassimo di cinema e letteratura le posizioni di Alessandro e le mie sarebbero più vicine a quelle di Umberto e le tue Umberto potrebbero essere vicine a quelle nostre nei rispettivi campi. Il punto è che dosiamo la sete in modo diverso per diversi interessi.

  33. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Intendo dire che il manuale del ricarico perfetto non dovrebbe esistere. Gli esempi di quanto, invece e mio malgrado, questo sia ancora radicato sono evidenti a tutti. Sono cambiati i consumi i numeri il modo di acquistare ma si è mantenuta la formula dell’elaborazione del prezzo. Intendo dire che un ristorante e parlo di Roma, sfrutta tutto lo spazio possibile per i tavoli o comunque per monetarizzare lo spazio, rimane, dunque, ben poco spazio per la cantina. Questo problema è centrale perchè spinge o rostoratori ad acquistare quantitativi minimi e strutturare approvigionamenti quotidiani che potrebbero sostanzialemente essere equiparabili a lavorare sul venduto. Ecco allora mi chiedo. Se non ho i costi della cantina, e non ho i costi della gestione della cantina, non affronto gli oneri finanziari derivanti dall’immobilizzazione dei capitali e tutta una serie di altre problematiche connesse alla gestione spicciola perchè caspita ricarico dla 200% al 300%. Qual’è il senso? Funziona. Credo che il problema italiano consista che non vi è alcuna strutturazione del mercato il che espone tutta la filiera egualmente agli stessi rischi condannando il mercato ad una sostanziale immobilità

  34. ha risposto a jovica todorovic (teo): Teo, vado oltre e lancio una provocazione… Ma qualcuno sa spiegarmi perché spesso i ristoratori pensano di guadagnare di più sul vino, che sul frutto della loro arte il cibo? Se guardate un menù di un qualsiasi ristorante (dar buiaccaro al gommato) i primi piatti vanno in un range tra i 10 e i 30 (con possibilità di variazione in alto e in basso minima), vogliamo fare lo stesso gioco su una bottiglia di vino medio… 😉

  35. ha risposto a jovica todorovic (teo):
    Caro Teo, ridotta all’osso, semplificando e tagliando anche l’accetta con il colpo, il mondo si divide, per me, in due fronti, non contrapposti, ma separati. Chi fa e chi giudica il lavoro altrui.
    Io bevo e dò parola al piacere di quel bere, quel vino, in quell’attimo. Come guardo un film e dico se mi piace o no, e non mi sentirai mai dedurre teorie generali. Perchè poichè “faccio” i film, evito accuratamente ragionaenti generali. Che leggo con piacere da chi ragiona sui film.
    Con il bere, è la stessa cosa. Rivendico con orgoglio la “radicalità soggettiva” del bere da bevitore. Che dentro ad un bicchiere, quel bicchiere, trova il mondo. Come mi affascina ascoltare chi quando beve quel bicchiere contemporaneamente beve mille altri bicchieri che mette in relazione tra loro.

    Il punto cruciale è. Poichè un vino (a parte cosa racconta che è faccenda assai scivolosa e che una volta vorrei affrontare seriamente)essendo un alimento è iscritto d’ufficio all’esame del buono e del cattivo, il sapere che nasce dal confronto produce un giudizio ineluttabilmente più plausibile di quello di chi non confronta quel bicchiere con altri bicchieri?
    Quello che cerco di capire, in buona sostanza, è:conoscere come si fa una cosa aiuta a giudicarne la qualità?
    Una volta mi piacerebbe provare a mettere in pratica il giudizio teoria esistenzialista con il giudizio gnoseologico e vedere se e di quanto i risultati cambiano.

  36. ha risposto a umberto: umbe secondo me è come una cipolla… si sfoglia e via via che si arriva al cuore è sempre più dolce e succosa… questo non toglie l’assoluto piacere delle foglie esterne, verticali e pungenti, con una nota di clorofilla più intensa e golosa… insomma quando ho letto il primo racconto di Carver in vita mia (credo sia stato cattedrale) è stato folgorazione, gioia e piacere allo stato puro… via via che leggevo gli altri non potevo fare a meno di metterli in relazione, la gioia è stata meno viscerale e stupita, ma anche più sottile e profonda!

  37. ha risposto a umberto: Se mi voui convincere che questo è il tuo approccio alle cose, e sara impresa difficile, ti faccio un pernacchione per direttissima

    O greggia mia che posi, oh te beata,
    Che la miseria tua, credo, non sai!
    Quanta invidia ti porto!
    Non sol perchè d’affanno
    Quasi libera vai;
    Ch’ogni stento, ogni danno,
    Ogni estremo timor subito scordi;
    Ma più perchè giammai tedio non provi.
    Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe,
    Tu se’ queta e contenta;
    E gran parte dell’anno
    Senza noia consumi in quello stato.
    Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra,
    E un fastidio m’ingombra
    La mente, ed uno spron quasi mi punge
    Sì che, sedendo, più che mai son lunge
    Da trovar pace o loco.
    E pur nulla non bramo,
    E non ho fino a qui cagion di pianto.
    Quel che tu goda o quanto,
    Non so già dir; ma fortunata sei.
    Ed io godo ancor poco,
    O greggia mia, nè di ciò sol mi lagno.
    Se tu parlar sapessi, io chiederei:
    Dimmi: perchè giacendo
    A bell’agio, ozioso,
    S’appaga ogni animale;
    Me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale?

    Suvvia siamo seri. Abbiamo già una volta discusso su sta storia dell’ora e supido del godere senza paragonare del apprezzare senza sapere che famio riduciamo tutto all’istinto e namio!!!!

  38. ha risposto a umberto: Caro umberto se tu non sapessi come viene fatto il vino di Gravner e in un osteria di padova qualcuno te ne portasse un bicchiere senza sapere di che cosa si tratta come reagiresti d’istinto.

  39. ha risposto a jovica todorovic (teo): solo una cosa, nella divisione draconiana di Umberto, si è dimenticato che ognuno di noi può essere insieme e in campiti diversi uno che fa e uno che giudica… per esempio quando si decide quale vino bere si è uno che giudica e sceglie 😉

  40. ha risposto a jovica todorovic (teo): io me lo scolerei… su questo argomento penso che il primo approccio al bicchiere sia e debba tornare ad essere compito di Dioniso! Dobbiamo dimenticare l’approccio apollineo, per un ottimo motivo: abbassa il consumo di vino e la sua percezione come una cosa normale e piacevole…

  41. ha risposto a Alessandro Bocchetti: che caciara io ti parlo di leopardi e tu mi rispondi ammiccando a Nietzsche per poi spingermi a riscoprire le piccole cose, scivolando su Umberto e abbracciando quasi il Pascoli.
    Io in fondo credo che l’unico motivo dei nostri scambi e del conseguente divertimento e che al di la di quello che noi si dica e si pensi il vino e il cibo sono uno spunto una specie di diavolina che serve ad alimentare le nostre chiacchere è de proprio questo che, a mio avviso dovrebbe caratterizzare il vino. Mi piace pensarlo come un divertante compagno di giochi più che un oprimente cagacazzi anziano.

  42. Ragazzi, ma secondo voi io cambio gusto se so che quel vino è fatto nelle anfore di sto cazzo? Qualndo lo so, NON MI SPIEGO il motivo del mio piacere o del mio disgusto. AGGIUNGO un elemento meraviglioso di conoscenza.
    A Padova averi detto “Ostia che buono, ma è anche tanto stranetto” Lo stranetto concerne alla spiegazione dello stranetto, non del buono.
    Il buono parla all’anima del bevitore.
    Per Ale: certo che ci sono persone che pèossono fare entrambe le cose. In enogastronomia sicuro. In letteratura per esempio già molto meno e le eccellenze sono molto rare.
    In pittura credo sia impossibile.

  43. ha risposto a umberto: Mizzica, vi siete ingarellati bene, bene. a saperlo ieri invece della pasticca di Tavor per dormire mi sarei connesso in rete. ;-)))

  44. ha risposto a ilcobranonèunserpente:
    La discussione oziosa, è un sublime getso artistico, che pochi, sanno praticare con la dovuta grazia e la dovuta inutilità.
    Quasi tutto il bello e il giusto, sono concimate dallle parole oziose, senza le quali, c’è solo una apparente concretezza e una inautentica utilità.

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