Eurispes, nell’Italia più povera e feudale, una speranza: l’agroalimentareTempo di lettura: 3 min

Nell’Italia che l’Eurispes ci racconta in questi giorni, impoverita, feudale, che rallenta il suo cammino “come fa istintivamente il guidatore quando imbocca nel tunnel la curva e non vede l’uscita”, nel Paese che si è “fattivamente adoperato per distruggere quello che era stato costruito”, dove la classe dirigente ha “una grande consapevolezza di sé e nessuna dei problemi generali”, nel Belpaese dove le stanze dei bottoni si aprono per “meccanismi ereditari di ‘cooptazione benevola’ (leggi raccomandazione)”, c’è un tesoro, un diamante, una risorsa, una speranza: l’agroalimentare.

Non è certo una scoperta dell’Eurispes, come non lo è il turismo, il design, la moda, le botteghe artigiane, in una parola il Made in Italy. Solo che nelle pieghe dei numeri si fa largo, nero su bianco, una preoccupazione, un presentimento, un dubbio: e se riuscissimo a distruggere anche questo? E’ (quasi) accaduto per il turismo, altra gemma dello Stivale, “eroso negli ultimi quindici anni” per colpa del “degrado ambientale e urbanistico”.

C’era una volta l’Italia del Dopoguerra. C’era una volta un modello di sviluppo che “ha prodotto risultati straordinari”, “variante originale e autoctona del capitalismo occidentale, genialmente adattato ad una realtà del tutto sprovvista di materie prime”. Quell’Italia non c’è più da tempo perché “si sono modificate tutte le ragioni dello scambio sui mercati internazionali”.

Il punto è proprio questo. In un paese povero di materie prime e in un mondo che, dopo il crollo dell”economia di carta’, ha riscoperto le commodities (oltre a quelle agricole e energetiche, in crescita anche la triade NPK, Azoto, Forforo e Potassio, indispensabili per produrre fertilizzanti agricoli per un’agricoltura destinata a sfamare una popolazione globale in crescita), di carte da giocare l’Italia non ne ha molte. Oltre il paesaggio, l’arte, la storia e l’archeologia, risorse inesauribili più dell’oro, dell’azoto, del fosforo e del potassio, ci sono il cibo e il vino. Che pesano come macigni sulla nostra economia. “I prodotti dell’industria agro-alimentare e delle bevande”, si legge nel rapporto dell’Eurispes, incidono per oltre il 50% sul valore complessivo delle esportazioni dell’Italia nel mondo (57,5% nel 2009). L’Italia importa materie prime agricole non lavorate più di quante non ne esporti ma vende all’estero prodotti dell’industria agro-alimentare in quantità superiore rispetto a quelli importati e il surplus del commercio estero è aumentato del 98% negli ultimi 15 anni.

Un atout che potrebbe crescere ancora se solo si riuscisse a rosicchiare una quota delle risorse divorate dall’Italian Sounding, quella forma di pirateria agroalimentare che si alimenta di parole, slogan, immagini, denominazioni geografiche, simboli del made in Italy, ingannando i palati di tutto il mondo con Regianiti, Parmesao, palente, Brunetto, Napoli Tomato e Prisecco.

“Sarebbe sufficiente recuperare”, calcola l’Eurispes, “il 6,5% dell’attuale volume d’affari dell’Italian Sounding per raggiungere il pareggio della bilancia commerciale del settore agroalimentare, con effetti positivi su tutto il sistema Paese”.

Impresa non facile (e qui torna in soccorso l’istantanea scattata dall’Eurispes) in un’Italia che vive, come ricorda il Presidente Gian Maria Fara, “una grave crisi politico-istituzionale, economica e sociale. Tre percorsi di crisi che si intrecciano, si alimentano e si avviluppano l’uno con l’altro fino a formare un tutt’uno solido, resistente, refrattario ad ogni tentativo di districarlo, di venirne a capo”.

Fonte: Eurispes

Foto: Anmvioggi, i-italy.org

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