L’Unità d’Italia tra web 2.0 e gastronomia impara dalla lezione di Benigni?

Celebrare il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia significa diverse cose: significa verificare da dove veniamo, ma anche dove siamo arrivati e dove andiamo. E quando si visita l’Ansaldo si vede che di strada ne abbiamo fatta tanta. (Giorgio Napolitano)

Cazzo! Sono le sette della mattina e si fischia dal freddo alla stazione di Bolzano. Aspetto il treno che mi porterà a Pescara. Ieri cena al St Hub, straordinaria come sempre, Norbert è un amico, ma soprattutto un grande cuoco, che ha creato una grande casa ad un passo dal Brennero. Però mi sento a casa mia come al lido Serenella di Francavilla al mare. Oggi otto ore di treno, per andare a presenziare alla maialata di Peppino Tinari. Detta così sembra chissà che, una roba in stile Bunga Bunga. Invece si tratta di cucinamenti e ammazzamenti dei maiali neri che Villa Maiella alleva. Una tradizionale mangiata pantagruelica, secondo un antico rito contadino che ogni anno si rinnova con la partecipazione di Vittorio Fusari. Domani cena da un produttore di vino, e poi di corsa a Roma.

Chi me lo fa fare? Certo non i denari, neanche la fama, tantomeno la fame… Ma l’entusiasmo della consapevolezza che stiamo vivendo un periodo magico della cucina italiana, di cui noi siamo un minuscolo ingranaggio. Ripenso alla lezione di storia a Sanremo del folletto Benigni. E non posso fare a meno di pensare allo stivale così separato ed insieme così unito nella rinascita di una nuova cucina italiana. Una straordinaria cucina che si nutre di innovazione, tradizione, materie prime, storie, persone, luoghi, panorami e sapienze: il tutto miscelato e composto, non necessariamente in quest’ordine, ma per una ricetta riconoscibile e comune. La cucina italiana.

Dalla Sicilia desolata di Licata, ai paesaggi dolomitici di San Cassiano, una sottile linea rossa lega tutti i nomi e i volti che vi vengono in mente. Come in quei giochi di quando ero piccolo, unendo le linee tra un punto all’altro ne esce un’immagine. Ecco è l’immagine dell’Italia Gastronomica. Non ha senso parlare di tradizione, di innovazione, di filiera corta, di tecnica contro manualità. Nelle ricette di questi cuochi, ci sono tutte queste cose e molto di più, c’è uno scambio continuo ed indefesso tra di loro. Si scambiano prodotti, tecniche, lazzi e scherzi in un clima di condivisione che fa molto bene alla crescita comune.

Seduto nel vagone, rifletto su tutto ciò. Non posso fare a meno di sentirmi orgoglioso di far parte (anche se in minima parte) di questo risorgimento gastronomico. Ma non posso neanche fare a meno di pensare che proprio noi, che cerchiamo di comunicare questa straordinaria temperie, siamo colpevoli. Responsabili di non saper ricreare, tra noi, questo sistema di condivisione e amicizia che tanto farebbe bene alla comunicazione di questo straordinario momento. Continuiamo con le nostre sciocche faide, nelle via Pàl inutili e stanche. Che hanno come unico effetto remare contro quella affermazione che la nostra cucina merita.

Sono stanco delle inutili beghe che leggo. Stufo dei piriti e lazzi che si alzano sonori nel mondo della comunicazione enogastronomica. Delle continue dicotomia tra molecolari e tradizionali, innovatori e conservatori, chimici e naturali. Di tutta una paraphelenaria che non serve a niente se non a taluni ego ipertrofici.

Questo sarebbe il momento dell’unità, non della divisione. Il momento di fondare (finalmente) quella grandezza italiana, che la nostra storia, ricchezza e presente gastronomico meritano. Quella che già esiste lungo quel filo rosso e che solo le beghe di cortile faticano ad affermare come meritano. Suvvia amici, uno scatto di reni, un moto d’orgogli e mettendo via piccoli interessi, inutili ai più, cerchiamo veramente di fare la nostra parte, quella che serve per il Risorgimento Gastronomico Italiano!

Cazzo fa freddo, il treno inizia a partire, il riscaldamento parte e io sorrido… Guardiagrele aspettami, arrivo!

Foto Italia pizza: alfonsinadefelice.com

8 Commenti

  1. beh mi sembra che le osservazioni di Alessandro si possano benissimo applicare alla nostra politica (o forse semplicemente la riflettono?

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