Black Mamba. Vino biodinamico, che bello avere torto (ogni tanto)!

Tempo di lettura: 7 minuti

Qualche tempo fa esordivo su questo web magazine con un post dal titolo: “Perché il Sangiovese mi piace sempre meno?” La scorsa settimana, invece, mi sono lasciata trascinare in una discussione (avvincente a dire il vero!) che nasceva da una personale ammissione. Per sommi capi, suonava così: sono refrattaria ai vini ossidativi e tengo a debita distanza il vino naturale o biodinamico, quando fa scopa con l’ideologia perché non amo in generale la difesa di posizioni ideologiche solo in quanto tali. Bevo il vino che mi piace, se poi è naturale, biologico o biodinamico lo scopro dopo, non voglio riconoscere il metodo nel bicchiere. Molte riflessioni su Scatti di Vino sono state giustamente avviate da un post bellissimo di Paolo Trimani di alcuni mesi fa dal titolo “Naturali o gasati”, di argomento decisamente attuale. Senza sentire la necessità di ribadire che sono protettrice della laicità e non solo nel vino, ma come atteggiamento generale nella vita (concetto che ho chiarito più volte) prendo spunto dalle recenti discussioni per concludere che nulla ha più intima bellezza dell’avere torto e io spesso ho torto, è uno dei miei talenti inutili. Ne ho avuta chiara persuasione l’altra sera al Goccetto di Roma, la mia mescita di elezione, dove mi rifugio spesso e volentieri alla ricerca di vino buono, in santa pace, con facce amiche (e amici veri più delle facce!) e dove, non di rado, Sergio Ceccarelli, mi insegna qualcosa che non sapevo. Sergio questa volta mi ha fatto provare un vino che non bevevo da almeno tre anni, il Chianti Classico di Querciabella. Ho assaggiato l’annata 2008…Biodinamico! Ah Ah!

Principiamo col dire, per fugare ogni dubbio e riagganciare il monito del mio amico Crotalo il quale ricorda: i vini buoni sono quelli che finiscono, che fra una chiacchiera e l’altra con Anna e Sergio, mi sono scolata quasi due bottiglie da sola. Questo vino è perfetto, pulito, netto, tipico e riconducibile al suo territorio. Ha un frutto generoso mai sovrabbondante, elegante, gestito con una maestria che mi ha riportato ad altre grandi bottiglie di Querciabella, come Camartina, che è un bel vino e meriterebbe di essere ricordato più spesso. Il Chianti Classico Querciabella 2008 è un Sangiovese fuoriclasse, un esempio di equilibrio perfetto fra struttura, acidità, alcolicità e aggiungo beva, perché la bevibilità di un vino è un canone di preferenza, secondo me, con buona pace della curva sud.

In un attimo solo ho fatto pulizia di tante polemiche fra naturali o gasati, per dirla con Trimani che vi invito a rispolverare su Scatti di Vino, e ripensandoci, quest’anno mi sono imbattuta in grandi vini che per un verso o per l’altro si inseriscono nella categoria naturali. Bourgogne Coche Dury 2001, bevuto da Massimo Bottura all’Osteria Francescana di Modena, fantastico ed è solo il vino base, diciamo. Dovrei evitare la citazione di vini abruzzesi perché sono stata tacciata di simpatie eccessive nei confronti dell’Abruzzo, quando invece credo sia molto più serio arginare i dubbi e lasciare spazio a chi non dimentica una regione che solo due anni fa è stata messa in ginocchio da un terremoto devastante e che sta tuttora pagando il prezzo di una terribile calamità naturale contro la quale nulla possiamo (ahinoi quanto siamo piccoli!) Parlo di un’economia messa ko i cui effetti sono ancora in pieno corso, e di una stampa, che spreca quintali di carta per parlare di Ruby relegando l’Abruzzo all’oblio, dimenticato da tutti, come se nulla fosse successo, …Black Mamba, a tal proposito, taglia le polemiche, si fregia di infischiarsene e parla ancora una volta di un vino abruzzese: Montepulciano d’Abruzzo Valentini 2006, un gigante…Fatevi sotto stavolta, se ne avete il coraggio!

Valentini 2006 mi ha accolta alla Reserve di Alessandro Bocchetti, uno dei centri termali più belli d’Italia, dove ovviamente Black Mamba non si reca per fare trattamenti ma per partecipare a degustazioni (Très chic!). Ricordo volentieri quella sera dello scorso mese di Luglio. Sono partita da Roma dopo acconcio aperitivo da Roscioli, ascoltando Franck Zappa a tutto volume, col navigatore più sbronzo di me che mi ripeteva di fare inversione a U senza una vera ragione (cosa che ho compreso per prove ed errori solo dopo 18 tentativi…Quindi la mia intelligenza è inferiore a quella dei topolini di Spitz!) Mi sono persa fra gli orsi marsicani i quali non parlano (non so se lo sapete) e in situazioni come questa raggiungono il loro massimo grado di inefficienza e inutilità. Un cinghiale con aria saccente mi ha fatto cenno in una direzione, ma io, da quella perspicace che sono, fissando il suo sguardo e reputandolo infido (se c’è una cosa che ho imparato nella vita è a non fidarmi dei cinghiali!) ho preso la direzione opposta e dopo 7 ore sono arrivata a destinazione…Ora che ci penso a mente fredda, non senza autocritica, concepisco la remota possibilità che il cinghiale non avesse tutti i torti. All’arrivo gli amici mi attendevano con la bottiglia aperta, a quel punto sufficientemente ossigenata e mi sono imbattuta in un vino spaziale e la morale di questa storia è che né orsi, né cinghiali hanno chiara percezione di quale orribile condanna sia l’essere astemi. Peggio per loro!

Premesso che Francesco Valentini rifiuta qualsiasi etichetta di produttore di vini naturali e si considera un tradizionale ( ma io dico che lui è Valentini e basta!) mi sovviene una riflessione alla quale non posso sottrarmi. Come devo considerare il fatto che questi vini mi piacciano molto? Devo inserire il dato nel registro delle anomalie o ripensare il mio punto di vista sui vini naturali? Se dico che Querciabella è molto buono, devo di conseguenza mettere in crisi il mio punto di vista generale? E’ più facile deformare il giudizio sul caso specifico, no? Lo chiedo anche a voi: esiste uno stilema? Non è facile darsi una risposta, forse è vero che non esiste il vino buono per come è fatto, non è il metodo che decide. Anzi, aggiungo che il metodo non voglio nemmeno riconoscerlo. Non posso giustificare un difetto con la naturalità, un difetto è un difetto e quindi il vino non mi piace. Querciabella non ha difetti, è solo molto buono! Nelle grandi opere, se ci pensate, il metodo è nascosto. La città di Venezia è stata fatta deviando il fiume Po, pensate che opera incredibile! Ma voi dinanzi a sì tale meraviglia dite che è bella e basta, avete solo una percezione estetica ed estatica. Il metodo non si vede, si dimentica e io penso che questo dovrebbe valere anche per i vini.

Tempo fa da Settembrini a Roma ho riassaggiato la Malvasia di Skerk, accidenti che vino! Una malvasia istriana del Carso che stupisce per quanto sia cristallina in barba alla macerazione sulle bucce che in genere non amo. Vino asciutto, dove si sente la roccia, cioè il suo territorio. Attenzione, ho detto il “suo territorio”, che è diverso da dire “il territorio”. Quando bevo Barolo Brunate Le coste di Giuseppe Rinaldi, sento la sua terra. Lo stesso potrei dire, volgendomi al sud, di Es di Gianfranco Fino, tradizionale, quindi al confine con la definizione di naturale ( che in fondo continua a non convincermi) ma prodotto con viticoltura rigorosa e attenta nonchè lieve mano in cantina. Per me questi sono vini eccellenti, mi piacciono e li bevo. Il metodo, mi riguarda ma solo dopo essermi accorta della bellezza di quel vino. Come a Venezia, tale e quale!

Temo che questa faccenda del vino naturale in Italia sia prevalentemente un problema di marketing e per questo non mi convince. Il buono non è detto che abbia a che fare col giusto…La natura nasce storta, sono gli uomini che la raddrizzano. Violentare il naturale per forgiarlo…Occhio Confucio, perché mi devi un Crodino!

Amici, assaggiate il Chianti di Querciabella 2008 se non l’avete già fatto e sentite cos’è. Che bello non aver paura di avere torto!
Parola di Black Mamba!

103 Commenti

  1. Il Chianti di querciabella è una meraviglia… L’ho assaggiato l’altra sera è mi ha conquistato con un frutto intenso e preciso…

  2. Grande Black Mamba! Da incorniciare…
    Continuo a dire che non esistono metodi giusti e metodi sbagliati, i metodi sono neutri dipende da come si interpretano! Cmq i vini che hai citato sono spettacolari, ed è un fatto che mi da da pensare è che oltre la metà dei vini che bevo con maggiore gioia vengono da coltivazioni non convenzionali e da vinificazioni artigianali… Sarà un caso, non credo! 😉
    Ma non avevamo parlato di una degustazione naturali/gasati? Trepido 😉

  3. Mi sono imbattuto in un altro grande Chianti in questi gg… Montesecondo 2008, fantastico, vivo e nervoso, il solo rischio è berne qualche secchio!

  4. I vini di Querciabella sono sempre stati molto buoni, anche Camartina mi piace molto. Cri, il pezzo è molto lungo, però mi piace che tu dica: che bello avere torto, soprattutto non avere paura di avere torto, non solo di ammetterlo. Baci

  5. ha risposto a Giacomo: Ma quale convento! E’ casa mia e quella suora è Santa Lucia. Proprio ieri sera con nutrito gruppo di bevitori, abbiamo provato Camartina 2004, non lo bevevo dall’annata 1997, pensa un po’. Grande vino, purtroppo dimenticato. Abbiamo anche riaperto Valentini 2006, all’inizio puzzava da morire, ma dopo un quarto d’ora è uscito un vino spaziale. Per me questa è la migliore annata che ha prodotto Valentini di Montepulciano.

  6. ha risposto a Alessandro Bocchetti: E’ vero, i metodi sono neutri ed è sacrosanto riconoscere il vitigno in un vino, non il metodo. Sono d’accordo con voi e questo secondo me chiude serenamente la polemica e con buon senso.

  7. Ma quando la fate allora questa degustazione? Io vorrei partecipare se possibile. O ve li bevete per i fatti vostri? Avvertite!!!!

  8. ha risposto a Cristiana Lauro:
    Ciao Cristiana,
    ti leggo sempre con attenzione perchè non sei banale e pressapochista però quando si parla di Valentini si parla di un mio amico è sono costretto a scendere in campo. Innanzitutto parli di montepulciano 2006 ma la foto è dellla bottiglia di trebbiano (occhio: noi lettori controlliamo tutto…) e poi il 2006 per me è assolutamente la peggiore espressione di Valentini. Non ti arrabbiare ma il Montepulciano di Valentini esce dopo 20 anni e siccome il tempo è tiranno, la prossima volta che invito Alessandro a cena a casa, ti chiamo così davanti ad un 1988, 1992, 1995 parliamo di “questo piccolo amore” che è il 2006.
    a presto

  9. ha risposto a luca panunzio: ciao Luca
    ma parli di “peggiore espressione” per il 2006 di Valentini perché è molto giovane o perché non ti è piaciuto?
    le annate che citi sono grandi e dalla mia esperienza aggiungo la 1985 che un paio d’anni fa ho trovato affascinante giovane matura
    però a me la 2006 mi è piaciuta proprio, l’ho trovata nuova e molto ben definita
    chiarisci, ti prego! 🙂 pt

  10. meno male che c’hai avuto er fegato de fa marcia indietro!
    basta co’sti vini pettinati
    basta co’ste bocce tutte fiche
    daje cor vino vero!

  11. Ottimo il Querciabella indiscutibile il Valentini, ma una nota generale: che importa se sia naturale, biodinamico, tradizionale, artigianale o artefatto? L’importante è che sia buono! L’unicxa distinzione possibile è tra vino buono e vino non buono o per citare tra quello che finisce e quello che resta in caraffa (rido)

    Black Mamba a quando un articolo tra chianti delle due sponde? Vediamo chi vince!

  12. Non sono d’accordo sul fatto che il metodo sia neutro. La cultura, in questo caso materiale, ed il ruolo dell’uomo non è neutro, è decisivo. Il vitigno non basta. Nel concetto francese di terroir c’è anche l’uomo e la tradizione che comprende metodi viticoli ed enologici, non dimentichiamolo. Sulla biodinamica diciamo alto e forte che esistono vini biodinamici che non sono solo “buoni” ma che rappresentano territori e tradizioni e che sono veri monumenti della vitienologia internazionale. Uno per tutti? Romanèe Conti. Poi i vini di Zind Humbrecht, di Chave, alcuni di Guigal, in California Eisele Vineyard di Bernt Araujo. In Italia i vini di Querciabella, ma anche quelli della Tenuta di Valgiano e Le Zalte di Ruggero Brunori. Valentini non è un produttore biodinamico, come non lo è Josko Gravner. Fanno vini nel rispetto della natura, questo sì, ma non determinati dalla filosofia biodinamica, che non è solo un metodo viticolo, ma uno stile di vita, un po’ come la macrobiotica o lo yoga.

  13. ha risposto a cernilli: Daniele, credo che il titolo si riferisca a querciabella che è dichiaratamente biodinamico, ed è stato lo spunto per l’articolo di cristiana. Nessuno dice che Valentini sia biodinamico…
    Per quanto riguarda la neutralità del metodo, credo che debba argomentare meglio: m iriferivo velocemente ad un discorso già fatto su queste pagine, ma che alcuni non hanno letto. Mi scuso… Nel dire che il metodo è neutro, non intendo che non conti… Conta eccome! La natura dell’uva sarebbe andare in aceto 😉 ma neutro nel senso che secondo me, non esiste un metodo buono in se, o cattivo in se. Ma dipende, appunto, dall’utilizzo… Nel vino come nella vita. Basti pensare a Fermi…

  14. ha risposto a cernilli: Valentini non è biodinamico e nel post è scritto chiaramente. Valentini è Valentini, punto. Francesco alla mia ultima degustazione di Trebbiani all’Ais l’ha detto senza mezzi termini di non essere nè naturale, nè biodinamico.Il titolo si riferisce a Querciabella. Gravner, in genere, dalla curva sud, viene considerato “naturale”, termine che non amo, ma non è biodinamico. Sul metodo vorrei chiarire: ritengo sia neutro ma non trasparente e non voglio riconoscere il metodo nel bicchiere, o meglio, non mi importa. Nel bicchiere voglio riconoscere vitigno e territorio, possibilmente. In questo senso dico che Querciabella è un vino esemplare, che chiarisce la mia posizione. E’ incontrovertibile: senza metodo l’uva si trasforma in aceto…che poi è il vero vino naturale! Con buona pace della curva sud. ;-)))

  15. “Lo chiedo anche a voi: esiste uno stilema?… forse è vero che non esiste il vino buono per come è fatto, non è il metodo che decide. … Non posso giustificare un difetto con la naturalità, un difetto è un difetto e quindi il vino non mi piace.”

    E’ una bella domanda, e trovo che alle domande belle si debba tentare almeno una risposta, anche se sarà, come regola vuole, ovviamente peggiore della bella domanda.

    Risponderei così. Il metodo si vede, nel vino e in ogni gesto, quando la personalità dell’autore è più debole delle procedure che utilizza.
    La scuola idraulica della Repubblica di Venezia, come Valentini, come Fellini, possiedono una personalità così potente, da, passatemi la licenza, essere paragonabile alla “voce” di uno scrittore. Bene, la voce, declinata in questo senso, quando c’è, copre le procedure nascoste perchè, ecco il punto, gli stessi autori, se indagati nel corso del loro lavoro, mostrerebbero alcune per nulla razionali.
    E quindi le scelte metodologiche, non solo non sono visibili, ma non sono nemmeno a loro del tutto note.

    Invece. Quando si ha in bocca o davanti agli occhi, vini e opere che non hanno un autore di grandissima personalità, pur essendo, attenzione, opere eccellenti, tutto ciò che sta dietro, prima, a fianco, è tutto presente e visibile. Non c’è nulla di cui non si possa dire. Non c’è l’indicibile.

    Prova: del Chianti eccellente degustato, tutta la sua storia sembra dicibile, infatti è stata magnificamente raccontata, qui.
    Di Valentini, ormai, e anche dalla mia esperienza piccola di bevitore, non si racconta nulla, se non farne il confronto tra annate e lui stesso, mi sembra di capire, si ribellerebbe ad ogni etichetta che ne definisse la sua opera.
    Cioè: l’autore non ha stilema, il buon realizzatore si appoggia sempre ad uno stilema e rispetto allo stilema viene giudicato.

    Banalmente questa è la differenza tra prototipi e tipi.

    Per rispondere alla domanda, aggiungo che secondo me, nel vino d’autore, o prototipo, il difetto, seppur rigettato giustamente, deve essere interpretato come “caratteristica”, mentre nel tipo, è solo difetto.

    Fellini o Valentini, possono non piacere affatto, ma nessuno direbbe che non piacciono perchè sono difettosi, in quanto la personalità non è mai difettosa, perchè la personalità non ha mai canone o stilema di riferimento.

  16. ha risposto a Gennaro Maglione: Caro Gennaro, stavo giusto pensando a un post sul Chianti e seguirò la linea da te indicata, trovo sia un argomento interessante. Per me lo è. Poi non mi dispiacerebbe che si ricominciasse a parlare un po’ di Toscana, partendo proprio dal Chianti.

  17. ha risposto a cernilli: Direttore, non so se era riferito a me ma sono d’accordo. Il comportamento umano influisce però io preferisco guardare al risultato piuttosto che a concentrarmi sugli antefatti. Mi posso meraviogliare se penso che gravner mette il vino in anfore georgiane o se cataldi madonna raffredda il suo pecorino piuttosto che biondi santi pensi al brunello come al suo sangue e alla sua linfa. Però io sono un semplice consumatore che davanti a uno scaffale di un’enoteca penso alle sensazioni che un vino mi ha dato piuttosto (e qui c’è la vostra influenza di critici e narratori) quello che è stato detto.

    Ecco, forse bisognerebbe immedesimarsi anche nel consumatore che dice mi piace, non mi piace solo per aver stappato la bottiglia e non per aver fatto una disamina tecnica! (sorriso)

  18. ha risposto a umberto: Ecco una risposta interessante e che mi piace. Intanto perchè risponde (e non tutte le risposte lo fanno) in maniera esauriente. Spero la leggano con attenzione perchè per me, che ho scritto il post, fa parte dell’articolo, andrebbe inserita nel mio pezzo, non fra i commenti dei lettori. Grazie Umberto!

  19. ha risposto a cernilli: Ps continuo la mia battaglia solitaria, visto che tutti usano la definizione di vino biodinamico: non esistono vini biodinamici, ma vini provenienti da agricoltura biodinamica. La biodinamica è la parte che si occupa della coltivazione della terra e dell’allevamento del pensiero steineriano. La biodinamica (ortodossa) non si occupa divinificazione ma di coltivazione… Anche perché nella antroposofia non è che l’alcool sia poi cosí apprezzato… 😉 per accedere ai livelli ultimi di conoscenza del goetheaum bisogna astenersi dal consumo… Cosa che mi fa capire che non fa per me’ malgrado gli sforzi :-D.
    Cmq ha ragione Daniele, alcuni dei vini provenienti da quella agricoltura sono dei capolavori, ma aggiungo anche il latte, la carne o le mele… La biodinamica da dei prodotti dalla qualità sorprendente!

  20. scusate mi sto impicciando con la tastiera e sono un po’ lento a scrivere per cui vedo le risposte degli altri dopo.

    Sì intendevo le sponde senese e fiorentina. una cosa da galletti, insomma!! (sorrido, :-9 )

  21. ha risposto a Giacomo: No Giacomo la biodinamica non c’entra con le tecniche di vinificazione, ma c’entra eccome con il vino, in quanto gli offre dell’uva straordinaria…
    In generale il metodo steineriano (giusto o sbagliato che sia, non do giudizi) c’entra con la vita e lo stare in armonia… Dalla medicina all’educazione, dall’agricoltura alla falegnameria ecc 😉 è una interpretazione del mondo…

  22. Susate, solo per capire cosa stiamo dicendo.
    Dice Daniele” esistono vini biodinamici che non sono solo “buoni” …ma che sono veri monumenti della vitienologia internazionale. Uno per tutti? Romanèe Conti. ”

    Per sostenere la tesi che un conto è un vino “fatto secondo scelte biodinamicche” un conto è un vino
    “biodinamico in bocca”

    propongo questo umilissimo esempio cinematografico.
    Barry Lindon, si sa, è girato tutto con luce naturale.
    Come idioti, di Lars von Trier.

    Quale è la differenza alla visione della luce, in entrambi i casi, naturale, quindi ottenuta con le medesime procedure?

    Che nel primo caso “si sceglie” tra tutti gli spettri di luce naturale, quella che produce l’effetto più magico e innaturale. INFATTI SOLO ANNI DOPO LA CRITICA RIVELO’ IL SEGRETO. (maiuscolo voluto).

    In Idioti la luce è scelta, tra gli spettri possibili, in base all’effetto più volutamente piatto e goffo, per comunicare che essa è naturale.Non solo.Ma nella brossure del film vi è volutamente sottolineato questo elemento, come è noto da subito come elemento fondante di quel film insieme ad altri della stessa corrente.

    Domanda: cosa rende paragonabili le luci dei i due film?
    Risposta: assolutamente nulla.

    Uno, è l’esempio massimo della filosofia dell’ eleganza e artificisosità, l’altro è l’esempio più radicale della filosofia del naturalismo.

    Non solo. Qui viene il bello. Uno NASCONDE come un peccato, la sua fonte naturale, l’altro la esibisce come fondamento estetico.

    Quindi Romanee sta a Kubrick come x(mettecetelo voi) sta a idioti.

    C’ qualcosa sul piano formale di eccepibile a questo?

    Uno, nasconde la sua fonte

  23. ha risposto a umberto: Romanee conti, come leroy, zind humbrecht ecc. non nascondono affatto il loro essere seguaci della biodinamica nelle scelte agronomiche e non solo… Anzi aderiscono completamente alla weltanschauung steineriana…
    Non ha senso parlare di vini naturali, è solo marketing italiano. Parliamo di vini artigianali se volete…

  24. ha risposto a umberto: Bella domanda. Devo riflettere. Non ho visto il film di Lars Von Trier mentre ricordo bene Barry Lindon. Però il tuo paragone è chiaro. Declinato a vino un senso ce l’ha e così, un po’ di corsa, dico che per me è ineccepibile…ma ci ripenserò…pausa di riflessione.

  25. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    in bocca, Alessandro, in bocca. Esiste un canone del vino naturale in bocca, lascia stare le procedure. Chiamalo gusto, chiamalo come vuoi. Ma esiste, nei vini radicali, che sono quelli che delimitano i perimetri. Come nelle opere.

  26. ha risposto a Cristiana Lauro: Ma l’errore è come dire preconcetto… Non è che l’obiettivo della agricoltura biodinamica è lanciare uno stile, un sapore biodinamico… Ma semplicemente fare il miglior prodotto possibile e sono convinti che la biodinamica sia la strada per farlo. Semplicemente, invece lo stabilire un coté biodinamico, uno stile naturale da contrapporre ad un altro… Beh, appunto, quello si chiama marketing 😀

  27. ha risposto a umberto: Guarda Umberto, che quello che non riesco a spiegare è che questo canone che tu citi, in realtà è molto italiano, molto curva sud e imposto da scelte commerciali.non c’è niente di esibito in quanti vinificano tradizionalmente artigianalmente, solo la ricerca di un prodotto di altissima qualità e la convinzione che venga meglio con determinate metodiche…

  28. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    e chi fa il marketing? solo i venditori o anche i produttori?
    Roamnee non fa marketing sul biodinamico perchè non la sua identità non è riassumi
    bile o qualificabile con il suo metodo, mentre, non piuoi negarlo, in genere, i produttori di biodinamico lo dichiarano essi stessi come caratteristica fondante del loro prodotto. Si chiama marketing o filosofia?
    Forse è un misto di entrambe le cose.
    Ma è certo che è una voluta e in fondo onesta canonizzazione di quel gusto, che nasce volutamente da chi quel gusto vuole affermare.
    E poichè questo gusto allude anche ad una filosofia, ecco combinato il casino.
    Un gusto diventa etico.
    Invece dello stato etico, lo stato etilico, in senso letterale.

  29. ha risposto a umberto: Il sillogismo sempre e cmq 😀
    Allora vediamo di intenderci. Chi coltiva secondo la biodinamica pensa che sia il solo modo per coltivare in qualità assoluta, sia la sola maniera per ottenere il prodotto migliore, quindi ne è fiero… Mi sembra anche normale. La retorica delle puzze e degli afrori savauge, quella invece è una costruzione di marketing e comunicazione, per cercare di imporre un sapore alternativo a quello classico e immediatamente riconoscibile. I due discorsi sono completamente differenti e inconciliabili, come i cavoli con le mele 😀

  30. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Ps dimenticavo, credo sia chiaro… Ma nell’ultimo caso fanno marketing TUTTI, non è che la Fiat non faccia marketing ma lo facciano solo le concessionarie… 😉 il marketing è una filiera che parte dal produttore che cerca un vino differente, arriva ai venditori che investono in un vino riconoscibile, per poi perfezionare nel consumatore che approcciando un vino “ostico” si sentono élite…

  31. ha risposto a Alessandro Bocchetti:

    Infatti, il vino biodinamico non esiste. Come hai gia’ detto esiste l’agricoltura biodinamica che e’ ben altra cosa.
    Ovvio che chi lavora seriamente in biodinamica in vigna avra’ poi un protocollo di vinificazione che possiamo definire naturale. Far passare pero’ dei difetti enologici veri e propri per “biodinamico” e’ una stortura tutta italiana .

  32. Biodinamici o naturali poco importa, se sono buoni finiscono se non sono buoni restano nel bicchiere. Querciabella è un buon Chianti. Secondo me con una quota di merlot un po’ in evidenza.

  33. ha risposto a Luigi: Luigi scusa se rispondo tardi ma mi era sfuggita la tua richiesta. Lo trovi nelle migliori enoteche. Sicuramente al Goccetto e da Trimani, dove l’ho comprato io. Grazie!

  34. ha risposto a Riccardo Campinoti:
    nfatti, il vino biodinamico non esiste. Come hai gia’ detto esiste l’agricoltura biodinamica che e’ ben altra cosa.

    E’ assolutamente contestabile, questa affermazione. Mi spiace, ma esiste un canone del gusto biodinamico, esiste il vino biodinamico in bocca, non solo in vigna. Questo è il punto.

    Un canone che, io, del tutto ignorantemente, d’ora in poi definirò, per comodità, “ghiaooso”, nel senso della ghiaia.

    Colgo per rispondere a Alòessandro. Tutti fanno marketing, ovvio, ho mai affermato il contarrio?
    Affermo il marketing del vino biodinamico, a differenza dei vini diciamo normali, è un marketing che si nutre di uno scivoloso linguaggio allusivamente etico.
    Sfido chiunque ad affermare il contario.
    E quando il gusto si associa, (non importa come e perchè) all’etica, si compie una mistificazione e un genocidio del senso. Ripeto, genocidio del senso, perchè, letterlamente, i sensi, quindi il piacere, vengono, inconsciamente confusi con il giusto, che è categoria “aliena” e spesso avversa al “piacere”.
    Se però, si continua a insistere sul fatto che tutto questo non è vero perchè esiste solo una biodinamica della vigna e non del gusto, è inutile discutere, perchè non si accettano le premesse che a me, ingenuamente, appaiono evidenti.

  35. @ Vincenzo Pagano
    editore, visto che i rappresentanti si fanno pubblicità ti mando i dati per emettere fattura!

  36. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    E’ vero che non esiste un vino biodinamico propriamente detto, ma vini che si rifanno, o che sono il prodotto di una viticoltura biodinamica. Sta di fatto però che in Italia, molto perché alcuni anni fa Sangiorgi e Porthos si autoproclamarono seguaci o comunque supporters di uno stile di vino improntato ai dettami di Joly, abbiamo un’idea confusa e talvolta deteriore dei vini che provengono da viticoltura biodinamica. C’è stata una polemica annosa, ad esempio, sull’uso o meno di anidride solforosa, che ha contagiato persino posizioni ufficiali, come quella della Coldiretti. Con l’effetto di impedire, per il momento, una definizione legale di termini quali biologico o biodimanico, che ancora oggi sono di fatto delle autocertificazioni e non effetti di precise legislazioni in ambito europeo. Tutto questo ha alcuni effetti paradossali. Il primo è ideologico. Siccome io rispetto la natura e non uso neanche un milligrammo di solforosa, se il mio vino sa di aceto è perché il vino “deve” sapere di aceto, e se non sa di aceto non è vino “naturale”. Dal che discende che se un vino è naturale dev’essere cattivo. Cosa che non solo distrugge il piacere, ma fa sì che questo sia demonizzato come “innaturale”, e quindi sbagliato, demoniaco, perverso. Roba da Santa Inquisizione. Il secondo fatto che discende è che non si può bere vino che non sia “naturale” perché fa male alla salute. Arrivando a toccare degli estremi di “verdismo” radicale che neanche i vegani raggiungono. Con tutti i collegati che poi hanno a che fare con settarismi ed intolleranze varie. Se si esce da questa logica davvero perversa, e si ritorna ad un pensiero razionale, laico e sanamente edonistico, si torna a Leroy, a Romanèe Conti, a Guigal, ed a Querciabella. Ma tutto questo piace poco agli adoratori ( e odoratori) del santo acetato di etile.

  37. ha risposto a cernilli:
    “e si ritorna ad un pensiero razionale, laico e sanamente edonistico, si torna a Leroy, a Romanèe Conti, a Guigal, ed a Querciabella. Ma tutto questo piace poco agli adoratori ( e odoratori) del santo acetato di etile.”

    Questa è la prova, nel tuo ragionamento, che esiste un “canone” in bocca del vino biodinamico, ben riconoscibile, volutamente ottenuto, per una legittima necessità di distinzione.

    Come notavi, il problema sta nel legame spurio tra GUSTO e GIUSTO

  38. ha risposto a cernilli: hai fatto centro! la mancanza di una definizione precisa è alla base della confusione che impazza quando si parla di questo argomento.
    aggiungo che quelli che oggi si definiscono “naturali” ieri facevano parte del gruppo dei “veri” che origina dalla “renaissance” e via acetando ossidando e frazionando…
    W l’edonismo critico!

  39. ha risposto a paolo trimani:
    Grazie Paolo. Te ne dico, e ve ne dico un’altr
    a. Molti sostenitori dei vini “biodinamici” (ho messo le virgolette Alessandro…) sono allo stesso tempo fieri avversari della globalizzazione del gusto. Ora, se esistono dei fattori globalizzanti questi sono l’acetato di etile e l’ossidazione, e questo in qualunque vino. Un vino maderizzato o che prende di spunto assomiglia ad ogni altro nelle stesse condizioni. L’ossidazione distrugge i terpeni, fa a pezzi gli esteri primari, in una parola, elimina le differenze e le tipicità dei vini. Ma questa è una contraddizione palese che non è tale in mancanza di pensiero critico.

  40. ha risposto a cernilli: le molecole hanno il loro peso, Black Mamba ne ha già parlato
    invece le chiacchiere degli imbonitori volano leggere e chi avesse la pazienza di ascoltarli a intervalli regolari scoprirebbe versioni sempre diverse delle loro storie, ogni volta proposte con la stessa determinazione
    il vino buono è altrove anche se la niodinamica non ne impedisce la produzione! 🙂

  41. ha risposto a cernilli: D’accordissimo! “Un’idea confusa e distorta” proveniente da chi voleva legittimarsi… Quindi marketing… chiamiamo le cose con il loro nome! Per il resto chapeau Daniele 🙂

  42. Grande ! Cristiana grande pezzo!La tua visione delle cose sul tema vini naturali e non. Ricordiamo un pò a tutti che non esiste il vino biodinamico ,esiste il vino ottenuto da agricoltura biodinamica. Una cosa mi è certa : ho bevuto più vini francesi ,che vini italiani (ottenuti da agricoltura biodinamica) che mi son piaciuti ,e parecchio.Baci a presto

  43. ha risposto a paolo trimani:
    naturalmente perchè è molto giovane e non rilascia ancora gli effluvi di caffè tostato che mi fanno impazzire. Per quanto riguarda l’85 non lo provo da un pò perchè ne ho solo una bottiglia e non sò quando aprirla!!!!!!!!
    p.s. Alessandro la aprirebbe anche stasera :))

  44. Possiamo concordare che il vino biodinamico oltre che una procedura ha un canone riconoscibile di gusto e che come tale può essere identificato e valutato?

  45. ha risposto a umberto:

    Puoi anche contestare la mia affermazione. Resta il fatto che la dizione vino biodinamico e’ una forzatura. Riconoscerli poi alcune caratteristiche tecniche e’ ancor di piu’ una forzatura.
    La biodinamica e’ un mezzo per avere uve di qualita’. Poi esiste una tecnica enologica piu’ o meno invasiva, piu’ o meno leziosa che consente al vino di esprimersi, senza difetti.
    Alcuni tra i vini da uve biodinamiche piu’ buoni fatti in Italia , come il Vigna d’Alceo o il Rosso di Stella di Campalto, sono fatti bene sia in vigna che in cantina. Il resto, sono d’accordo, e’ aria fritta

  46. ha risposto a umberto: L’ossidazione in generale omologa i vini! Ne avevamo parlato nel mio post della scorsa settimana e mi fa piacere che anche Cernilli metta questa cosa in evidenza , essendo più autorevole di me. A livella di Totò è una meraviglia, ne ho tenuta una stampa per anni sulla parete del mio studio, per quanto mi interessava il suo significato.

  47. ha risposto a umberto: Non direi. Infatti il canone riconoscibile di gusto in Querciabella io non l’ho riconosciuto. In Romanèe Conti o Leroy nemmeno. Ieri sera a cena con una mia amica abbiamo bevuto Leroy Bourgogne 2006 bianco e ho cercato di assaggiarlo in quest’ottica. Io il metodo non l’ho riconosciuto. Per me è soltanto un bianco molto buono. Peraltro Umberto stavo pensando che è un vino nelle tue corde. Non so se lo hai bevuto ma credo ti possa piacere molto.

  48. ha risposto a luca panunzio: meno male! mi ero un po’ preoccupato, a me il 2006 è piaciuto moltissimo, di sicuro tra i vini più nuoni bevuti nel 2010
    l’ultima bottiglia di 1985 l’ho stappata poco più di 2 anni fa, applausi e richieste di bis!
    paccato non averne più
    a presto! pt
    ps/ secondo me Alessandro le sue le ha già stappate da qualche tempo… 🙂

  49. Però, questa storia dei vini naturali, biodinamici ecc tira parecchio. E’ da un po’ che ne parlate sul blog. a me sinceramente importa solo che il vino sia buono, se poi l’agricoltura è biodinamica, registro il dato e staremo a vedere. Per ora in Italia c’è una grande confusione e un marketing deviato. Basti pensare alle enoteche con lo scaffale dei vini naturali. Sono perplesso.

  50. ha risposto a Cristiana Lauro:
    Mi sono spiegato malissimo.
    Voglio dire che esiste un canone di gusto “del vino biodinamico” (ho spiegato altrove la questione) dal quale si discostano quei vini che NON vogliono, come loro missione, avere quel gusto, pur conservando metodoligie affini.
    Io identifico un vino dal gusto, non da come èp stato fatto, e quindi riconosco in bocca “lo stilema” biodinamico. .

  51. ha risposto a umberto:
    Negare che esista uno stilema del gusto biodinamico, vuol dire negare non un fatto di marketing, ma “un sapore” biodinamico. E’ come dire che non eistono le avanguardie, le correnti letterarie, ecc. Dico che esiste, perchè cosi posso dire che reputo uno stilema scivoloso nel suo legame con un aspetto “etico” o spirituale come diceva Daniele.
    Ma dire che non eisste perchè è tutto marketing, è come dire che non esiste l’espressionismo perchè l’hanno decretato i critici.

  52. ha risposto a umberto: forse io mi sono spiegata male. Non voglio negare che esista, solo che io dentro a Leroy non lo riconosco e nemmmeno in Romanèe Conti o in Querciabella per parlare di un vino italiano. Io, ripeto, voglio sentire il vitigno e il territorio, non il metodo. Se il vino è prodotto da agricoltura biodinamica o è un vino naturale, voglio saperlo dopo averlo apprezzato, se mi piace. Non sono nemmeno così convinta che quel vino sia buono in quanto biodinamico o naturale. Molti vini buoni non lo sono. Talvolta, ma l’abbiamo già detto, si confondono i difetti e si legittimano o addirittura si apprezzano, con la scusa del vino naturale. a me questo fa orrore. Io, per ora, del biodinamico me ne frego!!!!!!! Del naturale, pure, perchè non capisco il confine. Lo stilema del gusto biodinamico, per me non esiste nei vini buoni e cerco di bere più che posso solo quelli.

  53. ha risposto a Cristiana Lauro: Appunto(vedi il mio primo post) Roannè Contì NON è un vino bioodinamico, anche se fatto con la stessa procedura come Barry Lindon, anche se fatto con luce naturale, non è un film naturalistico.

    I vini biodinamici sono quelli, per me, che si pongono l’obiettivo di farsi riconoscere in bocca come tali, (come dici tu mostrando il metodo) esattamente come i film della corrente Dogma.
    E come di ogni corrente si possono determinari stilemi nell’opea compiuta(non solo nei metodi) anche di questi vino si può fare.
    I vini, come dici tu, dei quali bevi il metodo, sono quelli esattamente canonicamente distinguibili come biodinamici. Gli altri, quelli che citi, non lo sono, perchè ciò che distingue un’opera è solo il suo risultato finale. E in bocca, i vini che citi, non sono riconoscibili come tali, perchè puntano ad altre caratteristiche.
    Diciamo una cosa: il vino biodinamico perfettamente distinguibile quindi canonico in bocca, è un vino tautologico, perchè i vuole portarti in bocca il suo metodo, quindi, tra metodo e riosultato, non c’è nessuno scarto.
    I vini da te citati, come ho già detto anche a Daniele, non possono essere citati minimanente come vini biodinamici, perchè il loro obiettivo non è portare in bocca la loro ortodossia metodologica, e quindi non sono tautologici.

  54. ha risposto a umberto: Non possono essere citati i vini biodinamici… Per il semplice fatto che la biodinamica si preoccupa solo di produrre (in agricoltura e allevamento) il prodotto migliore… Figurati se poi si preoccupa di un canone degustativo… Possibile che è così difficile da comprendere?
    Se invece vuoi dire che quanti aderiscono alle associazioni come “vini veri” o “vini natuarali” siano assimilabili a dogma e vogliano seguire un canone… Beh allora si, ma è tutta altra cosa…

  55. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    No, non è che non capisco, visto che non si tratta di Kabt,, è che non sono assolutamente d’accordo.

    E rimango della mia idea. Esiste eccome un canone del gusto, anzi uno stilema del gusto biodinamico,. che, sommato alla componente filosofica metodologica, ne circoscrive il perimetro.

    I vini fuori da questo perimetro, lo riaffermo, almeno per me, non lo sono anche se sono prodoti secondo procedure simili.

  56. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Però Gravner è naturale, prima era vino vero ( mi pare), insomma, fa di tutto per distinguersi secondo una procedura (le anfore ad esempio ma anche il vino senza solforosa che lui stesso ha poi rinnegato) che è un metodo e rende il suo vino riconoscibile solo per questo. Io non sento la Ribolla nel vino di Gravner, voi sì? Biodinamico è una cosa e naturale un’altra, a me un po’ meno chiara, però in questo Umberto non sbaglia, assimilandoli. Parlo di un discorso generale che in qualche modo abbiamo introdotto noi qui su Black Mamba. Io ho parlato spesso indistintamente di vini naturali e vini da agricoltura biodinamica che per semplicità definiamo biodinamici. l’ho fatto perchè volevo parlare di riconoscibilità del metodo, di una matrice comune che spesso hanno questi vini. Insomma, la distinzione netta qui è stata trascurata volutamente poichè si conveniva alla mia volontà di parlare di metodo.

  57. ha risposto a umberto: Vero! I vini da me citati non sono tautologici. Io non so sinceramente se i biodinamici si pongano l’obiettivo di farsi riconoscere in bocca. Spero di no! Spero sia davvero una deriva onanistica di coloro che lo vogliono interpretare facendo proselitismo, per giunta. L’opera d’arte si distingue per il risultato finale, la penso come te.

  58. Tanto per fare un esempio di cosa intendo per “canone” di gusto, ho bevutoVigna Capestrano di Valle Reale, a pranzo. Che sia biodinamico, naturale, non filtrato, o quello che si vuole, è un perfetto esempio di una presenza in bocca che ne identifica una filosofia, un approccio, come lo volete chiamare voi, generalizzando( in questa sede se non si generalizza, non si discute di nulla, perchè ogni cosa diventa eccezione).
    Bene, al primo sorso, ho chiesto ai commensali ma questo è tipo naturale biodinamico? E mi hanno detto di si, specificando forse che era naturale.
    Perchè l’ho detto, che non sapevo ninimamente cosa bevevo?
    Forse perchè conoscevo i protocolli?
    No, perchè era sprenutoso, ghiaiooso, e sapeva di una generica terra, ma non di una terra, perchè in bocca sentivo la buccia dell’uva, e dovete sapere che i i veneti odiano l’uva e mano il vino e quando un vino sa di uva, dicono che non è vino. Ovviamente è tranchant e volutamente provocatorio, ma serve per almeno chiarire che esiste un “gusto” risonoscibile.
    Adesso mi si dirà: ma quello è naturale non è biodinamico e io dirò va bene, ma la sostanza è che in bocca hai uva, terriccio e non hai vino

  59. ha risposto a umberto: No Umberto. Ti dirò che quel vino di biodinamico non ha (e non vuole avere) una cippa 🙂 quindi parlarne come di un vino proveniente da agricoltura biodinamica non ha senso… Ma già so che di questa precisazione non ti importerà una cippa… Invece per me è sostanziale. Il capestrano è solo un buon vino, ma siamo da capo a 12, gusto personale!

  60. ha risposto a umberto: è un vino da fermentazione spontanea… Non fa parte dei “vini naturali”, ne dei “vini veri”. l’azienda è in conversione di agricoltura biologica da quest’anno… é vinificato in acciaio a temperatura controllata controllato… Insomma per me è un vino moderno, proprio quella tipologia laiac che oggi mi convince abbastanza, che prende liberamente dalla tecnica, come dalla tradizione. La nota più bella è quel tostato intenso, tipico dei trebbiano, una nota di nocciola che ricorda alcuni vini d’oltralpe…

  61. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Ecco. io invece ci ho sentito subito quall’impatto di vino fortemente programmatico, tant’è che mi è venuto da chiedere “come è fatto?” e non “da dove viene”?
    Che dici, nei lapsus c’è sempre una spia di verità, o no?

  62. ha risposto a umberto: Assolutamente… Ma dimentichi che di quel vino sapevi tutto… Anche di più di quel che aveva 😉
    Con chi l’hai bevuto?

  63. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Alessandro, io non credo che Umberto sbagli nella sua posizione. Ci siamo anche scontrati poichè quel vino in genere lo suggerisco io (in tua assenza!) e a lui non è piaciuto per una semplice ragione: ha riconosciuto un metodo che non gli piaceva, ma non un vitigno. Lo dico di un vino che amo e cerco di bere più che posso, ma non riesco a trovare peregrina l’affermazione di Umberto, benchè non condivida il suo gusto, in questo caso.. Ciò detto, perchè Capestrano non è naturale? Non è provocatoria la domanda, solo ricordo una polemica recente su quel vino a seguito della quale mi è stato chiarito che si trattava di vino naturale. Come tu sai io conosco molto bene Valle Reale, credo nel progetto, e ne sono coinvolta direttamente, posso dirlo senza alcun problema, ma mi chiarisci perchè Capestrano non è naturale? Giuro che non capisco, ignoro e non me ne vergogno. Dopo aver detto che mi piace avere torto, posso fare come mi pare, no? 😉

  64. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Io di Capestarno non sapevo assolutamente nulla ho visto solo il colore della bottiglia che c’era a tavola, ho vbevuto un sorso che che ho subito riconosciuto della famiglia naturalebiodinamicaecc eho chiesto “è roba biodinamica? perchè è così torbido?” E mi hamnno detto che nion era filtrato. Come sai trattengo nella memoria tre massimo quattro nomi di viini bevuti, pensa se sapeco qualcosa di quello che non avevo mai bevuto.

    E prendo l’occasione per distinguere il gusto di una terra indistinta, dal gusto di una terra distinta.

    Quando bevvi la mia prima meraviglioisa borgogna, non dissi stalla, ma dissi rodeo, che sono parole molto diverse.
    In questi vini dico ghiaia e terra, che sono parole generiche perchè, per me, hanno un gusto che pur essendo distintivo dagli altri non evocsa, a me non evoca, nulla di più che un generico “non artefatto”, un gusto insomma onomatopeico del loro metodo.

  65. ha risposto a Cristiana Lauro: vedi Cri. cerco di spiegarmi:. se vedi io ho scritto “vino naturale” e “vino vero” tra virgolette, quelle virgolette secondo me (forse in maniera poco chiara) indicavano le associazioni che raccolgono i seguaci di due disciplinari specifici. valle Reale, come tu sai benissimo, non aderisce ad alcuna delle due. Vallereale non è azienda biologica, nè biodinamica, da quest’anno ha iniziato la procedura di transizione che lo porterà ad essere biologica. E’ una azienda che (vivaddio) non disdegna la tecnologia, infatti il capestrano è anche un vino tecnologico. Una azienda moderna che sta cercando la strada (per me validissima) di conciliare tradizione e innovazione. Insomma la cifra della modernità. Credo veramente che non abbia senso parlare di vini naturali, ma si dovrebbe parlare di vini artigianali. vedi che confusine c’è tra appassionati, un calderone in cui infilare tutto: bio, biodinamici, macerati, non filtrati, Fs, puzzoni, ancestrali… pensi che abbia senso? pensi che la fermentazione spontanea possa nascondere il vitigno? Dire che nel Capestrano non si riconosca il vitigno è un non senso, i marcatori di quel vino sono quelli tipici del trebbiano, su tutte la nota tostata. Insomma Capestrano non è un vino Naturale nel senso che dice Umberto, non è un vino di metodo, ne tantomeno un vino programmatico, ma un vino che usa alcune metodologie tradizionali (fermentazione spontanea e non filtrazione) appunto per esaltare un vitigno delicato come il Trebbiano e metterne in primo piano le caratteristiche del territorio montuoso… Ora liberissimi tutti di pensare che piaccia o meno, ma dire che non si riconosce il vitigno, mi sembra francamente sbagliato e derivazione diretta di quel calderone in cui si tuffato tutto, nella sintesi inefficace di vino naturale.

  66. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Insomma Capestrano non è un vino Naturale nel senso che dice Umberto, non è un vino di metodo, ne tantomeno un vino programmatico, ma un vino che usa alcune metodologie tradizionali (fermentazione spontanea e non filtrazione) appunto per esaltare un vitigno delicato come il Trebbiano e metterne in primo piano le caratteristiche del territorio montuoso”

    Alessandro, questo è quello che non vuole essere, altra cosa è quello che risulta, a me, in bocca, e poichè il gusto non ha la certezza della fisica quantistica, accetta che questo vino pur NON essendo ecc, comunichi a me sensazioni ANALOGHE alla famiglia dei vini naturalibiodinamici e che sia PER ME distinguibiule da altri vini per questa analogia. Le analogie avvertite, NON SONO MAI SBAGLIATE, SONO DIVERSAMENTE AVVERTITE.
    Continuo a sostenere che la modernità del procedimento di ui parli, diciamo allora la presenza di un procedimento “eterogeneo” ha l’effetto di rimanere in bocca come elemento distintivo.
    Esattamente come quando bevi Valentini non ti chiedi ma come cazzo fanno questo vino?
    E sempre Trebbiano è, o mi sbaglio?

  67. ha risposto a umberto:
    Confermo, per me che “In questi vini (con tutte le specificazioni e diversificazioni che Alessando ha apportato) dico ghiaia e terra, che sono parole generiche perchè, per me, hanno un gusto che pur essendo distintivo dagli altri non evocsa, a me non evoca, nulla di più che un generico “non artefatto”, un gusto insomma onomatopeico del loro metodo.

  68. ha risposto a umberto: boh, Umberto, credo che l’individuazione o meno di un vitigno in un vino, dei suoi marcatori e delle sue caratteristiche, sia una delle poche cose chiare e nette nella definizione di un vino. Credo che nessuno più di me difenda il gusto… Ma dire che in un vino non si riconosca il vitigno, è altra cosa dal gusto.Visto che vanno di moda le maiuscole ultimamente (che Odio) ASSERISCO che sia in Valentini che in Capestarno (con le debite differnze) il trebbiano si riconosca, eccome. AGGIUNGO, che in capestrano ancora di più, ma solo perchè il trebbiano di valentini è un clone assolutamente diverso 😉
    per il resto umbe, figurati, padrone tu di pensarla come vuoi e io di pensare che sbagi (e viceversa ovviamente)…

  69. Il pensiero di oggi è.
    il vino che adoro ha una giusta distanza dal’uva e dalla terra. Il vino meraviglioso è la misura della sua giusta distanza.

  70. Forse Umberto non ama i vini non filtrati, se non sbaglio Capestrano non lo è. A me piace molto, ho riassaggiato il 2007 e secondo me è un grande bianco.

  71. Provato Sabato Querciabella 08 su vostro suggerimento e mi è piaciuto molto. Non mi sono posto il problema se fosse o meno biodinamico, sinceramente a me non interessa. In linea di massima però, leggendo qualche commento penso che sia giusto non cercare il metodo e soprattutto non giustificare i difetti col metodo. Cosa che mi è successa di recente in un wine bar di Roma dove mi hanno fatto provare un vino che a mio avviso era sporco al naso e mi hanno spiegato, con tanto di noiosa lezioncina, che quel vino è così perchè è un vino biodinamico. Chiaramente ho cambiato vino e abbandonato la biodinamica in 5 secondi. Dopo un’ora ho abbandonato anche il wine bar con il serio intento di non tornarci mai più.

  72. ha risposto a Massi: io un’idea ce l’avrei…più di una a dire il vero. Mi scrivi una mail privata col nome del Wine Bar? Così non ci vado!!! Ah! ah!

  73. ha risposto a vecchio cucs: Vecchio Cucs, mi era sfuggito il tuo ingresso in romanesco, l’ho visto ora! Guarda che non ho fatto marcia indietro, non ci sperare! Mi sono solo presa una pausa fra un Margaux e un Cros Parantoux di Henri Jayer…Scherzo, non prendermi mai sul serio e comunque Querciabella mi piace proprio tanto. Ciao!!! Daje cor vino vero!!!!

  74. ha risposto a Alessandro D.:
    No, te lo assicuro Alessandro. Mi succede esattamente come quando vado al cinema, te lo assicuro, da spettatore.
    Ti faccio un esempio. Il film che più adoro e che ho rivisto una decina di volte è Il cacciatore. Bene, visto che faccio lo sceneggiatore, dovrei sapere tutto su quel film e avrei dovuto farmi un sacco di domande.
    No, perchè la bellezza piena, azzittisce, splvera la lavagne dalle domande, ipnotizza e ottiene abbandono. Esattamente come mi è capitato, unica volta in vita mia, di bere Romanee Contì(non so nemmeno se si scrive cosi). E anche, fatte le debite proprorizoni con Valentini e Chatuaeu Rayas.

    Quando invece, ma è un criterio del tutto personale, mi viene spontano chiedere qualcosa, come di un film, vuol dire che sono rimasto completamente lucido e vigile, vuol dire assenza di incanto e curiosità sulle procedure, vuol dire che il canale che collega l’anima al palato è stato ostruito.

    Io sostengo un curioso paradosso: a me il gusto “naturale” (hai capito a cosa mi riferisco, nella generalizzazione) evoca l’artificio. Curioso, vero?
    Non filtrato, biodinamico, vini diversi, lo so, ma che a me, quando comunicano vicinanza alla terra madre, mi comunicano il contrario della loro missione.

    Paradossi.

  75. ha risposto a umberto: Capisco, però è del tutto personale. Mi piace quello che scrivi. abbandonarsi completamente alla bellezza, è quello che succede a te quando rivedi il film il Cacciatore. In effetti di fronte all’opera d’arte anche a me capita di abbandonarmi completamente alla bellezza, all’incanto. Mi è piaciuto l’esempio del post della Lauro su Venezia, è calzante e preciso. Per ciò che riguarda il vino però, nel mio caso, non è proprio così. E Il vino è bello anche se non lo considero un’opera d’arte.

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