Paula Carrier, a tavola con la cuoca che vi delizia con il cibo British a Firenze

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Sempre oltre, oltre, oltre… beninteso, non come i neofasci capitolini che ultimamente hanno attaccato in giro a Roma anche manifesti a tema agro-gastronomico (per dire che la novella della salamella è arrivata proprio a tutti, ma tutti tutti tutti…) in cui invitavano a mangiare italico e al non passi lo stranier: messaggio supportato con iconografie pre-farinaccesche talmente grottesche da scompisciarsi dalle risate.

Il mio oltre e un ‘oltre le apparenze’. Per esempio quelle della cuocona (larga quanto alta, ma più carré che tonda) Paula Carrier, accuratamente foderata da un grembiale che riproduce la bandiera del suo Paese, la Union Jack, indossato su un pantalone finestrato che la fa sembrare, per la verità, più una tifosa venuta al Flaminio per il 6 Nazioni di rugby che una chef dalle mani sensibili e argute. Ma, andando appunto oltre, capisci che c’è talento e ironia sotto quella mise… E non ti bastasse l’intuito, a spiegartelo ci pensa lei, Paula: prima troneggiando così addobbata (e con in mano una spada laser da Guerre Stellari) in un manifesto che lancia una sua serie di pranzi domenicali dalle parti di Firenze, a Villa Dulcamara (Sesto, Località Cercina) dal titolo per nulla reticente di ‘British Sunday Lunches’. E poi diffondendo il messaggio motivazionale per cui un gourmet tricolore dovrebbe andare a ‘mangiarla’ ove ne capitasse l’occasione: “Non è vero che la cucina inglese fa schifo! Assaggiare per credere!”

Che vi devo dire? A me una così, una che non si mette per esempio d’accordo con il Bush di turno (o i bushardi che da noi, come negli Usa, non mancano mai) per bombardare le cucine di altri cuochi più famosi con la scusa che non sono democratiche e che il pudding va esportato ad ogni costo, e non gli manda nemmeno la Asl fingendo di essere una cliente che si lamenta dopo una cena, ma con il sorriso sulle labbra sfida tutte le prevenzioni del mondo, una così, dicevo, piace.

Certo però che avessi dovuto basarmi solo sul feeling e sul sito che vi raccomando (anche questa una bella prova di spirito) avrei fatto una piccola forzatura. Pur sempre di chef si tratta. Dunque, giocoforza assaggiare. E io l’ho fatto.

In casa di una delle produttrici di vino più piacevoli e importanti di Toscana (evvia, d’Italia): Cinzia Merli, mangiando i piatti inglesi ‘che non fanno schifo’ abbinati ai vini di casa, roba forte tipo il Paleo tutto Franc dell’ultima edizione che è (credetemi) uno dei vini migliori non solo della sua rinomata area, ma di quelli sentiti in varo quest’anno; e poi Messorio e Scrio (anche qui edizioni davvero intriganti) che qualche cosa pur sono…

Ebbene: la sora Paula, che si muove, per orgogliosa scelta, in un universo fatto di bue alla Wellington (!) e zuppa di zucca arrostita con scones al formaggio, sufflè di formaggio erborinato (blue cheese) con marmellata di cipolle rosse e toast melba, oca arrosto ripiena, e (senza pudore alcuno) financo l’ambo steak & Guinness pie, ha fatto la sua strafigura. Buone cose, caloriche (e per forza, Albione è a nord…) ma fatte e insaporite a dovere. E poi dolci a salire, e una allegria intelligente che era quel che si chiedeva per conferma di quanto visto e letto.

Ora, se qualcuno volesse tentare di persona, prossimo appuntamento con Paula sempre a Villa del Molino Dulcamara domenica 9 maggio per un (udite udite!) ‘pub lunch with local beer tasting’. Incluso (oh, yeah!) fish & chips nella home version. Chi va, batta un colpo: 30 euro per giocare… e dirci poi se la sora Paula ha ragione quando smadonna come segue: “Sono stanca di sentire la gente che dice che il cibo inglese è immondizia” senza averne consumato con lena almeno i tre-quattro etti canonici cucinati da lei…

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