Se nasci e cresci ad  Ascoli, sai che il fritto misto all’ascolana non è il solito jolly da calare in tavola ad ogni festa comandata. E’ una sorta di monoteismo. T’insegnano a venerare l’oliva che si frigge a casa, che è la ricetta originale -ovviamente solo la tua- tramandata nei secoli dei secoli. E guai a mangiarla fuori dalla tua città. Anzi, quando la vedi dietro la vetrina di una rosticceria straniera, senti l’obbligo morale di denunciare l’eresia. L’integralismo laico del fanatico della Bassa Marca, trova squarci di dialogo in quello che può essere considerato il concilio ecumenico dei friggitori di strada: Fritto Misto all’Italiana.

Giunto alla quarta e sempre più generosa edizione, fino al primo maggio Ascoli Piceno sarà un pentolone pieno d’olio bollente.

Festival dello street food con cibi provenienti dalle più disparate friggitrici peninsulari e non solo, da veterano del cartoccio decido di prendere alla lettera lo slogan. Fatti i fritti tuoi.

La tattica studiata sul programma va subito a farsi friggere (e qui la ridondanza è necessità): strage di coupon, valevoli un assaggio, per avere una visione d’insieme della geografia untuosa del Palafritto.

La sezione esotica non mi convince appieno. Parto con un cous cous vegetale fritto, passo per il messicano bunuelo con anice e zucca poi la tempura giapponese, proseguo con i flautini con verdure e feta greci, arrivo al fish and chips inglese. Se i primi quattro sono trascurabili nell’esecuzione, il quinto finalmente è un vero godimento: un piatto completo. Il merluzzo pastellato esce asciutto dal bagno d’olio bollente tantoché il crispy della corazza resiste allo spruzzo del tradizionale aceto di malto; la compagnia delle patatine e il cetriolo sott’aceto completano la bandiera britannica e il telaio della pietanza.

Per quanto riguarda i fritti di casa nostra i classici non deludono.

Della corazzata siciliana mi spolpo  il distico di arancini – classico al ragù e piselli e versione ai pistacchi di Bronte – per poi ritornare, in conclusione, e deliziarmi con il cannolo, dove lo scrigno croccante protegge una farcia morbida e strutturata con la firma dolcemente agrumata dell’arancia candita.

Volo nell’altra grande isola, la Sardegna, ma i croccantini di calamaro con le verdure pastellate in crema di mirto – in assenza ahimè dei culurgiones – non soddisfano le aspettative: calamaro e il profumo del mirto assenti ingiustificati.

La capitale, con il filetto di baccalà e il carciofo alla giudia, ti fa capire perché quello ebraico è tradizionalmente considerato il popolo eletto.

Sempre in tema di colonne portanti della tradizione gastronomica italiana, la capatina emiliana con lo gnocco fritto e prosciutto di Parma è d’obbligo e sempre appagante.

L’apice di questa frittogonia però gioca in casa e la mano dello chef si fa sentire. L’autore è Aurelio Damiani, chef della trattoria di mare Damiani e Rossi di Porto San Giorgio. Palombo fritto alle erbe aromatiche con chips di patate. La frittura è di precisione svizzera e le carni del palombo impregnano nella loro morbidezza tutti i profumi della crosticina verde. Peccato per la porzione ridotta, ma raddoppio, che problema c’è?

Fritto misto non è solo l’isola del Palafritto e i suoi cartocci. La delegazione Ais di Ascoli Piceno capitanata dal sommelier professionista, Francesco Felix, è pronta ad accostare ad ogni fritto il suo vino. Ovviamente marchigiano: su tutte la recentissima Docg Offida nelle versioni Pecorino e Passerina. Degustazioni guidate si alterneranno ai laboratori sull’ olio extravergine d’oliva diretti da Leonardo Seghetti. Inoltre, mercatini di prodotti tipici e gare di casalinghe che concorreranno a colpi di olive ascolane.

Vi chiederete perché non ho assaggiato le olive ascolane al Palafritto. Se permettete, quelle le mangio solo a casa mia.

[Gregorio Di Agostini]

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