Paleo, vino alla svolta biologica in una guida lunga quasi 20 annate

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Una “celebration”, certo. Una grande e bella festa, quella di vent’anni speciali di Paleo, creatura primaria e prediletta delle Macchiole, di Cinzia Merli, della sua famiglia tutto (incluso, e in primis, chi tutto iniziò e non è più oggi con noi). Ma anche un prezioso teorema, a tesi e dimostrazioni multiple, e tutte davvero convincenti. La prima: quanto valga, al di là delle follie idolatriche degli anni Novanta e le (altrettanto disequilibrate) fobie e anatemi degli anni ultimissimi, il lavoro di un enologo bravo e in piena sintonia con chi lo ha scelto(e lo paga). La seconda: quanto valga, nel famoso mix terra-uomo-uva, il vitigno, se il rapporto col resto del trio è quello giusto. La terza: come nasca, cresca, e quanto serva per maturare a un terroir da vino: meglio, quanto serve perché possa iniziare a definirsi tale. Ultima, ma non per importanza: la spiegazione, in doppio diagramma parallelo, di come mutamento climatico e mutanti scelte in vigneto dialetticamente influiscano sul risultato vino.

Tutto ciò in una cavalcata davvero bella, e in 17 episodi (primo vino schierato il 1992, ultimo il 2009; mancanti all’appello per ugual motivo, cioè fine scorte, i precedenti ulteriori di casa Macchiole e il 1998). Viaggio nel tempo e nel Paleo diviso in due tempi: il secondo con il Cabernet Franc a fare da padrone assoluto (usato in purezza nel vino). La prima che parte con Cabernet Sauvignon al 90% e la delicata foglia di fico del Sangiovese a tener vivo nel “nuovo” territorio bolgherese il filo che lega (e che par quasi obbligato) alla “radice” antica toscana del fare rossi. Ma poi il vino e chi lo pensa somatizza appieno la voglia, che già peraltro c’era, di uscire dal gruppone dei supertuscans tutti fatti così, e svolta – man mano che l’uva c’è e il vigneto matura – prima inserendo il Franc in tracce, poi mandando in pensione  “nonno” Sangiovese, e infine, un attimo prima della svoltona, portando il Franc al 30% dell’uvaggio.

Nel frattempo la vigna primaria cresce d’età. Le successive (si espianta, ripianta e pianta ex novo altrove, facendo spazio al vitigno clou) nascono con criteri rifiniti, aggiustati, di precisione, inclusa la svolta al biologico e ora le prove su qualcosa di più (quella che, con un certo alone di indeterminatezza, chiamiamo per comodità e all’ingrosso biodinamica). Tutte insieme, le vigne più o meno agée contribuiscono, via via, all’esito. E intanto le truppe della tropicalizzazione e del surriscaldamento premono sull’area (e l’Italia tutta): si fanno sentire nelle ultime annate, ma (grazie a tutte le premesse di cui sopra) sono brillantemente (per ora; il futuro è come sempre almeno in parte “inch’allah”…) gestite.

Questo ha raccontato la degustazione alle Officine Farneto, con fedeltà e in dettaglio, e come meglio non si poteva. E anche che (chi scrive lo ha detto un pezzo fa, e l’ha pure scritto senza tanti giri sul sito creato apposta per questa scadenza/anniversario) il Paleo, nome di un’erba che vegeta spontanea in vigneto, ma frutto di un lavoro consapevole, entusiasta e certosino, è uno dei vini italiani che più meritano attenzione.

Perché è moooolto buono. E perché è di sicuro uno di quelli che più seriamente hanno contribuito a ridefinire la mappa dei nostri eno-terroir.

Il dettaglio della verticale.

1992. Piccola inevitabile ma controllata “unghia” chiara nel bicchiere, naso di confetto e confettura, sente proprio del supertuscan un po’ sangiovesico d’anatn, ma di classe A. E’ sorprendentemente buono. Torna con ciliegia in confettura e terziari vari; la bocca tiene, appena appena leggermente scissa, ma resta infine una dolcezza cremosa. Che bell’inizio! 3 scatti + secchio

1993. Leggermente più austero e metallico, ma più strutturato; ha oltre al di cui sopra anche note di alloro, sottobosco, terra; non ha note amare, piuttosto è “grafitoso”, e torna anche di crema vanigliata nel finale, appena mancante di centro. Quasi 3 scatti

1994. Vabbè, ci sta, annata diversa, ardua, meno espressa, decisamente più debolina. Anche la bocca di questo vino è stretta. E corrisponde al naso, più sottile, nervoso, indeciso dei precedenti. Però (in continuità) il vino è sapido. E fa salivare. 2 scatti

1995. L’ultimo della serie con solo Cab Sauv e Sangiovese. Più deciso al naso, con sfumature di prugna: solido, serio, ma un po’ amaro il finale, che si chiude. Ultime note tra frutta nera e liquerizia. 3 scatti

1996.  Entra il sig. Franc, seppure a piccole dosi, e si porta dietro un cestino di sorbe, frutti di bosco, susina in confettura, un primo indizio di fumo. Il resto (l’eredità degli antichi) garantisce un po’ di rosa selvatica e la ciliegia. Non serve grande grasso a questo vino. Annata di grazia, si prende anche in questo caso l’ennesima rivincita sul pomposo e pompato ’97 che divenne a suo tempo dio di Toscana, e non solo. Perché a tutti piacere vincere facile. Poi però arriva l’inverno, e la cicala… 3 scatti e ½

1997. Mr. Franc nell’uvaggio a tre, secondo episodio. E primo, morbido sentore di focolare, come si deve da un vitigno che si porta dietro  e dentro, tra molte cose, ma in primo piano, questi sentori di fumo nobile (no, non “quello”: e casomai fosse, per anziani frikkettoni e nostalgici va specificato: solo il “nero”). Profumi da sala antica con boiserie e camino fino al retrobottega di basilica marcato d’incenso che troveremo sovente nelle annate a venire. Qui però il grosso del vino si è appesantito e un po’ assopito. E’ forse più centrico, ma meno vivo. Quasi 3 scatti

1999. Ciaociao. Esce il Sangiovese, saluta e sparisce all’orizzonte, il Franc sale al 15%. E, per paragone, è subito tanta roba: susina e prugne, resine e il solito, immancabile fumo. Poi, nel finale, ampio, liquerizissima. Ma senza intaccare di nulla il carattere elegante e i tannini collosi, masticabili senza osticità esagerate, di quest’annata. Ottimo, vicinissimo ai top. 3 scatti e ½

2000. Lascia o raddoppia?Il duo Merli-D’Attoma ovviamente raddoppia: 30% di Franc, grande e grosso, oltre che ricco. Roba d’annata. Tannini tanti e retard nella maturazione. E il primo sacrificio olfattivo agli dèi del vino a base di incenso. Poi frutta matura, appena morbida, ma senza cedevolezza. Si beve prima del ’99 (dopo, però, il 2003). Ma (forse, azzardiamo) stancherà prima. Oggi siamo quasi a 4 scatti

2001. Ci siamo. Revolution!!! Da qui Paleo è Franc al 100%. E trova il jolly, l’annata sì. Il vino è splendido, centrale, fine, espresso, duttile e, insieme, col meglio ancora da venire. Tanti tannini, solidi e giovani, carruba leggera, frutto e qualche fiore (!), le note di chiesa finissime, davvero molto buono e molto giovane; elegantissimo. E’ il vino di Cinzia, lo dice lei, e si capisce perché. 4 scatti e secchio

2002. Crescono, malgrado l’annata non generosa, le note fruttate. Ma è un vino più “freddo”, più sottile: frutta fresca stimolante, sapidità che tiene tutto su, tannini più a metà strada (arriveranno tutti?). Però, bene (è, incidentalmente, la prima, e non facilissima, annata di conversione bio delle vigne). 3 scatti

2003. Il signor Surriscaldamento manda un ambasciatore. Dal suo punto di vista, a chiedere la resa. Dal punto di vista di chi fa bene il vino (come qui…) invece, è un avvertimento pesante e uno stimolo forte a migliorare le difese, a capire, a crescere ancora. Il vino è da bere, direi, ora. Frutta più scura e densità più rotondotta e caliente, ciliegia nera e liquerizia, tanto alcol, finale burroso. 3 scatti

2004. Per chi scrive (ma par di capire che anche D’Attoma non sia troppo in disaccordo) semplicemente meraviglioso. Il vino che vorrei sempre in cantina. Per poterne sia bere che aspettare. Tabacco, e perfino burro d‘arachidi nella tessitura sapida, le note balsamiche e fumé deliziose, grasso senza eccessi, vellutato già ora senza ombra di cedevolezza, un frutto che evolverà ancora ed è alleggerito da lievi tocchi mentolati. 4 scatti e secchio già oggi (tanica domani)

2005. Più stretto e ispido, vivrà, durerà, lo rincontreremo. Ci piacerà. Ma con un filo meno dell’appassionato interesse suscitato dal capolavoro precedente. Erbe aromatiche, pruno tagliato, macchia, alloro, issopo. E fumo. 3 scatti e ½

2006. Più tondo, dal frutto un po’ più facile. E tannini diversi, in parte risolti, in parte più freddi e scabri. Le erbe aromatiche e le bacche si sentono, ma più avvolte di cioccolato, che già si manifesta, e ha dentro tracce di frutti rossi. Piccola nota lattica finale. 3 scatti abbondanti

2007. Naso forte, non ancora articolato, più largo di trama che iridescente di colori. Ma un centro bocca quasi sferico. Tannini ancora per via, almeno in parte. Ma finiscono poi con una masticabilità accertata. Tanta grafite. Sembra meno teso e con meno spinta verticale del 2001 e 2004. La stoffa però è tanta davvero. Verrà? Diciamo di sì. 4 scatti quasi

2008. Naso di grande tessitura e fittezza, e vino idem; un po’ indietro, ma tanto, tanto serio. I caratteri completi della serie e del modello, con in più lievi tracce di anice nel finale, morbidezze farinose, densità importante, alcol idem (ricordate l’ambasciata del 2003?). Ma, a parte quello, ottimo. 4 scatti

2009. Curiosamente, fiori: non per la prima volta nella serie, ma di più. Questione di gioventù, immagino e ipotizzo. Il frutto? C’è. Che ne succederà però? Non è un frutto fittissimo, l’anticipo di vendemmia deciso sul campo lo ha salvato, ma comporta magari piccoli prezzi. Bocca migliore, appena morbida, vino che c’è, e via via recupera pienezza e senso. Bel rush conclusivo. 3 scatti e ½

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