Perché Puglia e Campania sono in guerra per pomodoro e mozzarella

Se a qualcuno non fosse ancora chiaro, Puglia e Campania sono in guerra per il cibo. Si scontrano in nome della mozzarella, del fior di latte e del pomodoro pelato.

Ha aperto le schermaglie  il Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP (denominazione d’origine protetta) provando in ogni modo a far cadere la registrazione della mozzarella di Gioia del Colle DOP.

Inutilmente, vista la vittoria pugliese sul riconoscimento della sua mozzarella DOP (di latte vaccino) tra petizioni, contestazioni e interrogazioni parlamentari.

Seppellite al question time di metà novembre dal MiPAAF ch ha ribadito quanto riportato dal disciplinare di produzione. Ovvero che ad oggi l’unica mozzarella a poter essere definita “di bufala” è quella campana DOP, garantendone l’unicità.

E che la sola parola “mozzarella” non confonde il consumatore (ad abundantiam la mozzarella di Gioia del Colle DOP riporterà chiaramente la dicitura “prodotto da latte vaccino”.)

Nel frattempo il nuovo CdA del Consorzio di Tutela della Mozzarella di Bufala Campana DOP non rimase a guardare, intorpidendo pesantemente le acque con una richiesta di modifica del disciplinare.

Ovvero la folle idea di commercializzare la DOP “Frozen” per il canale Horeca ed i mercati esteri.

Provocando, ca va sans dire, le ire dell’intero comparto, compreso anche quello pugliese (che in origine l’entrata nella DOP dei territori garganici l’aveva accettata per meri scopi commerciali).

Tutto finito? Niente affatto, l’attenzione si sposta improvvisamente sull’oro rosso, il pomodoro.
In che modo? Con il veto della Regione Puglia all’eventuale riconoscimento della IGP (indicazione geografica protetta) “Pomodoro pelato Napoli” proposto dall’ANICAV (Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali costituita a Napoli nel 1945), IGP che porterebbe il nome della tipologia di lavorazione esistente in Campania fin dagli anni cinquanta.

Per comprendere, in piccola parte, il perché del diniego serve sapere che ormai da oltre 40 anni, a causa di varie virosi, la produzione del pomodoro lungo dalla Campania è stata trasferita totalmente in Puglia, nella provincia di Foggia, dove al momento, su oltre 20 milioni di quintali di prodotto totale, vengono prodotti circa 7 milioni di quintali di pomodoro lungo (il 90% circa dell’intera produzione del sud Italia).

L’industria di trasformazione resta invece sostanzialmente localizzata tutta in Campania.

E’ una storia complessa e semplice allo stesso tempo, fatta di veti incrociati, antiche rivalità, errate modalità di gestione, incapacità di fare sistema, poca volontà di creare sinergie per affrontare il mercato, ma anche di qualità a corrente alternata, se non totalmente assente, di concorrenza in casa, visto il progressivo incremento del pomodoro per passate e polpe prodotte principalmente nelle varie realtà aziendali venute alla luce nelle province pugliesi.

La storia

Nel 2002 fu presentato il marchio per il pomodoro IGP della Capitanata, con l’industria di trasformazione Campana a sconsigliare la prosecuzione del percorso.
Nel 2010 il problema venne probabilmente alla ribalta: gli industriali (campani) del pomodoro “costrinsero” per la prima volta i produttori (pugliesi) a riduzioni del prezzo pattuito in precedenza per questioni relative alla qualità consolidando la prassi del cosiddetto “prezzo di massima”, variabile al variare della quantità di prodotto presente sul mercato.
Nacquero da lì i primi dissapori, che si acuiranno sempre più nel tempo.
Nel 2014 l’ANICAV (Associazione Nazionale Industriali Conserve Alimentari Vegetali costituita a Napoli nel 1945) costituì un comitato tecnico per il riconoscimento del marchio IGP al pomodoro pelato con l’intento di presentare con altre 50 aziende di trasformazione in Campania, Puglia, Basilicata, Molise ed Abruzzo, istanza di registrazione al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali.
Da allora l’insoddisfazione pugliese è stata sempre più palese.

La Puglia dice no al Pomodoro pelato di Napoli IGP perché:

  1. In Puglia si produce la quasi totalità del pomodoro all’interno di una filiera del Sud Italia ove la Campania possiede, di contro, industrie prevalentemente di trasformazione.
  2. La relazione presentata non coinvolge tutti i produttori della Puglia e spinge sul consolidato criterio di lavorazione cosiddetto Pomodoro pelato di Napoli senza dimostrarla.
  3. Una operazione siffatta penalizzerebbe solo il comparto produttivo Pugliese.

La Campania dice sì al Pomodoro pelato di Napoli IGP perché:

  1. Le aziende non sono solo campane, ma anche di Molise, Abruzzo, Puglia e Basilicata.
  2. Ai sensi del Regolamento Ue 1151 del 2012 sulle indicazioni geografiche di prodotti trasformati tocca proprio a chi trasforma certificare il processo produttivo.
  3. Sul nome, essendo il pomodoro San Marzano già DOP, esistono solo due denominazioni d’uso comune dal 1935 in poi: Pomodoro Italiano e Pomodoro Napoli, con quest’ultima inserita tra quelli tradizionali dal Decreto del MiPAAF del 14 luglio 2017.

Conclusioni

E’ una vicenda che nasce “viziata”, vuoi per le polemiche appena ricordate, vuoi per il tentativo ad hoc della Regione Puglia di provare a confondere le carte in materia di DOP (tutto deve succedere nella zona stabilita) ed IGP (basta una sola fase del processo nella zona stabilita, come la trasformazione) con una serie di affermazioni risibili pur di aver ragione.

Eppure è una vicenda che riguarda un settore in crisi, con la perdita di quote di mercato di pomodoro pelato a vantaggio di altri prodotti, come la polpa e la passata, sia in Italia che all’estero, dove è forte anche il problema dell’Italian sounding, cioè di prodotti non originali che però richiamano l’italianità.
Ed allora l’impegno dell’ANICAV potrebbe non bastare, nonostante la disponibilità ad utilizzare altre eventuali denominazioni, non esistendo al momento una manifestazione di reale interesse a tutelare il pomodoro pelato da parte della Regione Puglia.

E così, invece di provare a gettare nuove basi per fronteggiare le insidie del mercato globale, non si perde l’ennesima occasione per far venire fuori i soliti, italici, difetti.

Quali? Beh, ieri sfogliando il mio facebook ho trovato un commento, a dir poco illuminante, ad un post su Macron e la sua idea di far diventare patrimonio Unesco l’arte dei loro panettieri:

“I francesi in tanti campi fanno poca roba, la fanno benissimo, e ci costruiscono un sistema attorno, se non un mito. Noi abbiamo tanta roba, tanta diversità, e questa diversità non viene usata come valore, ma come pretesto per litigare e sputtanare la concorrenza”.

Detto questo ricordiamoci che il Ministero dovrà comunque dire la sua, che la qualità fortunatamente esiste, che la diversità ancora paga, e che ambedue hanno la residenza in Campania.

2 Commenti

  1. Egr. Sig. D’Alma lei chiude l’articolo dicendo “che la diversità ancora paga, e che ambedue hanno la residenza in Campania”, ovviamente è salernitano. Io da pugliese le dico che la diversità ancora paga e che ambedue hanno la residenza anche in Puglia. Sarà pur vero ciò che dice ma ha completamente ignorato che ci sono aziende di trasformazione anche in Puglia, nel foggiano c’è la più grande azienda di trasformazione d’Europa e ne stanno sorgendo di nuove che puntano esclusivamente alla qualità. Il campanilismo io lo vedo da parte Campana che vuole imporre “Napoli” come immagine del pomodoro, la invito a vedere i miei campi di pomodoro, e quelli dei produttori foggiani. Qui si è stufi di stare con la schiena china per arricchire tasche altrui. Non è vezzo, non è campanilismo, è rivalsa!

    • Gentile Luigi, mi spiacerebbe ridurre la cosa al campanilismo.
      Perché da questo punto di vista potrei parlarle di 2 DOP (Piennolo e San Marzano) contro nessuna.
      Potrei parlarle della Cirio, ovvero di una storia che parte dal 1900 circa.
      E già questo basterebbe per dare un supporto alla denominazione “Napoli”, legata alla sola trasformazione, denominazione che comunque ANICAV si è più volte detta pronta a modificare.

      Parlare d’industria, poi, non cambierebbe la sostanza delle cose.
      Potrei parlarle delle circa 100 aziende di trasformazione Campane contro la decina Pugliese.
      Potrei ricordarle dei volumi trasformati dall’industria campana, circa 50 volte quella pugliese.
      Questo per spiegarle che la presenza di una sola grande azienda pugliese non risulta onestamente significativa nel complesso del comparto.

      Poi sono lieto che ci sia chi fa della qualità del prodotto un proprio vanto, perché come avrà letto nel mio post, in Europa c’è chi è più bravo di noi in generale, pur avendo meno.

      Perché servirebbe maggiore unità d’intenti.
      Non entro nel merito di chi siano le colpe, ma a volte sembra d’assistere ad un dialogo tra sordi, nessuno escluso.
      Metta che poi combattiamo con competitor europei e mondiali avendo produttività basse e costi di produzione maggiori oltre ad un prezzo di acquisizione industriale che è il maggiore in Europa (anche se poco remunerativo in Italia) e vedrà che la frittata è bella che fatta.

      Ah, un’ultima cosa:il 50% del sangue che mi scorre nelle vene è pugliese, per la precisione foggiano.

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