Il 17 febbraio sulle confezioni di pasta scatterà l’obbligo di indicare il nome del Paese nel quale il grano viene coltivato e quello in cui il grano è stato macinato.

Meno male, direte voi.

Non voglio rovinarvi la festa, almeno per il momento.

In pratica leggeremo diciture diverse se il grano è coltivato in un Paese e viene trasformato in Italia. A seconda della provenienza leggeremo le seguenti diciture:

  1. Paesi Ue
  2. Paesi non Ue
  3. Paesi Ue e non Ue.

Invece, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: Italia e altri Paesi Ue e/o non Ue.

Quindi immaginiamo che ci saranno una valanga di confezioni con stampigliato in bella evidenza la scritta ITALIA: sarà sufficiente dimostrare la provenienza del 50,1% di grano dalle patrie terre e inserire un altro UE.

Questo almeno fino a aprile 2019.

Quando musica ed etichette cambieranno ancora a causa di un piccolo richiamo che, vi prego di credermi, risulta necessario.

Dopo ben più di quattro anni dalla data dell’entrata in vigore (dicembre 2013) del Regolamento (UE) n. 1169/2011, l’attuazione del citato regolamento non risultava ancora completa mancando ancora le modalità di applicazione dell’articolo 26 paragrafo 3.

Articolo che riporta le norme che disciplineranno l’indicazione del Paese di origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario di un alimento qualora diversa dall’origine dell’alimento principale.

Secondo il testo di Bruxelles, in pratica, sarà necessario indicare la provenienza della materia prima del prodotto nel caso in cui l’origine geografica sia diversa da quella del prodotto finito.

A essere esclusi da questa norma saranno i marchi registrati che, a parole o con segnali grafici, indicano già di per sé la provenienza del prodotto e le indicazioni geografiche protette come Dop e Igp (queste due soltanto all’inizio, in attesa di successive regole ad hoc).

L’Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) nei mesi scorsi aveva espresso perplessità sul decreto ministeriale, ricordando, tra l’altro, la discussione comunitaria in corso (per la verità aveva anche presentato un ricordo al TAR del Lazio che è stato respinto), ma ovviamente rispetterà la nuova normativa, anche se con tanti dubbi.

”Le nostre perplessità iniziali – spiega il presidente del Gruppo Pasta di Aidepi Riccardo Felicetti – derivano dalla considerazione che non è attraverso l’origine della materia prima che si dichiara la qualità della pasta che, piuttosto, deriva dal saper fare il pastaio. Abbiamo cercato di sostenere le nostre idee, che non sono state accolte dal legislatore. E così le prime confezioni sono già sul mercato. Ma riteniamo che ci sia stata una spinta in avanti troppo rapida: a partire dal secondo quadrimestre del 2018 (forse, ndr), infatti, arriverà il regolamento europeo che sostituirà la nuova normativa”.

C’è chi fa notare che nel giro di pochi mesi le aziende potrebbero dover cambiare nuovamente tutte le etichette sui prodotti, con ulteriore aggravio di costi oltre a quelli già sostenuti per adeguarle alle nuove regole.

C’è chi fa notare come le regole europee non tutelino più di tanto le buone aziende italiane, prestando anzi il fianco a quelle che fanno del famigerato italian sounding il loro principale strumento di leva sui consumatori.

In proposito Federconsumatori è da tempo sul piede di guerra, rimarcando che la bozza di regolamento è assolutamente inaccettabile e che, se il testo venisse approvato, si assisterebbe ad una vera e propria involuzione sul piano del diritto all’informazione nonché della sicurezza alimentare di tutti i cittadini”.

Il rischio principale è che, in verità, tutti questi cambiamenti a stretto giro potrebbero creare confusione nel consumatore.

Così come la nuova normativa comunitaria potrebbe ammorbidire troppo gli obblighi di tracciabilità.

Ma si tratta di cose che al Mipaaf (Ministero delle politiche Agricole e dello Sviluppo Economico) conoscono bene e che stanno cercando di evitare, essendo ancora, mi preme ricordarlo, al momento tutto in discussione.

A noi, nel frattempo, resterà il dubbio se la qualità di una pasta la fa la capacità del pastaio di selezionare la semola e di trasformarla ad arte nella nostra beneamata pasta.

Ma questo è un discorso da appassionati di settore, non vi pare?

[Link: Corriere]