Andrea Camilleri è morto, Salvo Montalbano è vivo, per ora, anche se magari c’è un manoscritto nascosto in cui muore anche lui. Possiamo dire che siamo sempre più soli, senza punti di riferimento, certo. Ma, a nostra – magra – consolazione, possiamo dire che il “Sommo” scrittore (l’aggettivo a lui attribuito lo divertiva molto) vivrà attraverso le sue pagine, i suoi personaggi, certo a partire da Montalbano, ma anche gli altri, che si affacciano dalle pagine dei suoi romanzi e racconti, dal “birraio di Preston” al “ladro di merendine”.

E per noi, lettori attenti anche a quello che si legge sul cibo, resteranno le pagine di Montalbano a tavola. Al ristorante, in trattoria, a casa, sul terrazzino davanti al mare, per strada: quando il commissario Montalbano si ferma a mangiare, Diventa Salvo, e noi con lui ci mettiamo a tavola, e leggere le descrizioni che Camilleri fa dei piatti, della loro ricetta, che oltre a essere fra le più belle pagine dedicate al cibo nella nostra letteratura, espressive e suggestive come quelle di un altro autore che ha fatto della parola la sua arma narrativa, Carlo Emilio Gadda (si veda la sua descrizione del risotto nella Cognizione del dolore), sono veramente una parte integrante della vicenda narrata, una pausa nelle indagini e un momento intensamente culturale.

Il sito – non ufficiale ma ufficialmente riconosciuto come fededegno dallo stesso Camilleri – Vigata.org dedica ampio spazio al lato culinario dell’opera di Camilleri. La pagina dedicata ai piatti menzionati nei vari romanzi elenca circa 130 preparazioni, fra antipasti, 8, primi piatti, 28, secondi di pesce, 35, e di carne, 13, fritti, 3, bevande, 7, condimenti, 2, dolci, 17, e così via. Tutti rigorosamente con il riferimento al libro e alla pagina.

Ci ho messo un po’ a contarli: di tanto in tanto l’occhio mi si fermava su un nome di un piatto, iniziavo a pensarci, e perdevo il conto.

Come non dedicare un pensiero alla pasta ‘ncasciata, di cui peraltro vi abbiamo già dato la ricetta? E gli arancini! Sono il titolo di una raccolta di racconti, e di un racconto, che ne so, ma – gli arancini!

Gli arancini di Adelina

Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimo per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanìsa, (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ‘na poco di fette di salame e si fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pi carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca col risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e si copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta. E alla fine, ringraziannu u Signiruzzu, si mangiano!

E come non chiedersi cos’è la “munnizza“, che non figura tra i piatti citati nei romanzi, ma di cui abbiamo la ricetta della nonna dello stesso Camilleri?

La ricetta della Munnizza della nonna di Camilleri

Si tratta di sovrapporre per strati successivi verdure cotte e verdure crude, condirle con olio, aceto, sale, e poi mettervi dentro capperi, sarde salate, fette di arancio, fette di patate bollite, uova sode, come un millefoglie di verdure. Consiglio di lasciarlo riposare e mangiarlo il giorno dopo.

E si potrebbe continuare, cercando di collegare i piatti ai vari episodi, questo glielo aveva preparato Adelina e Montalbano lo aveva tirato fuori dal frigo prima di farsi una doccia, quest’altro lo aveva diviso con non so più che amica, quest’altro ancora mi fa sempre venire fame…

E i ristoranti, le trattorie, a segnare un itinerario percorribile alla ricerca della Sicilia più sicula, quella che se sei fortunato riesci a trovare – magari introducendoti in qualche famiglia locale (io, ho una cognata siciliana, ad esempio, con una grande famiglia attorno: e questa è una cosa bella e utile).

Salvo Montalbano e la Trattoria al Timone da Enzo

Trasì, s’assittò a un tavolo libero. Un sissantino asciutto, gli occhi chiari chiari, che sorvegliava i movimenti dei dù cammareri, gli si avvicinò e gli si chiantò davanti senza rapriri vucca manco per salutarlo. Sorrideva. 
Montalbano lo taliò interrogativo. 
«Io lo sapiva» disse l’omo. 
«Che cosa?». 
«Che doppo tanto firriari sarebbe vinuto qua. L’aspittavo». 
Evidentemente in paìsi si era sparsa la voci della sua viacruci in seguito alla chiusura della trattoria abituale. 
«E io qua sono» fece asciutto il commissario. 
Si taliarono occhi nell’occhi. La sfida all’ok corral era lanciata. Enzo chiamò un cammareri: 
«Apparecchia per il dottor Montalbano e stai attento alla sala. Io vado in cucina. Al commissario ci penso io pirsonalmente».
L’antipasto fatto solo di polipi alla strascinasali parse fatto di mare condensato che si squagliava appena dintra alla vucca. La pasta col nìvuro di siccia poteva battersi degnamente con quella di Calogero. E nel misto di triglie, spigole e orate alla griglia il commissario ritrovò quel paradisiaco sapore che aveva temuto perso per sempre. Un motivo principiò a sonargli dintra la testa, una specie di marcia trionfale. Si stinnicchiò, beato, sulla seggia. Appresso tirò un respiro funnuto. 
Doppo lunga e perigliosa navigazione, Ulisse finalmenti aviva attrovato la sò tanto circata Itaca. 

La ricerca di Camilleri, fatta di bellezza, di impegno, di scrittura perfetta, di attenzione per la cucina, con quel tanto di civiltà che porta con sé, di amore e rispetto per la sua patria, anzi le sue patrie, la Sicilia e l’Italia, è finita. Grazie, Sommo. E lasci stare – il conto lo paghiamo noi, se permette.

[Immagine di copertina: Il Post]

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