L’Italia si sta riappropriando della pizza nel mondo tanto che perfino il blasonato Economist le dedica un long read nel numero estivo del magazine 1843 dal titolo gratificante “Il Rinascimento della pizza napoletana”.

“Si vede la pizza in ogni angolo del mondo ma fino a poco tempo fa era difficile trovare un’autentica pizza napoletana al di fuori dell’Italia” (e anche di Napoli, aggiungeremmo noi).

La rivista inglese nota come il recente successo di pizzerie napoletane sia favorito anche dal gusto dei consumatori che apprezzano sempre di più le semplici margherite.

L’articolo si apre da 50 Kalò a Londra con un’intervista a Ciro Salvo, definito il sommo sacerdote dei pizzaioli, su come l’arte della pizza sia stata da sempre parte della sua famiglia.

“Mia nonna Rosa ha aperto la Pizzeria Salvo a Napoli nel 1968”, spiega Ciro Salvo. “Mio padre Giuseppe preparava la pizza. Da bambino, l’impasto era il mio giocattolo. All’età di 18 anni è diventato il mio lavoro”.

È trascorso un minuto e la pizza è uscita dal forno. Il cornicione è gonfio e c’è la giusta maculatura mentre il latticino si è sciolto in un lago di pomodoro. È quasi perfetta come può essere una pizza. E costa solo 7,50 sterline.

Oltre alla nota leggenda della pizza con la regina Margherita e ad un excursus su come declinazioni simili alla pizza si trovino anche nelle tradizioni di altre cucine, l’articolo offre un’interessante analisi sulla diffusione della pizza negli Stati Uniti, dove ben l’83% della popolazione dice di mangiare pizza almeno una volta al giorno, ovvero con la stessa frequenza degli italiani.

Su questo dato è interessante il commento della giornalista inglese che specifica come nota di colore che in Italia non è comune mangiare la pizza a pranzo, cosa che invece all’estero è prassi.

Thom Elliot, fondatore con il fratello della catena inglese Pizza Pilgrims, spiega: “La cosa più importante nella pizza americana sono i topping. In quella italiana l’impasto”.

La ragione? In USA i forni a legna erano rari e quelli alimentati a gas o a carbone, non raggiungendo temperature così alte, richiedevano cotture prolungate che rendevano le pizze più croccanti ma anche capaci di sopportare farciture più ricche.

Ogni regione ha sviluppato il proprio tipo di pizza.

A Chicago, era un contenitore alto, pieno zeppo di condimenti; la pizza di New York aveva una crosta più sottile ed era venduta al taglio; a Detroit, i condimenti venivano messi prima della salsa di pomodoro (che era precotta, a differenza della passata fresca usata dai napoletani); in California, si sono concentrati su scelte eccentriche come pollo alla brace e coriandolo fresco.

E da qui alla creazione della pizza all’ananas (forse inventata da un greco-canadese nell’Ontario) è stato un lampo.

Secondo Daniel Young, autore di “Where to Eat Pizza” e pizza addicted, “Gli immigrati hanno sbagliato nel modo peggiore: hanno reso morbidi gli spaghetti e la pizza al dente”.

Gli Stati Uniti hanno fino ad oggi dominato il mercato internazionale della pizza, grazie alle catene Pizza Hut, fondata nel 1958 nel Kansas, e Domino’s, nata due anni dopo nel Michigan, e alla diffusione delle pizze surgelate.

“Nelle peggiori mani”, dice Young, “la pizza è un ammasso salato, unto, grasso e di cibo confezionato messo sopra una zattera gommosa e spugnosa di pane che lo assorbe”.

Un mercato, continua l’Economist, che nel 2018 ha generato 145 miliardi di dollari, un valore superiore al Pil del Kuwait, che non ha confini e spazia dal Brasile, che conta 25.000 pizzerie, alla Cina, dove Pizza Hut quest anno aprirà 1.000 nuove pizzerie. 

L’articolo si conclude con la descrizione estatica di chi per la prima volta assaggia una vera pizza napoletana (quella di 50 Kalò).

Da Italiani non possiamo che essere fieri dell’attenzione che i nostri connazionali stanno ricevendo all’estero e del lento ma speriamo inarrestabile processo di riappropriazione di un piatto che dal 2017 ha avuto nuova luce con l’iscrizione dell’arte del pizzaiolo a patrimonio immateriale dell’Unesco.

[Link: 1843 Magazine]

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