Ammetto di non essere proprio imparziale quando si tratta di Fiorano, sarà perché è stata tra le prime visite in cantina quando ancora studiavo da sommelier, sarà per l’ospitalità squisita del principe Alessandrojacopo Boncompagni Ludovisi, o per l’indiscutibile bellezza del posto. Sarà pure per l’alone di mistero che gravita sulle antiche grotte di tufo in cui da sempre affina il vino e che pochissimi fortunati (uno fu Veronelli) hanno potuto vedere di persona. Insomma, se cercate l’obbiettività assoluta, non è questo l’articolo per voi.

Ma se invece siete curiosi di conoscere meglio uno dei migliori vini del Lazio che non appartiene a nessuna Doc o Docg, che ha una storia legata alle grandi famiglie patrizie romane e che puntualmente miete consensi sulle guide di settore, tra gli appassionati e i professionisti del vino, allora restate con noi.

L’era di Alberico

cantine da visitare ai castelli

Dove prima c’era l’erba, ora c’è la Statale 7 Appia, arteria supertrafficata che da Roma arriva a Brindisi. Noi però ci fermiamo presto, prima ancora di arrivare ai Castelli: all’altezza dell’Aeroporto di Ciampino si diparte via di Fioranello, un viale costeggiato da pini, pecore al pascolo, campi coltivati e una pace quasi irreale.

La tenuta di Fiorano è a due chilometri più all’interno, lungo il vialetto che inizia al civico 19. L’attività vitivinicola è iniziata con la malvasia di Candia e i vitigni internazionali, cabernet sauvignon e merlot, e il sémillon che il principe Alberico Boncompagni Ludovisi volle piantare negli anni 40 del secolo scorso; dei 200 ettari, solo 3 vitati, quelli piu adatti per suoli ed esposizione. L’amicizia con Tancredi Biondi Santi e con Luigi Veronelli, che – stando ai racconti – passò per caso, vide le viti e volle fermarsi, si tradusse in una dottrina produttiva rigorosissima.

Agricoltura biologica e rese basse, quantità che si inchina alla qualità delle uve, lieviti indigeni, fermentazioni a tini aperti, follature manuali e trasferimento per caduta dai locali di vinificazione alla cantina di affinamento, quella segretissima, dove spero prima o poi di mettere il naso.

Fiorano Rosso 1987-1990-1993

vino rosso da invecchiamento

Le prime tre annate in assaggio alla verticale storica organizzata dalla FIS all’Hotel Cavalieri Hilton appartengono ancora al periodo alberichiano: blend di cabernet sauvignon e merlot (rispettivamente 2/3 e 1/3) da vigne di una certa età, dunque, su terreni interessati dall’esplosione del Vulcano Laziale, che in queste zone ha vomitato colate di pomice mista a fango. Terreni molto drenati e poveri, che donano sapidità. E’ questa – più che l’acidità – il segreto della longevità dei vini di Fiorano, oltre alla posizione ventilata che garantisce uve particolarmente sane.

L’annata 1987 (13%) l’abbiamo assaggiata per prima, cosa abbastanza insolita, ma che trova senso nella incredibile finezza di questo vino di 32 anni. Nonostante non fosse stata un’annata top, come spiega l'(attuale) enologo Lorenzo Costantini, Fiorano ha un microclima a parte, con livelli di precipitazioni inferiori ai vicini Castelli, proprio per la sua posizione. Il che salva il vino anche nelle annate meno fortunate. E si sente: anche se il colore e un certo deposito denunciano un’evoluzione importante quello che colpisce il naso, ma anche poi il palato, è la freschezza. Alle note più scure di cenere di camino, fanno da contraltare il mentolo e l’eucalipto, gli agrumi dolci, che tornano poi all’assaggio più definiti. Bergamotto, tamarindo, ma anche sensazioni ferrose e di cuoio giovane, il profumo della legna che brucia giocano allegramente tutt’intorno in un sorso lungo e bilanciato.

miglior vino rosso d'annata


Il 1990 invece è stata un’annata piu calda: il naso è più rotondo e leggermente più opulento, le note scure risultano più marcate delle precedenti, anche se io continuo a sentire l’agrume dolce, pur in presenza di sentori di catrame e ferro. E’ sempre sorprendente vedere come il vino lasciato libero di esprimersi riesce a dare esiti così diversi anche a parità di lavorazione. Stesse uve, stesse percentuali, stessi terreni, stesse procedure, tutto un altro sorso rispetto alla precedente, piacevole, ma non così lungo né così articolato.

Molto interessante anche la 1993, che a detta del principe Alessandrojacopo è stata particolarmente favorevole. Il colore vira ancora verso il rubino, l’evoluzione si manifesta nell’unghia aranciata, perché sia al naso che in bocca torna la freschezza della prima bottiglia. Naso molto intenso, dai sentori balsamici più marcati forse rispetto all’agrume, di timo e di mirto, complessivamente più scuro rispetto all’87. Il sorso attacca con la freschezza con cui Fiorano ci ha abituati finora, sostenuta da un tannino setoso ma presente, che parla ancora di gioventù nonostante gli oltre 25 anni di vita. La chiusura è coerente e di pari intensità, e lascia intravedere quelle note ferrose che ho già sentito. Mi lascia con una sensazione di profondità, quasi misteriosa, sfuggente, che invita a ripetere l’esperienza…

L’eredità di Alessandrojacopo

Ottima cantina laziale

Dal 1993 si passa alla 2003. Dieci anni sono tanti. Ma nel 1998 accade qualcosa di incredibile: il principe Alberico espianta tutte le vigne, un gesto clamoroso motivato da questioni familiari su cui vige un certo riserbo. Fatto sta che quando Alessandrojacopo e suo padre Paolo vengono investiti da Alberico del compito di occuparsi della tenuta hanno dovuto ricominciare da capo. Reimpianti da zero, con i consigli di Alberico naturalmente, che ritiratosi a Roma seguiva la conduzione dei terreni e delle uve. Niente è cambiato per quanto riguarda i metodi di coltivazione e di vinificazione, tutto è come allora. Solo le viti sono più giovani. “Meraviglioso, continua su questa strada” il commento di Alberico, dai racconti di Alessandrojacopo, all’assaggio dei primi esiti della nuova era. E così è stato.

Fiorano Rosso 2003 – 2009 – 2011 – 2013 – 2014

La prima bottiglia della nuova era, la 2003, si presenta subito con un bel rubino intenso, dall’unghia ancora virata sul porpora piu che sull’arancio. Il naso è sempre pulitissimo, ma piu fruttato rispetto alle precedenti. L’annata è stata calda, ci dicono, e nonostante una volta lasciato nel calice arrivino anche i sentori balsamici, questo è un vino corposo, caldo, ‘materico’ è stato definito e il termine rende bene l’idea. Le note scure di china, di fuoco, di humus e un tannino ancora sensibile me lo fanno pensare abbinato, più che degustato il solitaria.

Ottimo vino cabernet sauvignon

La 2009, paradossalmente, risulta più evoluta della precedente, e ricorda le bottiglie della prima era. Intanto è più trasparente della 2003 e al naso arriva in pole position la nota mentolata mista al ferro e alla cenere che ho già sentito. All’assaggio però si rivela giovane e fresco, con nettissime note di alloro, che restano a lungo e si presentano anche alla retrolfattiva, supportate dalla notevole sapidità.

Miglior vino rosso del Lazio

Una maggior concentrazione torna nella 2011, caratterizzata da un luglio abbastanza caldo. Al naso, per la prima volta in questa serata, mi arrivano i fiori, la violetta, l’iris, insieme alle consuete note balsamiche, e a una frutta croccante, una ciliegia rossa, un ribes. L’ingresso al palato è intenso, e non rivela da subito l’acidità e la sapidità che invece sono presenti. Si aggiungono accenni di spezie (cardamomo, cannella e anice per me) a un sorso che complessivamente fa immaginare un’evoluzione interessante.

La 2013 è di nuovo un’annata fresca, ma che ha dato uve di grande equilibrio fenolico e zuccherino. Colore e trasparenza sono quelli degli anni Novanta, pur se il vino è assai più giovane. Al naso torna anche l’agrume, la scorza d’arancia un po’ appassita, tornano le note vegetali mentolate e complessivamente è fresco, con lievi sentori smaltati. La stessa freschezza si ritrova anche al palato, pur in presenza di note speziate più intense, noce moscata soprattutto, di foglia di tabacco. Come già abbiamo visto nei casi precedenti, la 2013 è più evoluta della 2011.

Vino rosso da regalare

Arriviamo all’ultima annata, la 2014, attualmente in affinamento. Ci vogliono circa 5 anni perché il Fiorano rosso arrivi sul mercato. Quest’ultima sconta un’estate piovosa, e una vendemmia in cui la parte del leone la fa il merlot: il naso è sì vegetale, ma la frutta è prevalente. Il colore è concentrato, al gusto è massiccio, corposo, tornano l’idea di fuoco, di cenere, ma tannino e acidità chiedono l’accordo che solo il tempo e la calma consentono di raggiungere.
Arrivederci tra dieci anni, nell’attesa che anche questa bottiglia mantenga le promesse e arrivi ai livelli cui Fiorano ci ha abituati.

Tenuta di Fiorano. Via di Fioranello, 19. Roma. Tel. +390679340093

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui