Yemin non pensava minimamente che il suo viaggio in Cina avrebbe avuto, al suo rientro a Torino, delle conseguenze così inimmaginabili e imprevedibili.

Era tornata al suo paese natale, Wenzhou, insieme ai suoi due figli di 20 e 24 anni, agli inizi di gennaio, per trovare la madre, cogliendo anche l’occasione per festeggiare il capodanno cinese. In quel periodo, quando Yemin è arrivata nel suo paese, non era ancora scattato in tutta la sua intensità l’allarme per il coronavirus, per le strade si girava tranquilli e il clamore e i tragici avvenimenti che si sono susseguiti non si erano ancora manifestati.  

Ma nel giro di pochi giorni il clima è cambiato, le cose sono precipitate, la polizia cinese ha cominciato a impedire ai cittadini di lasciare il paese e così Yemin è tornata in tutta fretta in Italia, prima che la situazione degenerasse ulteriormente, cosa che poi è avvenuta subito dopo.

E da quel momento, dal ritorno in Italia, Yemin con i suoi figli vive in uno stato di vera e propria reclusione. Un’ auto-quarantena nel proprio appartamento, che ha imposto a se stessa e ai suoi figli pur non avendo alcun malessere, alcun sintomo, alcun segnale che si possa in qualche modo collegare al micidiale virus che sta flagellando la Cina e che sta facendo  la sua comparsa anche da noi.

E ora, la vita di Yemin e dei suoi figli da settimane ormai si svolge solo ed esclusivamente lì, in quell’appartamento di Settimo Torinese, nella prima cintura di  Torino, che non lasciano mai, nemmeno per andare comprare le provviste: “Il cibo ce lo porta una mia amica – racconta in un’intervista a La Stampa – . Arriva la sera, mette la pentola e i sacchetti con le provviste davanti all’uscio e se ne va. Quando lei se n’è andata, e s’è chiusa alle spalle anche il portone, io apro la porta, prendo quel che c’è lì sullo zerbino, e richiudo subito a chiave» 

Nessuno le  ha imposto, a lei come ai suoi figli, questo periodo di quarantena, nessuno l’ha obbligata a chiudere il mondo fuori; eppure lei, disciplinatamente, responsabilmente, lo ha fatto. “Per senso di responsabilità. Per evitare di far del male ad altri, se mai avessimo contratto il virus”.

Nemmeno il marito, che non aveva accompagnato la famiglia nel viaggio in Cina, può entrare nell’alloggio sigillato: vive in un appartamento vuoto che gli ha messo a disposizione una conoscente, da solo, dormendo su  una brandina e telefonando ogni sera alla moglie e ai figli. 

E’ un’estrema forma di rispetto verso gli altri ha spinto Yemin a questa scelta, che lei vive comunque con la serenità e con la calma di chi sa di aver fatto la cosa giusta, prendendola anche con una buona dose di sana filosofia orientale: “se tutto andrà bene sarà stata una specie di vacanza non programmata. Un prolungamento di quella che abbiamo fatto in Cina». Un senso dello humor che i giorni di isolamento non sono riusciti a intaccare.

Nel frattempo, Yemin guarda il mondo fuori grazie alla televisione, al computer, contando i giorni che mancano alla fine della quarantena auto-imposta: “ne mancano ancora nove”, diceva un  paio di giorni fa al cronista,  rassicurandolo sul fatto di non avere né febbre né altri sintomi strani: “non c’è assolutamente nulla che non vada nella nostra salute”, raccontava tranquilla, ribadendo quanto l’isolamento sia “necessario”, perché “questo si deve fare quando si vive in mezzo ad altre persone”. Così, semplicemente, senza clamore.

E intanto i giorni passano lentamente, tra poco Yemin con i suoi figli potranno finalmente uscire dal loro appartamento, e, come dice lei orgogliosamente, “andare in giro a testa alta, e dire che anche noi abbiamo fatto la nostra parte nel difendere la salute di tutti».Così, senza rumore, senza toni sensazionalistici, senza atteggiamenti né da vittima né da eroe, ma con la limpida consapevolezza di aver fatto quanto era giusto fare per il bene e la sicurezza degli altri, ma anche per la propria dignità e la propria coscienza.

Grazie, Yemin.  

[Link e immagine: La Stampa]

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