In questo momento di emergenza Coronavirus il blocco delle attività della ristorazione a partire dalle 18 è apparso come il rimedio indifferibile per evitare ulteriori casi di contagio.

E ci sta.

Non è il caso di fare distinzioni. Bisogna cercare di alleviare la situazione degli ospedali che potrebbero essere chiamati a un super lavoro cui non riuscirebbero a fare fronte.

In nome della salute pubblica è necessario fare un passo indietro su altre libertà costituzionali garantite come quella della libera circolazione delle persone.

La domanda è per quanto tempo potremmo resistere a quella che si prefigura come una recessione dovuta all’inevitabile calo dei consumi con un effetto a cascata sui redditi da lavoro e di impresa e sulla conseguente capacità di contribuzione alle spese dello Stato nel comparto della Sanità e quindi sulla capacità di reazione al Coronavirus dell’intero Paese.

Preoccuparsi del lavoro, del settore agroalimentare e della ristorazione non è quindi una cosa banale o da “gastrofighetti” preoccupati di non sapere dove andare a cenare la sera.

Tocca ingegnarsi e trovare soluzioni per un comparto che ha la sua importanza in termini di PIL e di occupazione.

Ci saremmo dovuti preoccupare prima, tutti, di rispettare regole e raccomandazioni, ma la frittata – parlo in maniera diretta che a qualcuno potrà sembrare becera – è stata fatta. Al pari di quella della fuga di notizie del nuovo decreto che ha appunto ordinato la chiusura delle attività di ristorazione dalle 18 alle 6 del mattino e che mi ha portato a titolare: niente cena.

Delivery e asporto: soluzioni emergenza Coronavirus

Asporto in file regolamentate rigorosamente a un metro di distanza l’uno dall’altro e delivery con regole per scambiare denaro e cibo al di fuori dell’uscio di casa.

Una soluzione praticabile da subito in tutte le parti d’Italia che non sono soggette alle regole della zona rossa (e per fortuna ancora una gran parte dell’Italia non è stata chiusa) ma che potrebbero essere allargate anche alla zona rossa dopo le verifiche di fattibilità.

Ci vorrebbe una modifica al decreto che imponesse sì la chiusura delle attività come è stato fatto, ma anche la possibilità di cucinare a porte chiuse, di consegnare a casa o di prevedere l’asporto come si fa nelle farmacie notturne con contatti quasi zero.

Distanza da rispettare in fila, sanificazione dei mezzi di trasporto, scrupoloso rispetto delle operazioni di igienizzazione già emanate.

Difficile da attuare?

Forse no, perché in una cucina chiusa con le stesse regole applicate ad esempio nelle mense e quindi in strettissima osservanza igienica (da copricapi a parabaffi, mascherine, guanti, disinfezione continua delle superfici) la soluzione potrebbe stare in piedi e consentire che i tantissimi esercizi di ristorazione continuino la loro attività almeno in parte.

Per evitare che tra un tempo non ancora conosciuto l’Italia del cibo debba ricostruire tutto sulle macerie.

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