Il lockdown a Natale e il punto di non ritorno dei ristoranti

Il punto di non ritorno non è prevedibile: lo si vede quando è stato superato, cioè troppo tardi. Un problema in più per la ristorazione

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“Credo che un lockdown a Natale sia nell’ordine delle cose”. L’affermazione del microbiologo dell’Università di Padova, Andrea Crisanti, deus ex machina del sistema Veneto al tempo del primo lockdown di primavera, rende fosco l’orizzonte delle feste prossime venture.

Da Studio 24, la trasmissione in cui ha pronunciato la parola lockdown che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha escluso, la previsione è rimbalzata su media e social.

Il Natale a rischio, insomma, con ancora una volta la ristorazione a pagare il conto più salato.

“Si potrebbe resettare il sistema, abbassare la trasmissione del virus e aumentare il contact tracing. Così come siamo il sistema è saturo”, ha osservato Crisanti.

E ha portato l’esempio della sua Regione: “In Veneto abbiamo avuto 366 casi e 360 isolamenti, ogni caso genera almeno 10-15 contatti quindi avremmo in isolamento almeno 5mila persone”.

Il lockdown mascherato

Non è un lockdown generale, ma geolocalizzato e se vogliamo limitato all’indispensabile.

Come il coprifuoco della ristorazione che alle ore 24 deve spegnere i fornelli e le attività in sala. Almeno leggendo il dettato normativo del Dpcm che specifica l’orario. Nel settore della ristorazione è in discussione se alla 24 i clienti seduti possano continuare la cena. Servirà probabilmente una circolare esplicativa perché far sedere i clienti alle 23,59 significa chiudere l’attività di ristorazione ben oltre le 24. E la lettera del provvedimento contenuto nel Dpcm non sembra consentirlo. La chiusura a mezzanotte è spiegata dalla stessa norma che puntualizza “e sino alle ore 21 in assenza di consumo al tavolo”. Sino, quindi non oltre le 21. E non oltre le 24.

Discussioni forse di lana caprina perché il primo sentiment che si è diffuso è la paura. Il rischio è quello della prima riapertura. Si battagliava per il metro di distanza ma il vero problema era la paura delle persone di uscire da casa ed entrare in un ristorante. Ora cambia il metro, orario contro centimetri, ma il risultato pare condizionato dalla paura.

Natale è ancora lontano. La progressione della curva dei contagi si impenna anche se le conseguenze sembrano al momento meno drammatiche in termini di vite umane perse.

Il punto di non ritorno

Ma a guardare oltre i confini italiani, la preoccupazione è che siamo solo all’inizio della seconda ondata. E bisogna attrezzarsi mettendo sulla bilancia salute ed economia. Salute anche psicologica che è quella più minata come ha efficacemente spiegato Paolo Giordano sul Corriere della Sera. Bisognerebbe parlare di “tipping point”, del punto di non ritorno.

“Se a febbraio conoscevamo a malapena il significato di espressioni come «test molecolare», «lockdown» e «superdiffusore», oggi siamo un po’ tutti epidemiologi. Basta scorrere certi post, tweet e articoli molto commentati in rete per accorgersene. È allora il momento di aggiungere al nostro vocabolario minimo pandemico un nuovo lemma: il «tipping point»”.

Il punto di non ritorno non lo puoi prevedere. Te ne accorgi che esiste quando lo hai superato, è la spiegazione in sintesi.

“Se prima della soglia il contagio evolve in maniera graduale e abbastanza ordinata, come succedeva quest’estate, oltrepassato il tipping point la situazione si aggrava a dismisura e molto rapidamente. In una parola: esplode. Il tipping point è il momento a partire dal quale le cose precipitano”.

Questa nostra non comprensione ci spinge a criticare l’orario di chiusura dei ristoranti. Incomprensibile se si pensa che in quel ristorante si è arrivati con un autobus pubblico in cui non c’è rispetto delle distanze.

Ci concentriamo, cioè, su un singolo aspetto che è parte della costruzione di quel punto di non ritorno che condanna tutto il sistema: ristoranti e autobus. In pratica l’anticamera del lockdown.

Punto di non ritorno e opportunità

pizza capricciosa Gina Pizza fuoriesce cartone punto di non ritorno

L’evoluzione della risposta che ci viene chiesto dall’emergenza pandemica (che in tale stato versiamo stante il prolungamento dello stato di emergenza al 31 gennaio 2021 decretato dal Parlamento) è complesso, di livello superiore, probabilmente innaturale.

Provare a limitare i danni è la prima reazione naturale. Chiedere un prolungamento dell’orario, ad esempio. Come aver battagliato per limitare la distanza tra i tavoli.

Ma è la coperta di Linus, corta quanto la possibilità che lo Stato sovvenzioni le perdite che si accumuleranno.

Per la ristorazione metro e orari sono misure che suonano come una condanna a morte, lenta ma certa. Trovare soluzioni è complicato e la parentesi estiva, con i fatturati saliti alle stelle, rende il ragionamento ancora più complesso e tendenzialmente senza via di uscita.

Lo abbiamo visto soprattutto con l’asporto della pizza: acqua che non leva sete. Non permette di mantenere in piedi un’attività di ristorazione anche se c’è chi l’ha avviata snaturandosi.

Non è l’asporto né il delivery la soluzione. Ma può essere un tassello come la composizione di un’offerta diversa che permetta di spalmare nell’arco di una settimana le presenza al ristorante ed ottimizzare gli orari a disposizione.

Tocca ingegnarsi e farlo prima di Natale. Prima che il punto di non ritorno ci faccia passare dalle feste dell’abbondanza dell’estate a quelle della passione che – facendo un salto indietro a questa primavera – andrebbe oltre Pasqua.

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