Il 5 agosto il Noma riaprirà a Copenaghen. O almeno così ci viene raccontato.

Nuovo corso. Nuova leadership. Nuova visione e struttura organizzativa. Anche nuova sensibilità. Insomma, nuovo tutto.

Tranne una cosa: René Redzepi resta lì.

Non più chef esecutivo, certo. Non più uomo immagine delle operazioni quotidiane. Adesso sarà “direttore creativo”, custode della visione, guida dei progetti futuri, garante della ricerca e dell’innovazione. In pratica, non ha le mani sul volante ma continua a decidere la destinazione.

E qui nasce il problema.

Per anni il Noma è stato il laboratorio più influente della gastronomia mondiale. Ha cambiato il modo di pensare il cibo, la stagionalità, il rapporto con il territorio. Ha plasmato una generazione intera di cuochi. Nessuno può negarlo.

Ma “Noma” è anche il simbolo di un sistema che si è autoassolto troppe volte in nome del genio.

Quando le accuse di abusi psicologici, umiliazioni e comportamenti tossici sono diventate impossibili da ignorare, la risposta è stata quella che ormai conosciamo bene: pubblica riflessione, mea culpa, riorganizzazione, nuova governance e ripartenza. Redzepi, apparentemente, ha riconosciuto eventuali colpe – pur senza mai chiedere scusa e contestando parte delle ricostruzioni emerse.

Ad ogni modo, sceglie di farsi da parte. Ancora una volta, “almeno così pare”. Poi però guardi meglio e…

Cosa c’è di nuovo e di vecchio nel Noma che riapre

Il proprietario è sempre lui.
L’ispirazione è sempre lui.
Il marchio continua a essere lui.
Il mito resta lui.
E la nuova narrativa è ancora costruita attorno a lui.

È una formula ormai collaudata: togli il protagonista dal palco principale, lascialo dietro le quinte e chiamalo “creative director”. Così il sistema può dichiararsi cambiato senza cambiare davvero.

La verità è che il Noma sta tentando l’operazione più ambiziosa della sua storia: perché se già altre volte è riuscito a convincerci che una rivoluzione fosse avvenuta, stavolta lo fa senza che il potere sia realmente passato di mano.

Nel comunicato si parla di una nuova generazione di leader, di dodici microstagioni all’anno, di una creatività ancora più libera e profonda. Tutto molto affascinante. Tutto molto Noma.
Ma c’è un dettaglio che continua a stonare.
Nel 2023 Noma doveva chiudere perché il modello dell’alta cucina non era più sostenibile.
Poi non ha chiuso davvero.
E poi è diventato un laboratorio. E ancora, un progetto itinerante.
Siamo poi passati a una membership. E poi una residenza.
Poi una pausa.
Adesso torna come ristorante permanente.

Ogni volta ci viene spiegato che è la fine di qualcosa. Ogni volta scopriamo che era l’inizio della campagna marketing successiva.

Perché il Noma funziona sempre

il Noma riapre

E ogni volta, bisogna riconoscere, che funziona. E se funziona è perché il mondo gastronomico ama i miti più della verità. Ama il racconto della fenice che rinasce. Ama il genio tormentato che si reinventa.
Diciamocelo: ama lo storytelling molto più delle domande scomode.

Così oggi siamo tutti qui a discutere delle dodici stagioni di Noma e della nuova era creativa senza soffermarci sul fatto che il ristorante più influente del mondo sta cercando di trasformare una crisi reputazionale in un rebranding.

Forse il nuovo Noma sarà straordinario.
Forse Pablo Soto, Mette Søberg e il nuovo gruppo dirigente riusciranno davvero a costruire un ambiente migliore e una cucina ancora più interessante. È un augurio più che un dubbio.

Ma prima di applaudire il ritorno del re, sarebbe il caso di ricordare che il re non se n’è mai andato. Ha semplicemente cambiato titolo e tutto per poter restare sul trono seppur in penombra.
E se questa viene chiamata rivoluzione, allora la gastronomia contemporanea continua ad avere un problema enorme: confonde ancora troppo spesso il cambiamento con il marketing.

Il Noma riapre il 5 agosto e la domanda vera non è cosa troveremo nel piatto; piuttosto è se questa volta qualcuno avrà il coraggio di guardare dietro la scenografia.

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Francesca Brunzo

Francesca Brunzo

Curiosa per natura, diffido dalle certezze assolute. Preferisco capire piuttosto che seguire, osservare piuttosto che giudicare. Non mi interessano le mode, mi interessano le idee. Osservo, faccio domande e cerco risposte. Credo che il senso critico sia il miglior ingrediente di ogni racconto. Se questo passa attraverso il cibo, tanto meglio.

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