Vini minerali. Cinque etichette scavate nella roccia aspettando le tue

Mineralità è forse la parola più abusata degli ultimi anni in ambito enoico. È tutto un fiorire di vini minerali e rocciosi, di pietre focaie. Come se il vino non venisse più dall’uva ma da un succo di roccia. A me fa un po’ sorridere il termine, anche perché ho sempre più l’impressione che detta così significhi tutto e niente. Provate a chiedere a dieci “esperti” del bicchiere cosa intendano per un vino minerale, temo avrete parecchie risposte differenti e varie.

Il vocabolario non ci aiuta, se facciamo una ricerca sulla parola mineralità ci rimanda al termine minerale, cioè “che presenta caratteristiche dei minerali”, come dire un cane che si morde la coda. Se andiamo a ricercare sui siti di vino, si va da chi lo associa al legame con il territorio e quindi con l’identità del vino, a chi lo usa per la freschezza e acidità, chi in senso proprio con i profumi di silicio e sulfurei e chi invece lo riconduce alla salinità del vino. Insomma come la giri la giri, una gran confusione.

Ma esiste la mineralità in un vino? Diamine! Per me si! E ha un inizio e una fine ben precisa. La prima volta che ho pensato che un vino fosse minerale, la ricordo come fosse ora. Ero seduto ai tavoli fuori di un ristorante che ho molto amato: Pierino ad Anzio, preso nella abituale mangiata di pesce. Dovevano essere i primi anni Novanta, Sandro mi portò una bottiglia che non conoscevo e che mi colpì subito, la bottiglia era panciuta ed elegante, l’etichetta strana e raffigurava una sasso irregolare. Il nome poi, un fulminante Silex, più che un nome era una dichiarazione d’intenti.

Appena ci misi il naso dentro, fu folgorazione. Avevo già bevuto altri Pouilly fumé, altri bianchi della Loira. Ma una roba come questa di Daggenau mai. Al naso sembrava che quella pietra dell’etichetta fosse stata spremuta. Sentori di pietra focaia, di terra sassosa, profumi ancestrali e primigeni, ma vivi e intensi, di estrema nitidezza si impadronirono del mio naso e del mio palato. Incredibile.

Da allora molta acqua è corsa sotto i ponti e molto vino nei miei bicchieri ma a me è rimasto il piacere e la curiosità verso vini bianchi che sanno di sasso, che evolvono superando la fase immediata del frutto e prendono note terziarie sapide e primigine, estratte dal terreno e dal climat in cui nascono. Il minerale per me va braccetto con i vini bianchi, perché nei rossi diventa altro, più simile al goudron dei francesi, ma questo è un altro discorso. E allora eccoli i miei 5 vini “rocciosi”.

  1. Vigna della Congregazione, Villa Diamante. Profuma d’inferno e solfatare. Per me un vino minerale nei suoi chiaroscuri e freschezze.
  2. Riesling Windbichel, Castel Juval. Lo metti in bocca e subito sai da dove viene, dalle rocce dolomitiche rosa. Silicio, pietra su un frutto preciso e dolce.
  3. Etna Bianco A’Puddara Tenuta Fessina, già il nome è quello di un vulcano, per un vino dell’Etna che mi impressiona ogni volta. Da un vigneto di Caricante ad alberello arrampicato sull’Etna a 900 metri, la versione 2009 è fantastica, fresca e sulfurea insieme.
  4. Verdicchio di Matelica, Collestefano. Un Verdicchio che non teme di giocare un campionato diverso, con maturazioni fresche e frutto vivo, invecchiando si scopre e smagrisce fino a diventare tutto nervosismo e acidità, ai profumi primari si sostituiscono quelli delicati di sassi e ghiaia.
  5. Chiudo contraddicendomi, perché in fondo questo mi piace del vino, che sta lì a spiazzarti nelle sue certezze. Il Lambrusco di Sorbara Radice Paltrinieri. Ho aperto qualche giorno fa l’ultima bottiglia 2010 e trovo che nella sua silhouette acida e snella, in quel senso affilato di nitore roccioso che si staglia al naso, sia un vino mineralissimo.

Allora forse anche alcuni rossi possono esserlo se mi è saltato in mente un rosso anche se diverso. La mia convinzione è che i rossi abbiano sempre una parte di estratto massiccia e imponente per diventare realmente minerali, ma un Sorbara a togliere evidentemente ce la fa, come alcuni Borgogna nitidi e affilati e Sangiovese vecchio stampo… Che ne dite?



15 commenti su “Vini minerali. Cinque etichette scavate nella roccia aspettando le tue

  1. bellissimo articolo
    posso aggiungere uno straniero che mi piace da morire?

    “Mineral +”, il nome è tutto un programma, uno Chenin bianco della Loira prodotto da Franz Saumon

    • Hai ragione Nico è buonissimo, lo chenin blanc spesso vita su toni minerali, soprattutto quando tengono sotto controllo le ossidazioni 😀 come nel caso del mineral

  2. bel pezzo Ale, a proposito di confusione: un giorno a negozio un cliente chiede un bianco fresco, gli chiediamo se lo preferisce minerale e lui candidamente risponde che no, non lo vuole frizzante!
    p

  3. Poco da aggiungere, Puddara per me, non solo e’ nettamente il miglior bianco etneo, ma il migliore italiano nella sua annata (in attesa delle uscite top), Radice un’ infinito vino secchio…

  4. una domanda un po’… ‘provocatoria’…. ma se nella Loira si producono vini così minerali, rocciosi, sassosi ( Sauvignon Blanc e Chenin Blanc )… se sugli stessi terreni ci piantassi ad esempio un viognier o un semillion o un trebbiano…. si otterrebbero altresì vini minerali rocciosi sassosi eccetera ?. La mineralità del terreno si trasferirebbe anche in questi vitigni…. Qualche dubbio.. lo tengo….
    Saluti..

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