La cucina inglese rinasce? Sì, ma dallo street food

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Yianni Papoutsis è un cittadino metà inglese e metà greco che un bel giorno ha deciso di comprare un furgone e di vendere hamburger nella periferia industriale di Londra. Esperienza di cucina zero ma una grande passione per il cibo di qualità accessibile a tutti. Tre settimane dopo la fila dei clienti in attesa del sandwich ne decretano il successo. Poi arrivano i foodblogger che contano e allora il successo diventa planetario.

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Il segreto? La filosofia del “cibo buono per tutti”, caparbiamente perseguita a suon di snervanti ricerche del pane migliore, reiterati tentativi per ottenere una precisa esperienza gustativa, spedizioni oltre l’Oceano alla ricerca del meglio in fatto di carne e formaggio. E’ stata questa la spinta che ha permesso a Yianni di raggiungere quel “monumentale risultato”, come l’ha definito il blog cheesenbiscuits.blogspot.com e che ha fatto parlare di rivoluzione dello street food in Gran Bretagna o, addirittura, di rinascita dal basso della cucina britannica.

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Di aprire un ristorante, però, l’improvvisato chef non ne vuole proprio sapere. Gli basta la sua postazione mobile The Meat Wagon, oggi in un parcheggio domani davanti a un pub. “Non voglio fare la fine di quegli idioti che si indebitano fino al collo e dopo sei mesi piangono”, sintetizza Yianni. E allora forse ha ragione Simn Majumdar, foodblogger anglo-indiano autore del libro Eat My Globe (il racconto di un anno in giro per il mondo mangiando per strada), quando ricorda che alla base del grande successo dello street food ci sono anche il rincaro degli affitti dei locali e gli alti tassi di fallimento societario (in breve la crisi economica).

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Fortunati gli avventori di The Meat Wagon, allora, se alla modica cifra di cinque sterline si assicurano un panino con l’hamburger che Yianni ti prepara davanti, utilizzando carne di manzo di primissima scelta, frollata per 28 giorni, tritata finemente lì per lì, mai con gli avanzi del giorno prima e aggiungendo formaggio dalla misteriosa provenienza dotato del giusto livello di iperplasticità (parole testuali) che gli consente di penetrare bene, sciogliendosi, nelle fessure della carne. Per chiudere il tutto con un panino che, dopo affannose ricerche in America, viene preparato da un fornaio della zona che lo ha sopportato per un anno nella ricerca del giusto sandwich senza però riuscire ad accontentarlo tutti i giorni.

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Ed è sempre la ricerca maniacale degli ingredienti che ha portato Yianni a fare esperimenti, insieme al suo macellaio di fiducia, fino a scovare la perfetta percentuale di grasso nell’hamburger (il 15% anche se le carni magnificate dai cultori dell’hamburger raggiungono il 20%) e a testare almeno un migliaio di tipi di formaggi, dopo un inizio a base di Cheddar stagionato, per poi approdare al misterioso prodotto (“non voglio rivelarne l’identità, io solo so quanto ho sofferto per trovarlo!”). Con l’obiettivo di preparare un panino dove i diversi elementi che lo compongono siano ben amalgamati. Proprio come nel famoso Big Mac, precisa Yianni che tra i suoi panini preferiti include anche il Double Double servito dalla catena americana In-N-Out.

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Ma junk food e street food non sono due modi di consumare un pasto che coincidono sempre. Non coincidono affatto nell’eat.st, per esempio, il neologismo che indica il cibo di qualità che cammina su ruote, allegro e popolare, esploso nelle strade e nei parcheggi inglesi (soprattutto a Londra) e fatto di colori, eccentrici furgoncini vintage, incerte baracche di legno con i menu strillati e qualche nostalgia da figli dei fiori convertiti al marketing.

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Tutto o quasi può essere servito in “modalità mobile” (e spesso anche a domicilio): ci sono le antiche ricette indiane di Gujarati Rasoi, al Broadway Market di Londra o il caffè di Brewed Boy, nelle vie di Soho.

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C’è la paella fresca di Jamon Jamon a Portobello Road oppure le minestre e gli stufati di Souper Stew, a Coven Garden. Ma anche gelati, frullati e altre prelibatezze da consumare in strada, rigorosamente lontani dai santuari della buona cucina. “Più cibo buono per tutti”, direbbe il nostro Albanese.

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Fonte: The Independent

Foto: Alamy, Rex, Teri Pengilley, willeatformoney.blogspot.com

6 Commenti

  1. Lo sovrastrutture impongono una serie di limiti anche nella cucina e capita che queste non facciano sentire il cliente a proprio agio.
    Sposo l’attitudine street e cucino anche per questo: spesso ciò che dura nel tempo nasce dal basso. Non esiste mainstream senza underground. Far visita alle vette della nostra gastronomia è importantissimo, ma se non facciamo un giro nelle “periferie” della cultura “cibica” allora ci mancherà sempre un pezzo.
    FUCK JUNK FOOD, BIG UP STREET FOOD.

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