Sequestro nel veronese. Ma un uovo può costare due centesimi?

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Dieci milioni e 300 mila uova sequestrate nel veronese in un’industria che le trasforma per la lavorazione successiva delle industrie dolciarie. Queste uova, anzi, questi ovoprodotti diventano basi e farciture per pandori, panettoni, merendine, pasta all’uovo. Arrivano sugli scaffali dei supermercati suadenti per le feste di Natale avvolti nel mantello della pubblicità e di etichette che al massimo reciteranno la formula del contenente una percentuale di un qualcosa di liofilizzato, polverizzato, lavorato. Melegatti ha subito dato l’altolà: “Noi non c’entriamo”.

Controlli severi mettono al riparo da brutte sorprese come questa. Tiriamo un sospiro di sollievo se una delle maggiori industrie di dolci delle feste ci rassicura? Nemmeno per sogno. L’etichetta deve essere certa, la filiera deve essere certa. Inserire la dicitura ovoprodotto della tale azienda, della Ovomattino, cito ad esempio un nome di un’azienda che ha la sua sede a Caselle di Sommacampagna e che non vedremo mai nella pubblicità (il cui pay off è “il valore dell’uovo genuino”), può solo rendere più tranquilli i consumatori. E di certezza c’è bisogno soprattutto quando i controlli dei NAS (preventivi, come spiegano nel loro comunicato, in vista delle grandi forniture autunnali per l’avvicinarsi delle festività) e le denunce di mozzarelle di vari colori (ultima, la gialla con venature rosa immortalata in tutta la sua schifosità dal fotoreporter Cristiano Chiodi è della tedesca Land e commercializzata da Eurospin come pizzarella – quindi un marchio della tedesca Milchwerk Jäger, quella della mozzarella blu madre di tutti i colori per capirci ) aumentano.

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La filiera certa deve essere tale anche per gli ingredienti utilizzati nelle preparazioni: le uova per un panettone o una mozzarella per la pizza congelata da mettere nel fornito di casa.

Almeno immagini come quelle presentate nei TG avranno anche un nome e un cognome e non una descrizione come quella ufficiale “una ditta ubicata nel distretto veronese, specializzata nella fornitura di ovoprodotti destinati a note industrie dolciarie nazionali”. Verrebba da chiedersi “Ma chi caspita sono” e ovviamente astenersi dal comprare qualsiasi cosa abbia a che fare con un ovoprodotto. A meno, appunto, di poter leggere un’etichetta che indichi di chi sono le uova o gli altri ingredienti.

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Una legge che aumenti il livello di sicurezza alimentare è necessaria. Se ne sono accorti anche gli Stati Uniti che la aspettano dai tempi di Bill Clinton. Lì i dati dicono che tra maggio e luglio di quest’anno sono state 2000 le persone colpite da salmonella a seguito di consumo di uova (gli USA producono 6 miliardi di uova al mese). Per cercare di venire a capo di questa situazione è stata avviata un’inchiesta parlamentare. Secondo l’Economist una delle ragioni dell’abbassamento del livello della sicurezza alimentare, oltre al fatto che la legislazione non si è adeguata ai cambiamenti avvenuti nel sistema della produzione alimentare, è la concentrazione della produzione nelle mani di poche aziende. Nel 1987 il 95% della produzione era garantita da 2500 produttori di uova mentre oggi solo da 192 grandi produttori. In teoria il passaggio dalla produzione artigianale parcellizzata a quella industriale su larga scala dovrebbe favorire i controlli, anche interni. Ma non sembra che ciò avvenga. I casi di salmonella coinvolgerebbero una ventina di marchi.

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La Food and Drug Administration ha fatto sapere che una visita effettuata in una delle aziende dello Iowa responsabili della salmonella, la Wright County Egg (qui lo danno il nome e il cognome), ha evidenziato topi, vermi e letame ammassato vicino ai macchinari.

Resta ancora da considerare il fattore prezzo. Le oltre dieci milioni di uova sequestrate nell’azienda veronese avevano un valore di 2 milioni di euro. Significa nemmeno 2 centesimi ad uovo. Ma quale gallina può produrre un uovo che costa meno di 2 centesimi? Quindi, per piacere, il prossimo che ritiene troppo elevato il prezzo di un uovo di gallina livornese di Paolo Parisi, non conosce San Bartolomeo o non ha mai assaggiato le uova Marans di Monica Maggio, taccia per sempre.

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Vignetta: Alberto Rinaudo

Foto mozzarella: Cristiano Chiodi

Fonti: Agi, Carabinieri.it, Economist, foodpoisonjournal, Libero

8 Commenti

  1. Il costo di un uovo al supermercato va dai 20 ai 30 centesimi, forse quel costo cosi’ basso e’ dovuto al fatto che non si tratta di un prezzo al dettaglio e soprattutto che le uova erano quelle che erano.
    Certo non posso concepire di dover pagare un euro per un uovo per avere un minimo di garanzia sulla filiera, sull’origine e sulla conservazione. Una cosa e’ l’eccellenza (e meno male che c’e’), altra cosa e’ il rispetto della legge e della salute pubblica.

  2. Certo Elvira, hai ragione. Ma un costo di 2 centesimi è assurdo in partenza perché vuol dire che ad un allevatore è stato pagato, vogliamo dire, 1 centesimo? Il problema inizia a diventare il peso tutto spostato sulla leva prezzo che comprime il lavoro del produttore, dell’agricoltore. Guarda cosa succede in America: diminuiscono i produttori, diminuisce la qualità. Questo per effetto della ricerca della riduzione dei costi. Se continua così, finisce che l’agricoltura, l’allevamento e il latte spariranno in Italia. Che può puntare solo su produzioni di nicchia, di qualità.

    Poi è ovvio che non puoi barattare la sicurezza e la salute pubblica nemmeno se l’uovo lo regali. Ma la dubbia provenienza è sempre un pericolo e avere una tracciatura leggibile da tutti è una sicurezza in più. Conoscere per decidere, insomma.

  3. mah, io mi faccio fare i polli da un contadino… Super, li pago intorno ai 10 euro al chilo, le uova me le regala quando prendo un paio di polli…
    Secondo me il futuro di un consumo consapevole è questo, una modernità arcaica 😉
    ciao A

  4. ha risposto a alessandro bocchetti: ho fatto i conti, l’ultima volta li ho pagati 8 euro e cinquanta, insieme mi hanno dato le rigaglie per fare un sugo da sballo, 18 ova e zampe, teste e scarti varie per il brodo… Fino a quando non recupereremo questo modo di ragionare e di fare la spesa non ne uscireme 😉
    ciao A

  5. ha risposto a robert_one: 20 centesimi. Purtroppo non suona come 2 lire. La matematica non perdona e l’errore c’è.

    Il prezzo all’ingrosso delle uova è compreso tra i 7 e gli 11 centesimi (da 20 a 30 al dettaglio). Anche in lire non andrebbe bene (2 lire) perchè nel 1950 il prezzo al dettaglio era di circa 25 lire.

    Resta ancora da considerare il fattore prezzo. Le oltre dieci milioni di uova sequestrate nell’azienda veronese avevano un valore di 2 milioni di euro. Significa nemmeno 20 centesimi ad uovo. Ma quale gallina può produrre un uovo che costa 2 lire?

    Chiedo scusa ai lettori e soprattutto ad Elvira per aver continuato la riflessione su un dato errato. La sostanza, però, resta. Anche in rapporto ad uova che hanno un prezzo maggiore non dovuto alla “griffe”.

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