Amore mio che fame spaventosa
dev’essere quest’aria innaturale
è bello parlare d’amore
tra un fritto e un’insalata
e dirti che fortuna averti incontrata.

(Domenica bestiale. Fabio Concato – 1982)

L’associazione nel titolo tra nomi e argomenti potrebbe sembrare casuale (o peggio ispirata dal più tremendo ricercare click, google, SEO e accessi), ma secondo me ha una base nella quantistica. Ora dovremmo andare a seguito di particelle di luce e corpi neri? No, perché la quantistica gastronomica e soprattutto gastrofanatica più che discutere di atomi si arrovella su “un tot a quanto”. Quanto costa un menu, quante stelle, quante forchette, quanti visitatori, quante guide, quanti tavoli, quanto tradizionale, quanto innovativo, quanto stanno in cucina, quanto stanno in giro, quanti chef salgono, quanti scendono. E ora si inizia a chiedere “ma quanti siamo” e forse “quanto (r)esisteremo”? Se lo è chiesto il Papero Nazionale Stefano Bonilli che è intervenuto alla trasmissione di apertura delle Invasioni barbariche di Daria Bignardi (potete saltare la prima ora e 40 minuti di trasmissione per arrivare al punto che interessa) che ha inserito nella puntata di apertura uno spazio dedicato alla gastronomia con, oltre a Stefano Bonilli, il “cucinatore” di gatti Beppe Bigazzi e il nuovo angelo del focolare Benedetta Parodi.

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Tema, il successo di Cotto e Mangiato, il break mangereccio incastonato nel Tg della rete Italia 1, Studio Aperto. Una pillola che propone ricette facili facili alle telespettatrici (e ai telespettatori) che hanno decretato il successo del suo libro arrivato a 800 mila copie vendute. Un boato che il sempre curioso Bonilli giustamente è andato a vedere da vicino sul semplice ragionamento che non è solo questione di traino da audience televisiva altrimenti la Clerici con l’ammiraglia Prova del Cuoco avrebbe fatto affondare le librerie sotto un diluvio multimilionario di copie. Cosa che non è accaduta a lei ma nemmeno al più talebano Bigazzi il cui libro di ricette non è andato oltre la pur rispettabilissima quota di 40 mila copie. Ma quale sarà l’ingrediente segreto del successo di questa Benedetta Cucina Parodi? Velocità di esecuzione (a tutto beneficio dei ritmi televisivi che qui non hanno necessità di dover massimizzare il costo di uno chef e di uno studio poiché si fa tutto con camera a mano nella cucina di casa), freschezza del personaggio (nessuna voglia di insegnare ma solo di condividere con chi guarda quasi come nei modelli di social network), la facilità di realizzazione della ricetta (basta un pezzo di carta e un lapis per annotare e replicare il piatto), l’approvvigionamento basico (con i suggerimenti da banco del supermercato tipo gli ormai tanti famosi gamberi argentini congelati a soli 7 euro). Frullate questi elementi, immaginate il pranzo familiare o la cena casalinga con gli amici e la padrona di casa che ammicca “questa è la ricetta dei funghi di stagione della Parodi” e il gioco (vincente) è fatto. Dove sta il problema? 800 mila copie sono un patrimonio immenso se è vero come ha detto più volte Enzo Vizzari che la Guida dell’Espresso ai ristoranti da lui diretta conta 85 mila copie. Un decimo. La Parodi svetta anche se parliamo di cucine diverse (ristorante e casa). Ma c’è anche da dire che le Guide con lo stesso Vizzari hanno provato a diventare più nazional-popolari rivolgendosi proprio a quell’odiosissimo Striscia la Notizia (il più ascoltato critico gastronomico con 8 milioni di telespettatori, cioè 10 volte gli “accessi” del libro Cotto e Mangiato) per ragionare sulla guida 50Best. Probabile che la teoria quantistica piaccia anche a chi della qualità fa una bandiera tanto da stilare pagelle e compilare punteggi. Il quanto vale si sposta dal sottoposto a critica (lo chef, la ricetta perfetta) al mezzo che lo diffonde (guida, libro, web, TV). Quanta quantità, piuttosto che quanta qualità.

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Un abbassamento a logiche terra terra fatte di quotidianità da GDO e surgelati? Se lo è chiesto la più gettonata delle esponenti della nouvelle vague webettiana, l’amatissima e invidiatissima Sigrid Verbert alias Cavoletto di Bruxelles, macinatrice di accessi e di foto che fanno sbavare ancor prima e, anzi, a prescindere da ciò che scrive (anche se il suo Libro del Cavolo è stato un caso editoriale grazie anche alla distribuzione punto a punto). E’ stata lei a sollevare la questione sul Papero-blog accennando al possibile piacere di un venticello anticonvenzionale, eretico, di cui farsi paladino. Insomma un ritratto del Papero annoiato. Ma come, se ha annunciato un nuovo web magazine di cui già si parla per gli aspetti originali e per la squadra che ci lavorerà? Va bene lo sfortunato Passetto, vanno bene muschi-licheni-renne, ma chi crederà ad un papero paladino della GDO? Certo, c’è il paragone costruito tra la Parodi e il Maestro Manzi di Pitigliano che 50 anni fa dalla televisione cercava di far imparare l’italiano. Ma al tempo si rivolgeva agli analfabeti, mentre ora l’operazione sembra capovolta e più intenzionata a fare restare nell’analfabetismo gastronomico o a giustificarlo perché non c’è tempo, si lavora, c’è la crisi.

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Se il discorso è quantistico è inevitabile il cenno da una delle vecchie “S” che dovevano andare in copertina per far vendere tanto in edicola: sesso, sangue e soldi. Ammesso che di soldi se ne vedano pochi (tanto che il refrain è che lo scopo finale della gastronomia 2.0 è non pagare un conto in cambio di presentazioni/recensioni edulcorate), considerato che il sangue scorre abbondante nei commenti ai post messi a testa in giù nemmeno fossero maiali a scolare, resta il sesso applicato al cibo come ha fatto notare anche il marito della Parodi. Superato l’ammiccamento facile della cameriera-sommelier e il campionario pecoroneccio tipo gita a Parigi a rotolarsi tra foie gras e infoiati di ormoni, ecco che si è fatta strada la figura dello/a chef bello/a e impossibile che ti stende con uno sguardo, una rotondità, una ricetta. Lo show culinario, gastrotrasmesso alle – si suppone – estasiate e sognanti telespettatrici o ai collezionisti di farfalle, è venuto su meglio della panna montata delle bombolette. E ha conosciuto l’apoteosi con lo show cucching, l’arte di conquistare tra i fornelli spiegata da Simone Rugiati sulla welness cucina Mauri con un Master virtuale (altro che la Eva Herzigova fotografata da Bruce Weber per il calendario Pirelli del 1998 o la splendida Isabella Rossellini nella scena della cena nel film Big Night del 1996).

Saranno contenti frotte di ristoratori che passeranno di moda insieme agli immancabili venditori di rose che scommettono sull’appuntamento galante tra un fritto e un’insalata o sul mangiare un fiore confondendolo con l’amore. Volete mettere la lussuria di una bella pasta panna e salmone da gustare a due passi dal divano malandrino invece che dover stare al ristorante a fare salamelecchi (accompagnare la seduta per lui , affidarsi alla sua scelta per lei)? Robe del trapassato remoto. Aspettiamo solo che si masterizzino i primi (e le prime) showcucchingatori per scoprire se è migliore il porcino dei cerreti toscani o delle foreste dell’est. Non per fare le tagliatelle, ma per rompere il ghiaccio.

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Un’orgia di cibo che non poteva non finire con il Food porn, la nuova religione che ha molte vestali tra le foodblogger. Roba diversa dal cuccaggio a suon di padellate erotiche. L’estasi contemplativa è per il cibo nella sua disperata bellezza riprodotta con una foto da sogno. Un’immagine che cattura i sensi al solo vederla e chissene se l’hamburger è di carne non proprio da appassionati gourmet. Tanto puoi guardarlo, estasiarti dei colori, ma non sentire i profumi e tanto meno assaporarlo. E’ nato così Food Porn Daily il sito cui è possibile indirizzare foto di qualità per consentire ai lettori di provare una sorte di sindrome di Stendhal culinaria attraverso lo schermo del Pc. E così ho scoperto di essere dedito alla visione foodpornista soprattutto a causa del Cavoletto e delle sue seguaci: quanto cibo, quante belle foto. Non ci credete? E allora, che dire di questo crumble che va contro una delle indicazioni di Andrew Scrivani di non fotografare piatti ed oggetti grandi? Sembra di sentirne il sapore.

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Benedetta Parodi riuscirà quindi ad insegnare a molti a ritrovare il piacere di cucinare? Probabile. E che paradosso questa teoria gastro-quantistica che vorrebbe privilegiare sempre la qualità ma deve guardare alla quantità. Un po’ orba. Ma non disperiamo. In fondo una pillola accanto a un telegiornale può cercare di fare un passetto avanti se ha una visione ampia e desiderio di comprendere e far comprendere. Lo faceva anche un giornalista con una piccola pillola di grande peso. Qualcuno lo ricorda ancora?

Foto: cavolettodibruxelles.it, foodporndaily, tvblog.it