Italianissimi. Galan prova ad educare il palato degli Americani!

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Tra le ultime trovate del finto made in Italy, dopo il parmesan, il cambozola, il provolone del Wisconsin, ci era giunta voce della pizza con la crème fraiche, versione riveduta e corretta della tarte flambée. “Alla gente piace la pizza, perché no una versione francese?”, si era chiesto, posando per il New York Times con in mano il frutto della sua contaminazione gastronomica, Anthony Raggiri, nei giorni dell’apertura del suo alimentari a base di prodotti francesi in First Avenue, a New York. Ma come, la pizza è un piatto protetto! aveva commentato, sdegnato, un lettore di Scatti.

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La risposta arriva, indirettamente, dal nostro Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali Giancarlo Galan: “Le azioni legali internazionali per contrastare il falso made in Italy sono lunghe, complesse e, spesso, insufficienti”.

Il ministro ha ragione. In fatto di tutela delle indicazioni geografiche Stati Uniti (dove si concentra il grosso dell’italian sounding) e Italia ragionano in modo diverso. “In Italia abbiamo i marchi Dop e Igp, l’equivalente negli Stati Uniti sarebbe il certification mark”, ha spiegato al quotidiano America Oggi Donatella Iaricci dell’Ice di New York. Il problema è che “per la normativa Usa, nomi e segni geografici non sono suscettibili di essere catalogati come marchi individuali o collettivi” e quindi non godono di protezione giuridica. Inoltre “In Italia vige il principio First to File, che si traduce in un No all’utilizzo di espressioni come: ‘genere’, ‘tipo’, ‘alla maniera’ e alle evocazioni o traduzioni di altra lingua dell’indicazione geografica e No alla registrazione di un nome generico. Negli Stati Uniti, invece, vige il principio First to Use, ossia Sì all’utilizzo di espressioni come ‘blend’, ‘type’, ‘style'”.

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Tornando al nostro esempio della french pizza a New York una causa avviata ipoteticamente dal Consorzio di Tutela della pizza napoletana contro l’imitatore newyorkese non avrebbe un esito positivo certo.

E allora che si inventa il Mipaf? “Italianissimi”, una campagna di sensibilizzazione e promozione a tutela dei prodotti italiani negli Stati Uniti. Cioè in casa del diavolo visto che nel mercato nord-americano si concentra il 94% dei sughi italiani, il 94% delle conserve sott’olio e sott’aceto e l’85% dei formaggi, tutti rigorosamente spacciati per italiani, ma provenienti da qualche altrove gastronomico.

La speranza è che dove non arriva la legge (italiana ed europea), si spinga il palato degli Americani. Che, una volta educati, saranno loro a dire no a quello che non è “true Italian”. La campagna Italianissimi, ideata da Retecamere e realizzata in collaborazione con la Camera di Commercio di Roma e con l’Aicig, l’associazione dei Consorzi di Tutela dei prodotti italiani, è rivolta ai media americani (riviste specializzate, blog di cucina e pubblicità) ma prevede anche azioni formative e informative sui prodotti Dop e Igp nei più importanti negozi di gastronomia di New York e un’attività di sensibilizzazione dei turisti americani in Italia. Albergatori, università americane e scuole di cucina della capitale sarebbero già stati coinvolti dalla Camera di Commercio di Roma in un programma di corsi di formazione e degustazione per “insegnare a riconoscere i prodotti originali della qualità italiana”.

Foto: i-italy.org, Florence Fabricant/ NyTimes, Newsfood.com, parmaoggi.it

13 Commenti

  1. e’ importantissimo avere formazione per insegnare a riconoscere i prodotti “originali” della qualità italiana, sia per gli stranieri che per gli italiani!

    ma non ho capito bene una cosa. il post suggerisce che la pizza con la creme fraiche che Raggiri offre al suo Marche de Sud fa parte del finto made in italy?

  2. Per la realizzazione della pizza napoletana esiste un disciplinare depositato in Europa che l’ha riconosciuta come Specialità Tradizionale Garantita. Per essere considerata tale la pizza napoletana deve essere preparata in un certo modo con ingrediente precisi. L’hanno chiamata pizza ma è una tarte flambée.

  3. Non ho mica capito perchè quando Sforno fa la pizza al tortellino i gastrofanaciti ci si fanno le pippette e se invece lo fa un americano che tra l’altro di cognome fa Raggiro ci si debba indignare. Per quanto mi riguarda esiste un solo tipo di pizza e si chiama margherita mangio quasi esclusivamente quella. Francamente non capisco.

  4. ha risposto a jovica todorovic (teo): Però la pizza al tortellino non ti verrebbe in mente di chiamarla tarte flambée! Come non ti verrebbe in mente di chiamare Borgogna il vino del contadino fatto con Pinot solo perché ha un colore simile.

    Distinguerei comunque il piano gastrofanatico da quello economico che pure è importante. A livello commerciale pizza è sicuramente un termine più spendibile di tarte flambée e per mere ragioni commerciali si chiama pizza quella che pizza non è, e non certo per amore delle contaminazioni gastronomiche! Quella dell’italian sounding è una faccenda seria perché si traduce in perdite pesanti per la nostra economia. Non c’è da stare tranquilli!

    Credo inoltre che in mano ad un Paese più attento ai suoi interessi commerciali un tesoro come il made in Italy alimentare sarebbe oggetto di cure più attente.

  5. ha risposto a Lorella Franci: facciamo così. Impuntiamoci sulla pizza negli States e poi aspettiamoci che la Food and Drug administration si impunti sul Brunello o sul Chianti o su altri mille aspetti discutibili. Io sono daccordo con te. L’abuso sulla pizza per tornare in argomento p diffuo anch in italia. Non dovremmo preservare il Made in Italy ma spesso siamo i primi a non farlo e lo usiamo come merce di scambio.

  6. ma l’utilizzo della parola “pizza” dalla parte di signore raggiri (cognome italiano ma di origini francesi) non e’ un abuso della parola pizza e non significa una contaminazione gastronomica che minaccia il patrimonio gastronomico italiano. e’ vero che “pizza” e’ un termine più spendibile di “tarte flambée” ma a NYC la pizza si fa da piu’ di 100 anni ed ormai la possiamo anche considerare un prodotto nostro. ci sono stile diverse secondo la citta’ (fra qui Chicago, NYC, e New Haven sono esempi). se raggiri spacciava la tarte flambee come la “pizza napoletana stf” sarebbe un’altra cosa ma non lo sto facendo affato.

    mi interessano molto le statistiche “94% dei sughi italiani, il 94% delle conserve sott’olio e sott’aceto e l’85% dei formaggi, tutti rigorosamente spacciati per italiani, ma provenienti da qualche altrove gastronomico”…ma un aumento di consumo di prodotti di origini italiani in un mercato grande come quello nord-americano non favorisce i prodotti di massa?

  7. ha risposto a Katie Parla: E’ vero che non si tratta di un plagio dal momento che viene chiamata Alsatian pizza e non pizza napoletana. Il problema è l’italian sounding che porta sulle tavole degli Americani prodotti che non hanno nulla a che vedere con il territorio di origine o in genere con la tipicità. Se tu dovessi consigliare a un tuo connazionale di assaggiare una vera pizza per farsene un’idea gli indicheresti l’Alsatian pizza? Oppure gli diresti di accomodarsi da Rossopomodoro a Eataly NYC (che favorisce, anch’esso, la distribuzione dei prodotti italiani)?

  8. ha risposto a Lorella Franci: Ma cosa significa “la vera pizza”? Se significa la pizza napoletana, manderei chi se lo puo permettere a Napoli. Ma per farsi un’idea di com’e’ la pizza napoletana, manderei un mio connazionale a Motorino o Keste a NYC, a Franco Manca a Londra e a Pizzaiolo ad Oakland. Ma da noi ci sono tanti gusti e tradizioni diversi e magari lo stile napoletano non piace a tutti. Per questo motivo si fa bassa la pizza nella maggior parte dei posti a NYC oppure nella mia citta’ addotiva di New Haven dove, si dice, si trova la pizza migliore degli stati uniti.

    Comunque, io credo che la Mifap farebbe meglio ad usare le sue energie per fermare la distribuzione dei falsi alimenti e vini che vengono gia’ sequestrate un po troppo speso e che abbassano la fiducia che un consumatore estero puo’ avere nel prodotto italiano.

  9. ha risposto a Katie Parla: straquoto
    @Lorella nessun problema a parte qualche ettolitro moltiplicato alla n+1 sequestrato perchè non conforme ai agli standard. Potremmo parlare di mozzarella di bufala se preferisci. O di prodotti Italianissimi fatti ad arte per l’export e sostanzialmente diversi da quelli chiamati allo steso modo in italia. Mi riferisco alle italianissima pasta, olio o pelati. Mi risulta che La Granda abbia oprganizzato degli allevamenti negli States per poter fornire Eataly new york, lo dichiara esplicitamente però non mi sembra un modo di affermare il made in Italy. Tu che ne pensi?

  10. ha risposto a Katie Parla: Non sono un’esperta di diritto commerciale internazionale ma mi sembra ovvio che chi voglia fregiarsi della denominazione Stg debba adeguarsi al relativo disciplinare. Chi si limita a chiamarla pizza dovrà comunque fare una pizza e non una tarte flambée, un altro piatto con una sua storia e una sua tipicità.

    Quanto al fatto che i falsi siano distribuiti e soprattutto prodotti anche nel nostro paese, non c’è dubbio che sia così e infatti le Forze dell’Ordine intervengono continuamente per tentare di arginare un fenomeno insidioso perché transnazionale: finti pelati dalla Cina, finti parmigiani prodotti nel Wisconsin, polente-tarocco fatte in Romania e rifilate ad ignari consumatori di tutto il mondo.

    L’educazione alimentare può aiutare, nell’interessi di tutti. Così come le cause, quando hanno speranze di successo.
    C’è anche la trattativa da fare dentro il Wto per aumentare la protezione giuridica dei prodotti a indicazione geografica che attualmente godono di una tutela completa solo dentro l’UE.
    Una questione complessa, ovviamente. Ma, credo, una battaglia da fare in nome del gusto e, ovviamente, anche degli interessi commerciali in campo.

  11. ha risposto a jovica todorovic: Penso che questo made in Italy sia un tesoro da tutelare e che in altro Paese se lo terrebbero molto più caro. Più difficile distinguere dove finisce il made in Italy e dove comincia un patrimonio ormai globale di saperi gastronomici e di contaminazioni. Ogni caso va preso e analizzato isolatamente.

    C’è il piano delle relazioni internazionali dove far valere certe specificità economiche nazionali e qui siamo notoriamente deboli. E c’è quello dei rapporti commerciali con le furbizie di qualcuno o, peggio, l’illegalità. Che dire, da consumatrice mi piace pensare che la legalità debba essere il parametro con cui giudicare sempre.

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