Uova alla diossina. Parisi, sono poche 2,7 milioni di chili dalla Germania?

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Fazio (non Fabio, ma Ferruccio il Ministro) mi (ci)ha rassicurato, ma io tanto sicuro non sono. Ne abbiamo importate poche dalla Germania di uova e non è detto che siano alla diossina. Così il nostro Ministro alla Salute al Tg dell’ora di pranzo. Bene. E i 4700 allevamenti della Bassa Sassonia chiusi per rischio diossina bisogna dimenticarli? Sono divisi tra polli e maiali, ok, quindi potremmo dire che al 50% 2350 allevamenti di polli sono stati chiusi. Ma non facciamo conti arbitrari e affidiamoci ai dati Istat elaborati da Coldiretti che dice che dalla Germania sono stati importati in Italia 2,7 milioni di chili di uova. Cioè, dando per buono che un uovo medio della GDO sta sui 60 grammi, arriviamo a 45 milioni di uova, quasi uno per ogni italiano, in tutte le forme conosciute in guscio, fresche, conservate o cotte. E i dati si riferiscono ai primi 10 mesi dell’anno 2010. Responsabile di questo allarme sembra essere l’azienda tedesca Harles und Jentzsch (che si trova nello stato federale di Sleswig Holstein, nella Germania settentrionale) che ha fornito mangime contenente grassi animali contaminati da diossina proveniente da residui di biodisel, un combustibile tossico se immesso nella catena di produzione alimentare. La società tedesca è sotto inchiesta della magistratura per comportamento criminale. Le autorità sanitarie europee hanno rassicurato attraverso le parole del portavoce del Commissario alla Salute John Dalli che però ha commentato i risultati meno allarmanti dei primi test che riportano anomalie nei livelli di diossina di 3 o 4 volte quelli fissati dalla norma a 0,75 nanogrammi per chilo di grassi alimentari, mentre dalle analisi successive è emerso che la soglia sarebbe stata oltrepassata di 77 volte. Come se non bastasse, che ci fosse in giro mangime contaminato, si era scoperto a marzo 2010 con casi di intossicazione come riporta il giornale Hannoversche allgemeine Zeitung anche se il ministero dell’agricoltura della Bassa Sassonia se l’è presa comoda muovendosi il 27 dicembre.

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Ora queste uova contaminate in Germania hanno sicuramente viaggiato per mezza Europa finendo in Olanda e in Gran Bretagna dove sono saltate fuori insieme ai mangimi contaminati dalla diossina (3mila tonnellate usati anche da allevatori di maiali e di bovini). La nostra arma di difesa è tutta nella stampigliatura sul guscio del singolo uovo che riporta il tipo di allevamento, il Paese di produzione, il comune dell’allevamento, la provincia di appartenenza e l’allevamento di deposizione.

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Quindi occhio all’etichetta e nervi saldi. Paolo Parisi, il Re delle Uova italiane avverte: Facile non comprare più le uova, difficile evitare di mangiarle.

Scusa Paolo, cosa vuol dire, considerato che tu sei fuori pericolo poiché suppongo che alle tue galline non darai mangimi alla diossina?
Certo che non do da mangiare schifezze e le mie uova sono sicure. Ma anche io avrei potuto mangiare uova alla diossina come tanti altri perché finiscono nelle lavorazioni dolciarie. Si fa presto a dire non compro più uova, ma a quanti prodotti dovrò rinunciare?

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Ecco, a quanti?
A tutti quelli che li usano. I panettoni, avete mangiato panettoni in queste feste? Bene, anche io ne ho mangiati e artigianali, ma in questo tipo di lavorazione si fa più attenzione alla lievitazione e al burro, al soffice in una parola, piuttosto che alle uova che vengono appunto comprate a peso, mica ad unità.

Un’unità di misura per grandi quantità.
Sì, ma considera che l’industria si è inventata questa pasta gialla proprio per l’effetto che colpisce.

Ritornando a noi, allora niente panettoni in saldo?
E la brioche al bar? E le merendine? E la pasta all’uovo? E la maionese? E soprattutto i dolci, ripeto.

Certo non vale scegliere le meno diffuse uova dal guscio bianco come le tue livornesi anche se non tue…
Non sarebbe certo una discriminante. Io guardo sempre dove sono le galline livornesi che fanno le uova a guscio bianco che qualche tempo fa non erano ricercate dai consumatori poiché era preferito il colore scuro da allevamento ruspante. Sai cosa ho scoperto? Che quelle a guscio bianco finivano nella lavorazione della pasta proprio perché non importava il colore del guscio. Quindi, ragionando al contrario, sarebbe inutile privarsi dell’uovo sic et simpliciter senza eliminare tanti altri prodotti.

Che facciamo… le cuociamo?
Peggio, la molecola di diossina produce i danni peggiori se riscaldata, aggiunge Manuela Vultaggio la compagna di Paolo.

Bene, ora mi sento più sicuro. Mi resta solo un dubbio. Ma come faremo con tutta questa carne di maiale contaminata che va a giro per tutta l’Europa, Italia compresa, e che i maligni dicono si trasformi in prosciutti? Per la carne di maiale non c’è mica obbligo di etichettatura. Come per gli insaccati. E, ovviamente, per il latte con cui si fanno le mozzarelle blu….

[Fonte: repubblica.it, l’ecodibergamo.it, ecologia.com, coldiretti.it, asca.it]

Foto: epa, ilcalderonedimarinella.blogspot.com, mister-x

11 Commenti

  1. A leggere il tuo articolo sembra di sentire i commenti di mia figlia circa la mia cucina: “sta diventando autarchica”. Non vorrei divenisse la soluzione per sopravvivere al cibo del terzo millennio.

  2. C’è anche una buona notizia…
    La Food Standard Agency rassicura i consumatori inglesi: le uova incriminate, finite in dolci e maionese, sono già state consumate. Quindi tranquilli! Visto che uova (e derivati) hanno una data di scadenza ravvicinata, al supermercato si trovano ormai solo quelle sane… 🙁

  3. ha risposto a Anna Maria: Autarchica è piuttosto complicata come ha fatto notare Paolo Parisi che non è immune, grande paradosso, dall’uovo inquinato!

    Diciamo che la nostra cucina dovrebbe diventare quanto più possibile a filiera CERTA. E non è mica tanto facile.

  4. Concordo. Però ho notato nei km zero apparsi ovunque in quest’ultimo anno (a parte la presenza di ananas) certi radicchi tipici delle “mie” zone (il tardivo piuttosto che il precoce) stoccati in cassette di legno riportanti indirizzi lontani almeno 700 km. Posso sperare che si sia trattato di riciclare i contenitori ma mio nonno usava dire che “chi vive sperando…..”.

  5. Leggendo gli articoli che appaiono quotidianamente nei giornali locali riscontro corta=certa. Come certi contadini che pur non avendo un orto vendono ortaggi, non avendo ovini vendono pecorini stagionati, non avendo viti vendono vino, ecc. E purtroppo i “furbi” non sono pochi, anche quando si tratta di produzioni veramente molto limitate.

  6. ha risposto a Anna Maria: Infatti corta può essere un bluff e non è detto che una filiera corta sia anche certa, mentre una filiera certa potrebbe non essere corta ma esclude sorprese. Ecco perché è preferibile certa a corta e non c’è equivalenza certa=corta.

  7. Oddio! Se la carne di maiale non è tracciabile, come si fa a evitare di mangiare quella tedesca? Il salame, la mortadella etc…

  8. Gioie (poche) e dolori (tanti) della mancanza di obbligo di indicazione geografica. L’obbligo per la carne bovina è stato introdotto, credo, dopo mucca pazza. Per il pollo dopo l’aviaria. Ma manca ancora per il latte fresco, la pasta, la carne di agnello e di conisglio. Ci vogliono i disastri per prendere coscienza e correre ai ripari. E alla fine di questa bruttissima storia magari ci scapperà una norma che costringerà anche i produttori di carne e salumi a indicare la provenienza geografica. Facilitando le cose al consumatore quando avrà bisogno, come in questo caso, di sapere da dove proviene la merce.
    Le resistenze, a mio avviso, provengono da un’idea di globalizzazione superata. L’idea che se marchio un prodotto della provenienza geografica, creo barriere psicologiche alle merci.
    Il crollo dei consumi della carne di maiale, comunque, è assicurato… E’ l’unica risposta che possiamo dare da consumatori. E’ l’unica leva che possediamo. Ma non tutti possono usarla. Per esempio i ristoratori. Immagino la loro preoccupazione in questi giorni….

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