Sorge nell’uomo come un bisogno del cuore e del sentimento. Deve trovare la sua giustificazione nel fatto che essa è in grado di offrire a questo bisogno un soddisfacimento. (Rudolf Steiner)

Domenica, maledetta domenica. Cosa fare? I bambini non hanno scuola, il cane deve essere portato al parco, la moglie vuole giocare al tennis. Poi l’ossessiva liturgia delle partite, oppure la lasagna di mammà… che barba, che noia… quasi, quasi me ne vado ai vini naturali, all’hotel Columbus, così mi sparo due tazze di quello buono!

Curiosa location: tra pellegrini che sciamano, San Pietro in lontananza, preti colorati che passeggiano e il popolo dei vini naturali. Vedete il vinonaturista è convinto di essere approdato ad un piano superiore di conoscenza, che lo innalza al di sopra dell’appassionato di vino semplice. Pensano di essere la degustazione 2.0, e questo è avvertibile da subito, quasi tangibile.

Io ho il dannato vizio di essere un vecchio laico anticlericale, un socialistaccio mangiapreti e tutte le ortodossie mi disturbano. Ma c’è poco da fare buona parte dei vini che amo da tanto tempo, sono diventati appannaggio di questa ennesima via Pal. Per questo con slancio ho pagato i 20 € di obolo, spinto dalla presenza di alcuni dei miei produttori preferiti e dalla sicurezza di scoprirne altri.

Quindi eccomi a varcare gli austeri saloni curiali dell’hotel Columbus e dotato del bicchiere d’ordinanza salire le scale tra giovani pretini in borghese,  professionisti con l’occhiale sul naso d’ordinanza, Cardinali in porpora da liturgia, giovani alternativi entusiasti. Un clima abbastanza surreale, che non può fare a meno di ricordarmi Roma di Fellini e farmi sorridere.

Dico subito, il luogo è assolutamente impensabile per una manifestazione del genere: saloni piccoli e grandi che si rincorrono in una logica antica, ritmata da passaggi stretti e difficili, camminare è fortunoso e complicato. Il vino necessita di spazi ariosi che permettano la respirazione agevole, un clima conciliabile all’alcool ingurgitato e piani di degustazione comodi! L’organizzazione credo che dovrà trovare spazi più consoni per una degustazione che incontra un successo sempre maggiore.

Alcuni vini a mio avviso improponibili, ridotti e rustici. In una parola sgraziati. Solo la dizione “naturali” li salva, purtroppo nel nostro paese si continuano a giustificare con la ricerca di una arcadia felice e passata, problemi che non si dovrebbero mai più sentire nei vini contemporanei. Ma veniamo ai molti che mi sono più piaciuti, in ordine sparso, come li ho assaggiati.

COTAR l’azienda del Carso, che già mi aveva sorpreso a Milano (stay tuned) mi da il benvenuto con questa Vitoska 2007, un bianco che sa di bora e sasso, come le vigne da cui nasce. Al naso profumi minerali intensi, in bocca sa di fumo e sale, il frutto è affilato e nitido. Il solo rischio è di berne un secchio prima di chiedersi perché. 3 scatti

MASSA VECCHIA, la cantina toscana con il suo consueto rosato veramente interessante. Il 2007 è al naso vinoso e leggermente feccino, come si confà ad un rosato di classe, il frutto è intenso e maturo. All’assaggio succoso e tannico, quasi un rosso leggero, chiude su una bella nota di mandorla dolce molto persistente. Se solo costasse un poco meno… 2 scatti

LE COSTE, il litrozzo bianco 2010 per me è commovente. Sa di sere d’estate e grigliate con gli amici. Di partite a carte e divertimento. I suoi 11 gradi mi fanno presagire bevute olimpiche. Un vino per tutti i giorni (costa 5 euro la bottiglia da litro), ma di classe. 1 scatto + secchio

ARPEPE, l’azienda Valtellinese ci ha abituato ad una lettura del territorio personale e austera. Il Buon Consiglio, grumello 2001, mi affascina: scabro e asciutto, quasi tagliente. È un rosso che concede poco, ma nella sua verticalità e affilatezza affascinante e vivo. 3 scatti

LA DISTESA, i vini di Corrado Dottori, mi sono sempre piaciuti. Mi colpisce a questo giro il “semplice” Terre Silvate, una lettura del verdicchio fresca e convincente. Aromi precisi e beverini e dalla beva intensa e sdrucciola. 3 scatti

RINALDI, un mito di langa! Tutti i vini assaggiati sono notevoli, su tutti il dolcetto 2009, un vino che fa della facilità di beva il suo cavallo di battaglia. Ma è il Barolo Brunate le Coste 2006 ad incantarmi. Un purosangue ancora giovanissimo ma già convincente e elgante. Colpisce la trama tannica fitta e fine e stupisce una freschezza che diventerà balsamica. 4 scatti + secchio

LA VISCIOLA, l’azienda ciociara è stata veramente una sorpresa. Forse i migliori cesanese della mia vita. Il “semplice” Ju Quarto si presenta in forma smagliante. Il frutto è scalpitante e netto, all’assaggio succoso e disteso, retto da una bellissima acidità e freschezza. Un gran bel bicchiere! 3 scatti

PEPE, sono di parte sull’azienda di Torano Nuova. La adoro da sempre, ma poi, da quando in cantina è entrata Sofia, li trovo migliorati ulteriormente! Dei vini che interpretano l’Abruzzo e il territorio delle colline Teramane in maniera inconfondibile. Il Montepulciano 2001, poi è uno schianto! Fine e elegante nei suoi profumi fioriti al naso, all’assaggio è intenso e nervoso come solo un montepulciano sa essere. 4 scatti

DETTORI, Alessandro Dettori mi ha conquistato con la sua cortesia e gentilezza, i vini mi avevano già colpito da tempo in ogni declinazione. Il Moscadeddu 2006 è semplicemente (per me non amante dei dolci) il migliore vino dolce mai assaggiato. Afrori mediterranei intensi, fiori bianchi e macchia. All’assaggio disteso e piacevolissimo. Buonissimo, confortato da una beva compulsiva e fresca. 4 scatti

75 Commenti

  1. Condivido assolutamente che “il luogo è assolutamente impensabile per una manifestazione del genere”.
    Visto l’aumentare della domanda (n° di parteciapanti, intendo) è fuori luogo continuare al terzo anno utilizzare la stessa location adeguata solo per piccoli eventi.

  2. Qualcuno spiega a una povera, vecchia ubriacona e appassionata di vino come me, che lavora da anni nel settore che cos’è il vino naturale? Molto evocativo ma proprio non capisco cosa voglia dire. Se i vini presentati in questa degustazione si distinguono per essere naturali, significa che gli altri vini sono innaturali? Cioè? Artefatti? Sofisticati? Manipolati? Addirittura contraffatti o falsificati? Spiegatemi, vi prego! Grazie!

  3. ha risposto a Giacomo: D’accordo con Giacomo e Black Mamba. Che cosa vuol dire vino naturale? Ieri ho bevuto Gaja Barbaresco 2004, suggerito da Blackie, buonissimo, ma non è naturale. Quindi? Ho bevuto un prodotto innaturale? Non capisco.

  4. @ Cri, Giacomo e alessandro. Anche io odio la definizioni “vini naturali”, ancora di più quella “vini veri”, hanno un che di salvifico insopportabile, sono più giudizi morali che definizioni. Ma odio anche che Francesco Valentini non possa (per legge) indicare gli ingredienti in etichetta che nel suo caso sarebbero brevissimi: uva e solfiti 😉 è indubbio che l’uso della chimica sia diventato troppo importante in taluni vini. Il fatto che ci siano vinii straordinari in ogni metodologia, non significa la prevalenza dell’una o dell’altra 😉
    @ Mauro, la Vitoska di Cotar che ho assaggiato io era 2007, anche a milano alla serata Slovena a IG ed era spaziale, probabilmente lo era anche la 2006 😀 http://www.cotar.si/ita-vitovska.htm

  5. ha risposto a Alessandro Bocchetti: I’m sorry!….Continuo a non capire…Cosa cazzo è il vino naturale quindi? Ho capito che anche Valentini non è naturale ma il vino naturale cos’è???????????????? Non prendo sonno!!!!!!!! Ha ragione Umberto, il vocabolario trema!

  6. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Scusa se insisto ma se non esiste alcuno in grado di spiegare cosa sia il vino naturale, forse non funziona, forse si nasconde qualcosa dietro alla definizione di vino naturale. Qualcosa di poco rassicurante, in quanto non chiaro. O mi sbaglio? Vorrei sapere, comprendere.

  7. ha risposto a Cristiana Lauro: Ma in realtà cosa sia il vino naturale (malgrado il termine orrendo) è abbastanza chiaro, almeno nelle intenzioni. È quel vino che limita al minimo l’uso della chimica in vigna (come numero e tipo di trattamenti), in cantina senza l’uso di lieviti selezionati e altri correttori, non usa filtrazioni nella convinzione che insieme alle impurità tolgano anche altro ecc… Ma tutte queste cose credo tu le sappia, quindi nemmeno questa mia sommaria spiegazione ti soddisferà 😉
    Ps sono deliziato dal cambio di tono 😀

  8. Cmq, debbo dire che la contrapposizione tra vini naturali vs vini convenzionali, anche io la trovo sterile e poco convincente. Io credo che nel futuro la sola contrapposizione comprensibile sarà tra produttori artigiani e produttori industriale, per me è chiaro che tra tenuta San Guido e Ronco ci sia una differenza sostanziale… 😉 non solo di prezzo, ma soprattutto di approccio al vino. Insomma come comprarsi una zuppa della valle degli orti o mangiarne una preparata da Pierangelin, a nessuno verrebbe mai in mente di paragonarlei 😉
    La mia non vuole essere una differenza solo qualitativa, ma appunto metodologica.
    Ps prima di critiche, vorrei dire che ho citato due estremi volutamente, ma il metodo di confronto potete farlo con i nomi che volete 😉

  9. Alessandro, ciao
    Perche’ anche a me piacciono ormai sempre di piu’ ” i naturali ” ?
    Quale e’ secondo te la chiave aromatica che li rende affascinanti?
    Ti giuro che non e’ una preferenza ideologica.
    Curioso.

  10. ha risposto a Giuseppe di Martino: anche a me piacciono i naturali: Romanee Conti, Valentini, Dettori, Rayas, Leroy, Chave, Jolie… Mi piacciano anche parecchi che naturali in senso tecnico non sono o non si definiscono, San Guido, Ama, Jadot, Petrus, Dom Perignon, … Credo davvero che la differenza del futuro come dicevamo ieri sera con dettori, sarà tra vini artigianali e non.
    Vedi Giuseppe, la domanda migliore alla tua me la diede parecchi anni fa il vecchio Mounsieur Ponsot, in una degustazione dei suoi vini meravigliosi qui a roma, gli fu chiesto della certificazione bio che aveva e dei vini che faceva, eravamo all’inizio di quella che diventerà la mania dei vinonaturisti anzi si può dire che non era ancora cominciata, lui risposte “sono in regime di biologico, ma non gli do una particolare importanza, per fare i vini come i miei e nella maniera in cui li faccio io, c’è bisogno di vigne vecchie ed in equilibrio, queste hanno bisogno naturalmente di poco e si mettono in gestione biologica da sole, la cantina poi la facciamo come abbiamo sempre saputa farla, prima della comparsa di tante diavolerie” Non so se ti ho risposto, secondo me si 😀
    Invece trovo insopportabile (personalmente) tutta la retorica degli afrori, tutta italiana, che vengono giustificati e talvolta persino decantati, in un’ottica di antichità rurale. L’ho scritto e lo riscrivo, nel 2010 alcune riduzioni sono ingiustificabili nei vini.

  11. Da ignorantissimo, due domande:
    questi vini “naturali” (posto che la definizione non ci piaccia) recano in etichetta una indicazione del genere che indica al consumatore questa “catalogazione”?

    Quali sono le differenze tra vini naturali, biologici, dinamici, biodinamici? Non differenze tecniche, ma a spanne.

    Considerazione. Mi sembra giusta la differenzazione tra grandi produttori e piccoli artigiani, ma questo corrisponde necessariamente ad una differenza di filosofia?
    Cioè, per capire, piccolo è “naturale” grande è “chimico2?

  12. ha risposto a Umberto: Umberto, la differenza non è di chimica o non, ma di approccio, come dire ermeneutica. Condurre tanti (ma tanti) ettari e tante (ma tante) bottiglie in maniera artigianale è pressocchè impossibile… Mounsieur Gagey (patron di jadot) alla degustazione fatta al Castello di Ama, ad una domanda sulla biodinamica, ha risposto che se lui fosse stato più piccolo sarebbe stato sicuramente certificato, ma con molti ettari la cosa era impensabile.
    Cosa siano vini naturali è cosa confusa e ondivaga, in questo ha ragione Cristiana, più che una definizione sembra un giudizio… Cmq per farti capire nella definizione rientrano tutte le categorie che indichi… Le differenze possono essere molto grandi in termini di conduzione della vigna e vinificazione.
    Ps i vini dinamici non esistono, per ora… 😀

  13. ha risposto a Carlo Giovagnoli: vero! però sono sicuramente indicate in etichetta le certificazioni, come quella biologica e demeter (biodinamica)
    Vero carlo una gran confusione… Ma pensate che in etichetta nel vino non sono indicabili neanche gli ingredienti, credo sia il solo settore nel comparto alimentare…

  14. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Ecco, appunto, sembra più un giudizio. Quindi non mi piace. Infatti bevo tanto Dom Perignon che non è naturale per niente. Poi bevo Leroy che mi par di capire lo sia, ma in questo “mi par di capire” risiede la spiegazione. Se non lo fosse per me sarebbe uguale. Forse si tratta solo di un’operazione di Marketing che peraltro mi secca non sia venuta in mente a me. Domanda Vigna di Capestrano, di Valle Reale, è naturale?

  15. Sono un antinaturalista convinto e sono grato alla ragione che ci ha permesso di arrivare fin qui. La magia è un modo per nascondere la propria ignoranza dei fenomeni naturali. Ovviamente odio i vini naturali o meglio quelli che ostentano di essere tali. Nessun vino è naturale (tende a diventare aceto per sua natura) e non lo è nemmeno l’uva. La vite deve essere addomesticata (violentata direbbe un ambientalista!) per produrla altrimenti produrrebbe legno. Le categorizzazioni non valgono in campi culturali consolidati (sono d’accordo con Cristiana) figuriamoci se funzionano nel mondo del vino dove manca un comunità scientifica addestrata e ci sono interessi commerciali rilevanti. La denominazione “naturale” è comunque offensiva perché induce a pensare che gli “altri” vini siano artificiali. Per esempio io sono un antinaturalista, ma ho un letamaio che sono certo molti naturalisti non hanno. Alcune osservazioni: 1. non c’è lievito più banale o omologante della pruina: il lievito dell’uva; 2. perché il lievito “indigeno” possa vincere la competizione con quello selezionato, allora deve lavorare in completa assenza del secondo per svariati anni per poter formare così lieviti autoctoni (ma di cantina, non dell’uva); 3. sono degli imbroglioni tutti quei produttori che dichiarano di fare “vini naturali” (perché altrimenti non saprebbero come fare per vendere i propri vini), ma fanno insieme (nella stessa cantina, con la stessa attrezzatura) vini con lieviti selezionati. I “vini naturali” sono una brutta invenzione dei giornalisti che porta indietro di anni la bevuta che si stava imponendo. Con un piccolo intermezzo per i vini eleganti si è passati dai vini-pasto ai vini-feccia. Come dire dalle caverne alle palafitte. Ma mancano quelle case confortevoli che ama Alessandro.

  16. ha risposto a luigi cataldi madonna:
    Come sempre, chiarissimo.
    Tutto questo mi conferma che “naturale” “artificiale” “semplice” “complesso” non sono antinomie utilizzabili con precisione per definire le procedure, ma sono solo classificazioni molto aleatorie degli effetti evocati..

  17. ha risposto a luigi cataldi madonna: esatto, credo anche io che il passaggio della maturità sarà quello nella distinzione tra vini artigianali e vini industriali… Tutta altra storia. forse finalmente la conquista di quelle case belle che mi piacciono 😉
    Vini Naturali, come vini veri, ripeto che sono giudizi e come tali impresentabili 😉

  18. ha risposto a Cristiana Lauro: NO cristiana, io non sto dando un giudizio bada bene, il capestrano è un vino naturale Perche lo è nelle intenzioni: vitigno tradizionale, da vigna gestita in biologico (valle reale è in conversione mi risulta), vinificato in fermentazione spontanea, senza filtrazioni… Insomma mi sembra che i requisiti ci siano tutti, come le intenzioni…

  19. Non capisco il senso di questa contrapposizione tra naturali e non naturali. In realtà non comprendo, anzi rinuncio volontariamente a comprenderne il senso, non m’interessa.
    Sentire però che c’è chi afferma di amare o di odiare i vini naturali mi fa sorridere.
    Bisognerebbe chiedere a Tiziana Gallo che cosa intende lei visto che ha scelto quali produttori invitare, quali sono i suoi vini “naturali”.

    @alessandro bocchetti
    “consueto rosato” riferito al 2007 di Massavecchia è improprio visto che si tratta di un vino del tutto inedito (niente merlot, ma malvasia nera e aleatico) quindi completamente diverso dai precedenti, già dal colore.
    Preferisco i precedenti, quelli con un contributo importante di merlot.
    Per il discorso degli ingredienti in etichetta

    [Edit: foto della contro-etichetta di Moscadeddu di Dettori da intravino]

  20. ha risposto a Fabrizio Giorgi: consueto, semplicemente perchè mi era già conosciuto e apprezzato…
    Non capisco il senso di chiedere la Tiziana, la categoria dei vini naturali è ampiamente usata ed utilizzata, anche ieri sera con Alessandro Dettori, Nicoletta Bocca e altri amici alla Rimessa Roscioli si parlava di questo… Non è una definizione creata dalla Gallo.
    La controettichetta di Dettori mi è ovviamente familiare 😉

  21. poiché la questione mi attizza faccio ancora due osservazioni: 1. perché i vini “naturali” costano così tanto e comunque più degli altri in proporzione? a. in campagna costano meno; b. in cantina costano praticamente niente: li si butta lì con un bel po’ di solforosa dopo la fermentazione e si fanno da soli.
    2. non ce l’ho tanto con l’uso – spesso pretestuoso come ho già detto – del lievito “indigeno”, ma soprattutto con la procedura che il suo utilizzo impone: senza sfecciatura e con fermentazione tumultuosa. ma alessandro – il mio cuoco preferito:):) – come si fa il brodo? a fuoco alto o a fuoco basso? Questi vini naturali assomigliano molto a quelli di mio nonno. Si possono consultare le pagine in cui Soldati ne parla (in vino al vino) per sapere cosa ne penso. sinceramente spero di aver fatto qualche progresso

  22. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Avevi già conosciuto un altro vino, completamente diverso, il rosato 2007 è nuovo, non ha precedenti, questo volevo intendere.
    Ciascuno usa la categoria dei vini naturali a modo suo, non mi pare sia stato redatto un manifesto comune condiviso in toto dai produttori presenti a manifestazioni come quella appena passata, ognuno ha la sua concezione del vino naturale.
    Tiziana Gallo ha invitato alcuni produttori che per lei aderiscono al suo modo di intendere naturale.
    La cito dal blog di Giulia Graglia
    http://senzatrucco.wordpress.com/
    “Alle aziende partecipanti all’evento non ho chiesto alcuna auto-certificazione, come mi è stato suggerito da più parti. Tutti i produttori invitati sanno cosa intendo per vino naturale: un vino prodotto senza l’utilizzo di chimici e sistemici in vigna e, senza l’aggiunta, in cantina, di lieviti o altre sostanze, con un impiego limitato di anidride solforosa e nuove tecnologie.”

  23. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Strano, è sparita la mia controreplica. La riscrivo, il rosato 2007 di massavecchia che hai assaggiato è completamente diverso dai precedenti, tutto un altro vino. Mi sembra invece giusto chiedere a Tiziana Gallo la sua concezione, non esiste un manifesto comune condiviso da tutti i produttori presenti a manifestazioni come quella appena passata, ce ne sono molti.
    La cito nell’intervista di Giulia Graglia nel suo blog http://senzatrucco.wordpress.com/
    “Alle aziende partecipanti all’evento non ho chiesto alcuna auto-certificazione, come mi è stato suggerito da più parti. Tutti i produttori invitati sanno cosa intendo per vino naturale: un vino prodotto senza l’utilizzo di chimici e sistemici in vigna e, senza l’aggiunta, in cantina, di lieviti o altre sostanze, con un impiego limitato di anidride solforosa e nuove tecnologie.”

  24. ha risposto a luigi cataldi madonna:
    1 mica è sempre vero che i vini naturali costano tanto… talvolta tutti i vini costano troppo, qui a fianco ce ne uno che non arriva a 5€ al litro
    2 il brodo si fa piano piano, possibilmente a 90 gradi, ben sotto l’ebollizione con molta calma… ma la cosa più importante è che non si faccia con il dado 😉
    3 non mi hai risposto sulla domanda: ti piace la distinzione tra vini artigiani e vini industriali?

  25. ha risposto a luigi: Sbagli non ho niente contro la tecnica… Anche la biodinamica è una tecnica 😉 ma non ho neanche niente contro la mistica…

  26. Come ormai posso affermare anche di fronte ad una platea tecnica e ferrata, appare chiaro che il vocabolario del bere vino è solo una fossa delle marianne di euivoci.

    Perchè una lingua funziona quando c’è una comunità che la usa limitanddo la necessità delle traduzioni dei singoli termini, per usarla.

    Qui appare chiaro che dobbiamo tradurre ogni singolo termine. Quindi non c’è una lingua.

    Come si sa da Kuhn a Wittggeistein, le lingue crollano sulle parole che hannopretesa “ontologica”. Per questo il tuo post è fondamentale.

    Qui infatti crolliamo tutti sull’uso della paradossale parola naturale. Che, appunto, in quanto naturale, non dovrebbe offire campo alle ambiguità.

    Pensateci. La parola naturale è la parola più ambigua e scivolosa. Cioè: il vino più difficle da definire è il vino naturale.
    Pensateci bene: il vino è immagine che di per sè ha un rapporto fondo con il naturale ma quando chiede di essere affermato come tale, scopre le sue carte fumose.
    Evviva: non c’è nemmeno accordo nemmeno nelle procedure del vino naturale, perchè, come ci spiega Luigi, anche loro sono sono gonfie di tecnice, trucchi, artifici.

    Che meravigliosa ecatombe del senso e dei sensi.

    Allora, se non ho commesso errori di logiga formale,che vuol dire, Alessandoro questo” Ma in realtà cosa sia il vino naturale è abbastanza chiaro, almeno nelle intenzioni. È quel vino che limita al minimo l’uso della chimica in vigna”

    Secondo te le intenzioni definiscono il risultato? ma quale mistificazione contiene questa affermazione? Quale obrobrio? E’ come se dicessi andate a vedere questo film perchè è fatto con buone intenzioni e con luce naturale?

    Ma Imetodo, in occidente e nei mondi secolizzati, non determina la percezione della qualità del risultato. E poichè non parliamo di bulloni, il risultato è la vita del vino in bocca, che, se ne frega, nel suo sciaquare, della sua giusta o ingiusta vita precedente.
    Risulta naturale alla bocca di quel degustatore? E’ naturale.
    Risulta “artificiale” ? lo è. Il metodo può essere oggetto di ctitica etica, si può dire che eticamente preferisci l’assenza di certi interventi chimici in vigna, bene, ma onestà intellettuale e rigore impone la separazione assoluta tra etica e e estetica. Tra metodo e effetto compiuto.

    La laicità che tanto imlori, Alessandro, richiede il bombardamento del nesso causale tra metodo e percezione del risultato.

    Il pensiero critico del bere deve gestire questo canyon, con coraggio e senza la presunzione di far passare il vino come una esperienza “racchiusa” nel suo originarsi e nel suo farsi, ma nel suo contraddire continuamente la sua genesi.

    A quando una tre giorni da Luigi di bere, e parlare? A quando un’happening di lòiquidi e pensieri, tra solfiti e pensieri?

    .

  27. ha risposto a Umberto: Umberto scusa ma non ti seguo. Vedi se ti parlassi di nouvelle vaugue ti sarebbe chiarissimo di quale cosa parlo, di quali specifiche tecniche e artistiche sono in campo… Così se ti parlo di vino naturale ti sto parlando di una corrente di un Brand i cui confini sono ben chiari, li ripeto: uso limitato della chimica in vigna per numero e qualità di trattamenti, uso esclusivo di fermentazione spontanea, uso del letame animale per la concimazione, della pratica del sovescio, divieto di filtrazione o chiarifica, uso di vitigno tradizionali ecc. Il vino ottenuto da queste pratiche, per questo Luigi parlava di fermentazione tumultuosa e di lasciare il vino li e lasciare fare alla natura, è quello che oggi si intende naturale. Vedi Umberto non fare l’errore di pensarmi particolare difensore di questi vini, da empirista so solo che parecchi dei vini che prediligo vengono fatti in questo modo, altri no! Ergo sono laico nel senso che non penso ci sia un metodo giusto, ma altrettanto so che non c’è un metodo sbagliato in se 😉
    Una due gg da Luigi a parlare e bere quando volete… Credo ce ne sia bisogno, come di leggere quello che scrivono gli altri 😀

  28. ha risposto a Alessandro Bocchetti:

    Ho letto perfettamente.
    Tu sostieni che esista una definzione tecnica così chiara e pacifica del vino naturale da non destare problemi.
    Ma se così fosse la discussione sviluppata da tutti gli interventi non avrebbe alcun senso.

    Ti inviro io a quello che dico.mMai affermato che tu sia un sostenitore. Ho solo messo in evidenza le aporie del linguaggio che si crede limpido. Con una tesi ben chiara.

    Che è questa; tra i metodi e le filosofie con cui si produce vino e il risultato in bocca c’è una discontinuità concettuale. Non una catena causale lineare. Perchè nella lingua in uso si continua a confondere l’effetto del vino in bocca con i metodi con il quale è stato prodotto.

    E’ unantesi, come un’altra. Ma è limpidissima e nasce, da profano, dall’osservazione dell’uso della lingua del vino. Che tende a produrre continue catastrofi di senso, invece che concordanze.

    Forse sbaglio. Ma è una otesii che nasce dalla attenta lettura altrui.

  29. ha risposto a Sara: Boh, Umberto (anche se celato sotto il nome di Sara ;-)) ti confermo che è così, sotto il titolo “vini naturali” si nasconde una tipologia di vini ben chiari sotto il profilo metodologico… Giusto o sbagliato che siano, sono chiari!

  30. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Alessandro scusa ma qualcosa mi sfugge, ancora! Le tue affermazione: “Ben chiaro sotto il profilo metodologico” o “confini chiari” per me poco s’acconciano alla tua definizione di vino naturale come vino che limita l’uso della chimica in vigna. Non è chiaro per niente! Limita l’uso edlla chimica o lo impedisce? Se come credo si limita a limitarlo (mi si perdoni il gioco di parole) capisci da te che il confine diventa evanescente. Non è un dato preciso il “limitare”, a meno che tu non mi chiarisca dei parametri. Può essere che esistano, io non li conosco, ignoro e vorrei sapere. Cosa si intende per limitare l’uso della chimica in vigna? Chi e come stabilisce quando è troppo? Rientra nel registro delle opinioni prevalenti o abbiamo una sorta di disciplinare? Perchè diversamente non mi resta che concludere che in effetti il termine “naturale” è ambiguo.

  31. ha risposto a Cristiana Lauro: Guarda CRI, certo che esiste una sorta di disciplinare. Sono quelli delle certificazioni biologiche e biodonamiche. Vuol d ore uso esclusivo di rame e zolfo e limitazione del numero di trattamenti durante l’anno. Vedi CRI non che io dica che questa metodologia sia giusta o particolarmente chiara, ma che esistano delle metodologie comuni e anche abbastanza chiare tra questi vini è fuori di dubbio! Il fatto che ci convincano o meno o che abbiano un carattere scientifico… È tutta un altra storia. Però vediamo di non compiere noi il medesimo errore, di trasformare noi una definizione in un giudizio 😉

  32. ha risposto a Alessandro Bocchetti: infatti vorrei astenermi dal giudizio e per mia conoscenza andrò a leggere il disciplinare che regola questi vini. Dove lo trovo? è pubblicato? Oppure sono norme non scritte? Se fosse quest’ultima la risposta, ti prego di astenerti tu stavolta, riderei a crepapelle correndo il rischio di non prendere sul serio la faccenda. 😉

  33. Fabrizioo Giorgi.Ciascuno usa la categoria dei vini naturali a modo suo, non mi pare sia stato redatto un manifesto comune condiviso in toto dai produttori presenti a manifestazioni come quella appena passata, ognuno ha la sua concezione del vino naturale.

    Alessandro1 Cosa siano vini naturali è cosa confusa e ondivaga,

    Alessandro2 Ma in realtà cosa sia il vino naturale (malgrado il termine orrendo) è abbastanza chiaro, almeno nelle intenzioni.

    Luigi Cataldi
    Nessun vino è naturale (tende a diventare aceto per sua natura) e non lo è nemmeno l’uva. La vite deve essere addomesticata (violentata direbbe un ambientalista!) per produrla altrimenti produrrebbe legno. Le categorizzazioni non valgono in campi culturali consolidati figuriamoci se funzionano nel mondo del vino dove manca un comunità scientifica addestrata.

    Da questa parzialissima miscellanea, appare evidente che la categorizzazione è praticamente initilizzabile, se non preceduta da un numero così grandi di se, ma, anomalie, che riducono la definizione a una rete dalle maglie assai larghe.

  34. Secondo me avete fatto più caciara che altro. La sintesi si Umberto mi pare na scitrunzata (si scriverà così) mah!?! Ognuno di noi è libero di pensare quello che vuole però è innegabile che ci sia una parte dei produttori che segue la propria filosofia nell’approccio alla terra, alla vigna, alla cantina e, in estrema sintesi, alla bottiglia. Io non sono un naturalista ne un naturista. Inviterei i produttori che partecipano alla degustazione ad emarginare tutte quelle realta che evidenziano problemi tattici non uso il termine tecnici per che non vorrei si pensasse che siano legati alla tecnologia. Sono semplicemnte delle linee guida che dovrebbero impedire che qualcuno possa spacciare la propria imperiazia con la naturalità. Il vino tende naturalmente all’aceto il produttore che ha la pretesa di fare vino e non riesce a impedire che il percorso naturale abbia il suo compimento dovrebbe fare altro o cambiare qualcosa in cantina.
    Cosè il naturale. Il naturale è una definizione commerciale. Così come lo è la sigla Triple A e tante altre belle pensate. Questo però non ci deve impedire di vedere al di la del naso è apprezzare, quando fatti con i dovuti crismi, quei vini che potrebbero chiamarsi NUDI e Crudi vengono fatti utilizzando solo trattamenti a contatto (zolfo e rame) niente sistemici, niente prodotti di sintesi, niente osmosi inverse, niente salassi, sebbene qualcuno ha amesso di farlo e alloro io mi arrabbio, se poi il vino rifermente in bottiglia mi arrabbio il doppio, livelli di solforosa minimi, zero lieviti selezionati o enzimi. Il tutto sarebbe teso al non accanimento terapeutico nei confronti della pianta e alla ricerca di prodotti non omologati dalla chimica e dai lieviti selezionai, che prodotti principalmente da 3 multinazionali 2 australiane e 1 francese tendono ad essere spesso molto simili.
    Io non credo nei vini naturali. Credo che ci siano dei vini che bevo più volentieri di altri. Credo che sarebbe bello parlare della terra dei portinnesti e sopratutto dei vicini. Perchè in buona sostanza se faccio biologico ad Acerra e qualcuno lo certifica anche io temo il biologico. Il mio è un esempio forte ma non lontano dalla realtà.

    Non capisco l’esigenza di cercare le sottocategorie della nicchi della nicchi e della super nicchia. Come dice un mio amico ho paura dei duri e puri perche sono quelli che…

  35. ha risposto a Cristiana Lauro: Cri da quello che so e in maniera del tutto randomica ecco i link che mi saltano in mente

    http://www.viniveri.net/la-regola
    http://www.vinnatur.it/ita/home

    poi ci stanno le certificazioni biodinamiche come quelle della Demeter
    11.22
    http://www.demeter.it/ e quella del biologico http://www.vino-biologico.it/In_Italia.html
    bisogna anche ricordare che parlare di vino biologico e di vino biodinamico è tuttoggi impossibile, mancando in italia una certificazione per il vino (che invece esiset in altri paesi) per cui preferisco la dicitura vino ottenuto da agricoltura biologica (o biodinamica)

  36. ha risposto a jovica todorovic (teo): Appunto Teo, tutto molto nebuloso. Io attendo il Manifesto del Vino Naturale. Altrimenti mi sembra ci sia troppa approssimazione per convincere uno spirito scettico come il mio. Mi documenterò, voglio saperne di più perchè per ora so solo che la maggior parte dei vini naturali che ho assaggiato erano delle vere fetecchie. Ciò detto Leroy mi piace anche nella sua versione più semplice, il Bourgogne base diciamo, che bevo spesso ed è naturale. anzi, biodinamico.

  37. ha risposto a Umberto: Grazie al cavolo! Stai parlando della Aston Martin del vino…Santo Larry, che ci fa fare sempre grandi bevute! Umbe, messaggio privato: Aperitivo? Venite?

  38. ha risposto a jovica todorovic (teo): Mizzica come sei permaloso. Allora la prossima volta che vai in Borgogna senza invitare a Black Mamba, ti faccio parlare con mio cuggino. Anzi, a mio cuggino! Bbona la romanella di Larry, altro che vino da biscottini!

  39. Saro’ superficiale,

    Ma a me quello che dice Alessandro ha un senso, sia sul concetto di vino naturale, sia e forse sopratutto sulla distinzione tra produttore artigianale, e industriale.
    Io penso che la problematica di chi produce 500.000 pezzi di un qualsiasi prodotto, sia la assoluta replicabilita’ e sovrapposizione del risultato, dovendo fare i conti con un numero di clienti che alla stessa maniera considerano la omologazione del risultato un pregio, cioe’: Io voglio bere un bicchiere di falanghina o di greco che compro all’auchan, abbinandolo allo spaghetto sempre Auchan al pomodoro Auchan, non avere sorprese, e’ un valore, non del tutto disprezzabile.Qui’ la chimica o il lievito che ti aiuta ad avere dalla 1’bottiglia alla 2’milionesima un risultato se non uguale almeno sovrapponibile

  40. Era solo meta’ commento tagliato dalia wifi di trenitalia !
    Io credo che se si fanno i conti con centinaia di conferitori di uva irrintracciabile, e metodologia in vigna, sconosciute aiutarci con la chimica, coi lieviti selezionati, ecc. non e’ sbagliato e’ solo produrre un altra cosa, ma se sei in grado di controllare a tua vigna qualche volta anche perché il terreno o il clima ti aiutano, e lo fai di persona, seguendo i canoni che ritenendoli giusti per. Il tup vino o per la tua clientela Ti soddisfano, se questi sono introdotti in un disciplinare tipo demeter o agricoltura biologica, allora credo che la semplificazione etimologica “vini naturali” possa essere calzante, senza ortodossie o schieramenti di parte. Mi e’ capitato di bere vini naturali ciofeke

  41. E’ l’ultimo giuro,

    Dicevo ciofeke naturali e splendidi non naturali, a vari prezzi, mi chiedo quindi riproponendo la mia domanda iniziale quale e’ secondo voi la cosa che a me ed Alessandro ci fa piacere statisticamente i “vini naturali”.
    I miei due preferiti sono
    Batard Montrachet
    Grand cru
    Domaine Leflaive

    Lambrusco
    Cinque Campi
    Puianello di Quattro Castelli

    Fiano di Avellino docg
    Villa Diamante
    montefredane

    Vari prezzi (molto vari)
    Ciao a tutti

  42. ha risposto a Umberto: infatti secondo me la distinzione del futuro è esattamente quella! Quella per cui mi sentirei di schierarmi.
    solo una cosa perchè continuate a dire che non è chiaro? Non li avete visti i link che ho messo? sono chiarissimi… magari non condivisibili ma precisi 😉

  43. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    Alla domanda se ci sono regole chiare, ti rispondo così
    Ho letto il link di vini veri. Tutto. . E’ degnissimo che un gruppo di produttori, come un gruppo di scrittori, fondino una corrente. Che scrivano un manifesto e dettino la regola per partecipare al gruppo. E come quello di vini veri ce ne saranno altri, con piccole varianti, non lo so.
    Ma, qui sta il punto delicato, Ale: è solo un modo di fare vino, non il modo per fare il vino “puro”, o peggio “vero”. Lo slittamento ideologico sta nel loro uso delle parole.
    Sei troppo onesto intellettualmente per non leggere la prosa fortemente ideologica. Per non otare che nel manifesto si trasformano regole metodologiche in regole sostanzialmente etiche. Si avverte la presenza di un nemico, di cui non afferro l’identità.
    La pretesa superiorità morale, che circolava ne commenti (citata anche da Cataldi) secondola quale gli altri sono “impuri” viene rafforzato e sostanziato dalla lettura che tu ci hai proposto.
    Quindi: ci sono delle persone che hanno chiaro come vogliono fare il loro vino.
    Bene.

    Che questo modo di fare il vino sia l’unica condizione, necessaria e sufficiente perprodurre un bicchiere di vino che, IN BOCCA,dica sono naturale, questo èt utt’altra faccenda.Tanto è vero che le due volte che ho assaggiato Radikon se non me l’avessero detto che era “nauturale” avrei pensato che dentro c’era il gas nervino.

    Per essere chiarissmo, secondo me esistono due nature. Una è la ” terra”, l’altra è la “mia bocca”. Si, anche la mia bocca è natura, attraversata, sporcata, sedimentata esattamente come la terra.
    In bocca il vino deve dirmi che è nudo, autentico, non artificiale. Quindi è l’incontro tra due nature che produce un possibile effetto di purezza o sofisticazione.

    E’ una posizione enologicamente ignorante?
    C’è una corrente di pensiero enologica che, come in arte, fa prevalere la critica all’opera e non all’autore o alle procedure?
    Al vino e non al produttore e al suo lavoro?
    (non per mancanza di rispetto, ma perchè il produttore è il suo vino)

  44. Sono assolutamente d’accordo con Umberto per quanto riguarda la purezza. Se poi questa istanza di purezza si combina con la convinzione (biodinamica non a caso) che la si possa raggiungere attraverso un ritorno alle origini, allora mi si accapona la pelle. Non credo che ci sia un produttore di vini “naturali” di buon senso che qualche volta non abbia usato i sistemici (altrimenti qualche anno avrebbe saltato la vendemmia). Così come smettiamola di osannare il rame. Il rame è tutt’altro che un toccasana. usato male può innescare o accellerare il processo ossidativo e comunque è sempre un inibitore della struttura aromatica dell’uva (perché fa precipitare i mercaptani ecc.). Infatti quasi tutte le fetecchie (brava Cristiana ti adoro) non profumano quasi mai e quando lo fanno puzzano perché fermentano con la loro feccia (la mamma la chiamavano i contadini, produttori di veleni). Ma l’avete sentita mai la feccia tutta insieme, a quintali? La buona creanza mi impedisce di definirla. Il naturalismo vive di tanti miti. ne va sfatato un altro, cioè che il lievito selezionato abbia un potere omologante e che il lievito “indigeno” (ma chi è?) determini – o aiuti a determinare – la territorialità del vino. Beh smettiamola con queste favole, tra l’altro cattive. Non esiste alcuno studio scientifico che dimostri questa convinzione, nemmeno come ipotesi. il lievito selezionato permette di pulire il vino prima di mandarlo in fermentazione e permette di farlo fermentare a temperature basse (vi ricordate il compiacimento del solito contadino quando il suo vino “bolle”? e quello che si vuole?). Ora il problema non è che il naturalista non vuole usare queste procedure perché non sono naturali, ma perché “non può” usarle. Il suo vino non completerebbe la fermentazione e probabilmente finirebbe per estenuarsi in una fermentazione languente con un sicuro aumento della volatile. Non c’era qualcuno (ancora tra noi) che voleva riprodurre il vino bevuto da Gesù? che per questa ragione si è lasciato piuttosto crocifiggere:):)

  45. ha risposto a luigi cataldi madonna:

    Ti chiedo, da profano, a questo punto: non sarebbe ora di riequilibrare anche “il canto” del territorio (con quello che ne consegue anche di falsa idologia) con il “canto della bocca” ? Possiamo ammettere che bocca e terra alle volte comunichino tra loro, alle volte assolutamente no? Possiamo parlare di un vino senza che il racconto della sua genesi ci faccia aprire gli occhi, quando devono, come di fronte ai quadri, rimanere un pochino socchiusi? Possiamo bere più come sonnambuli che si orientano a stento in una stanza, piuttosto che storici o archeologi, o biochimici?

  46. ha risposto a Umberto: assolutamente d’accordo. cerchiamo di demitizzare il tutto e godiamoci il sospirato vino. l’importante è che sia buono a prescindere dalla tecnica usata

  47. Ho impiegato 2 giorni a leggere tutti questi commenti ma ne è valsa la pena.

    il vino per natura diventa aceto è stupenda (e mi viene in mente quelli che magnificano il vino del contadino che è meglio che se lo bevono loro)

    non conoscevo Luigi Cataldi Madonna se non attraverso l’etichetta. fantastiche le sue osservazioni. non abbiamo bisogno di definizioni che suonano bene ma di definire quello che si fa e si propone. Il territorio non è fatto solo di terreno ma anche di persone che con la loro intelligenza migliorano un prodotto. La voglia di antico sembra quasi un antidoto alla paura del futuro (non è che sia sbagliatissimo visto come procediamo) ma ingessare un vino nella definizione naturale perchè si rama la vigna non è il massimo.

    una sola domanda riguardo alla metodologia in vigna. gli antagonisti sono una roba seria o è tanto per parlare?

  48. ha risposto a Gennaro Maglione: grazie Gennaro. per quanto riguarda la vigna ti posso dire soltanto la mia procedura: letame, zolfo, rame. sistemici al posto del rame per le uve aromatiche. molte sarchiature, diserbo meccanico interceppo, sfogliatura quando serve – tendenzialmente mai per le uve aromatiche.

  49. ha risposto a luigi cataldi madonna: Grazie a te Luigi. Leggo della sfogliatura su cui qualcuno ha aperto libri di discussione (a ricordo si va dall’esigenza di far prendere sole e non affaticare la pianta fino al trauma e alla scomparsa di un riparo in caso di pioggia violenta). Sarchiature e diserbo meccanico alla fine restano i mezzi migliori per coccolare una pianta!

  50. ha risposto a Umberto: Mi riferisco ai due canti. Il sogno sarebbe che fosse sempre un canto corale. Purtroppo non è così. Io so che tu cerchi sempre l’emozione e non credo di averti mai visto bere qualcosa di banale leggi anche altisonante. Sei in continua cerca di bevute che possano pizziacare, se non le corde del tuo cuore, almeno quelle vocali. Io credo fortemente nel territorio però lo devo sentire e non me lo devono raccontare. Il territorio non è solo la terra ma è quella meravigliosa fusione di ingredienti che rende qualcosa, nel nostro caso, l’assaggio, indimenticabile, e legato a qualcosa che caratterizza quel vino. Mi viene sempre in mente il tuo torrentizio per il Granato 1996. Il problema è che oggi si vende il territorio, si vende la naturalità, si vende il biodinamico e si vende il biologico. Quando i manifesti, le idee i sogni, gli studi e le speranze vengono frantumate dal Marketing è una sconfitta per i genitori del Sogno e una vottoria per i geni della comunicazione. Tutto qui. Il problema, secondo me, non consiste nelle definizioni ma nel modo in qui queste vengono utilizzate e meglio manipolate.

  51. ha risposto a jovica todorovic (teo):
    Non fa una piega, Teo.
    Il punto mi sembra, almeno per vecchio espistemologo bevitore, quello che dici alla fine:
    Il problema, secondo me, non consiste nelle definizioni ma nel modo in qui queste vengono utilizzate e meglio manipolate.

    Ecco, quello che sostengo quando dico che bocca e terra sono nature che possono anche essere nemiche, dico che sulle definizioni è facile concordare. E’ facile definire positivo un vino che racconti il suo territorio e non una geografica generica e artificiosa( è un esempio) quello che è assolutamente arbitrario è pretendere che la definizione serva ad identificare un vino. O, peggio, a giuducarne il suo effetto in bocca.
    Questo continuismo mi lascia perplesso. Questo non contemplare che la bocca(cioè l’esistenza materiale e onirica del bevitore) non abbia l’autonomia e la piotenza e la verità per contraddire la definizione con la quale si concorda.

    L’altro giorno Alessandro mi disse che in fono lo Chateau Rayas bianco che adoro è un vino naturale. Ma allora, le definizioni, le procedure, i protocolli, sono panaceee per sedare il fatto antico che il vino in bocca è un fatto completamente irrazionale. Non nel senso dell’arbitrario, ma nel senso che non è mai la conseguenza lineare della sua genesi.

    C’è un vino che va dalla vigna e dalla cantina. Cì’è un vino che va dalla bocca all’anima.
    E’ lo stesso? Porta la stessa etichetta, ma sono due vini.

  52. é un pò che non vi leggo , e devo dire che mi sono perso tutto questo disquisire su i “vini naturali”. Allora il mio intervento è semplice,sottoscrivo tutto quello scritto da Luigi Cataldi Madonna. E non sopporto ( mi è capitato di persona) Quelli che davanti ad un osservazione,”questo vino puzza^ ti dicono . No è la complessità dei suoi difetti che lo rende grande!

  53. ha risposto a luigi cataldi madonna: sig. cataldi perchè il suo cerasuolo una volta durava 7 mesi e ora dura 2 anni? Penso che se le tecniche di cantina moderne debbano rendere un vino d’annata così longevo a discapito del gusto e dell’autenticità c’è qualcosa che non va.
    Prima i cerasuolo erano dei bei vini godibili da abbinare a tutte le pietanze in tavola,ora la gran parte di questi sono diventati vini di plastica.
    (esclusi i vari valentini,pepe,praesidium..).

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