Religione e obesità. Sei un fervente praticante? Il tuo destino è ingrassare!

Tempo di lettura: 2 minuti

Obesità e religione, per la scienza esiste un legame. Gli studiosi della Northwestern University hanno tenuto d’occhio per 18 anni un campione di 2400 giovani dai 20 e i 32 anni con un elevato tasso di partecipazione alla vita religiosa e il loro indice di massa corporea. Ecco i risultati: nel campione l’incidenza dell’obesità, autentica emergenza in America dove il 30% degli adulti al di sopra dei vent’anni è obeso e un altro 34% è sovrappeso, è superiore alla media del 50%, un dato trasversale alla razza, al sesso, al livello d’istruzione e al reddito.

“L’America sta diventando una Nazione famosa per l’obesità”, aveva dichiarato alcuni anni fa Ken Ferraro, professore di sociologia, esperto di legami tra religione e peso corporeo e autore negli anni Novanta di alcuni studi in materia. “Se le organizzazioni religiose e i loro leader continueranno a trascurare questo problema contribuiranno ad un’epidemia che costerà milioni di dollari al sistema sanitario e peggiorerà la qualità della vita dei loro fedeli”.

Un appello inascoltato, a giudicare dai risultati dello studio della Northwestern University. Tutta colpa delle riunioni settimanali a base di ‘comfort food’, il cibo che consola, calma e migliora l’umore? “Ai rinfreschi in parrocchia ci sono spaghetti e polpette, patate e fagiolini e dessert in quantità”, è il racconto eloquente di Jessica Ward al sito msnbc.com. Di certo c’è, come documenta la ricerca, che settimana dopo settimana, anno dopo anno, la devozione e la pratica religiosa finiscono per far diventare più obesi della media.

Difende la categoria Byron Krystad, direttore dell’University Unitarian Church di Seattle: “Da queste parti la gente sta molto attenta a limitare il consumo di grassi e zuccheri. E se qualcuno si azzarda a portare dolci in parrocchia succede il putiferio. La Chiesa rappresenta un presidio sociale nel territorio, un incentivo all’attuazione di stili di vita più attenti alla dieta all’attività fisica”. Senza contare che “chi ha fede vive più a lungo e può contare su un maggiore equilibrio interiore”.

A sostegno della tesi di Krystad ci sono studi scientifici che in passato hanno messo in evidenza l’influenza positiva che la pratica religiosa esercita sulla salute. Come la correlazione tra la lettura della Bibbia e una pressione arteriosa più contenuta e, in generale, tra un’intensa attività praticante e una minore propensione al fumo e all’alcol. Provare per credere?

Fonte:  msnbc.msn.com, psychcentral.com

Foto: thedailybeast.com, patrina_io

1 commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui