Lo speciale di Decanter sui vini del sud Italia è scandalosamente utile

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Ho letto sul web parecchi interventi polemici di commento su alcune degustazioni pubblicate sulla rivista inglese Decanter e dedicate alla valutazione dei vini italiani. Come al solito la nostra stampa specializzata brilla per provincialismo e per noiose prese di posizione inutilmente aggressive. Io l’11 ed il 12 aprile scorsi facevo parte di una delle commissioni che hanno lavorato proprio sui vini italiani in occasione dei Decanter’s Awards. Ci siamo occupati di vini del Veneto e posso dare una diretta testimonianza di come sono andate le cose. C’erano tre commissioni per i vini italiani. La prima, coordinata da Jane Hunt, Master of Wine, assaggiava vini toscani. La seconda, dove a capo c’era Ian D’Agata, ha valutato vini piemontesi. Noi, coordinati da Richard Baudains, assaggiavamo vini veneti. A tutte partecipavano assaggiatori professionisti, sommeliers, addetti ai lavori, provenienti da mezzo mondo. Nella mia commissione c’era il wine manager inglese di una catena di ristoranti giapponesi, poi il miglior sommelier indiano, un giovane sommelier e blogger italiano che vive e lavora a Londra, più me e Richard, che conosco bene perché abita a Gorizia e per molte edizioni ha collaborato con la commissione friulana di Slow Food per la guida Vini d’Italia. Tutti i vini sono stati presentati sotto forma di campioni anonimi dei quali si conoscevano solo la tipologia, l’uvaggio, l’annata e la fascia di prezzo. Il punteggio è stato assegnato in ventesimi ed è stato deciso dopo una discussione su ognuno dei vini valutati. I parametri sono stati qualitativi, ma nel caso dell’assegnazione della dizione “Commended” è stata presa in considerazione anche la fascia di prezzo, aspetto estremamente importante per la stampa inglese, ed internazionale in genere, direi. Le altre categorie di valore erano le Medals, golden, silver e bronze, ovviamente.

Ho trovato estremamente competenti le persone che erano con me, ma soprattutto molto asettiche le degustazioni, che non fornivano appigli di sorta per essere in qualche modo pilotate. Questo forse faceva sì che elementi squisitamente tecnici prendessero il sopravvento su quelli che io ho tentato talvolta di definire come tipici dei “soul wines”, non perfetti, magari, ma molto espressivi. Qualche volta, come nel caso degli Amarone, la commissione ha seguito le mie considerazioni un po’ da tifoso, altre volte ha prevalso un punto di vista più “britannico” e distaccato. Temo che sia stato giudicato severamente un Amarone che amo molto, il Classico di Bertani, proprio perché, essendo un 2004, aveva caratteristiche di maggiore evoluzione. “Costa molto di più e terrà di meno nel tempo. Come facciamo a premiarlo?” è stato il commento generale. Credo di averlo riconosciuto solo perché si trattava dell’unico campione così vecchio e sapevo per certo che la Bertani lo aveva inviato, gli altri non avevano idea di cosa fosse. I campioni che sono stati presentati li hanno inviati gli importatori. I vini ammessi alla valutazione arrivano sulla base di un bando che richiede che siano presenti sul mercato inglese. Sono poi i produttori interessati e i loro importatori in concreto ad inviarli alla redazione di Decanter. Se i produttori non si propongono come parte attiva, la redazione non richiede specificamente campioni a nessuno e quindi i vini non arrivano ad essere presentati. Un modo di lavorare efficiente ed asettico anche questo, se ci pensate bene. Difficile criticare metodo e competenze specifiche, ma qualcuno da noi ci ha provato lo stesso, senza sapere granché e solo sulla base di impressioni poco o per nulla supportate da fatti concreti. Un po’ all’italiana, insomma, ma così va il mondo, almeno da noi.

[Daniele Cernilli]