Chi di noi non ha sentito (da bambino) o raccontato (al bambino) la storia dell’Africano che ha fame mentre noi, colpevoli di benessere, di cibo ne abbiamo fin troppo? I dati che emergono dallo studio ‘Global Food Losses and Food Waste’, commissionato dalla Fao all’Istituto svedese per il cibo e la biotecnologia (Sik), confermano il refrain. E non con le cifre sulla malnutrizione, ché ai numeri della fame rischiamo di aver fatto l’abitudine, ma con quelle, inedite, del pattume mondialmente prodotto.

Tanto per cominciare ogni anno i consumatori dei paesi ricchi (Nord-America e Europa) sprecano quasi la stessa quantità di cibo (222 milioni di tonnellate) dell’intera produzione alimentare dell’Africa sub-sahariana (230 milioni di tonnellate). L’ammontare di cibo sprecato ogni anno equivale a più della metà dell’intera produzione annuale mondiale di cereali e la frutta, la verdura, le radici e i tuberi sono gli alimenti più sprecati.

In Italia, dove ogni anno finiscono nella spazzatura 6 milioni di tonnellate di cibo e dove si stima che gli sprechi alimentari corrispondano al 3% del Pil, i prodotti a maggior rischio pattumiera sono, secondo calcoli dell’Adoc (Associazione per la Difesa e l’Orientamento del Consumatore), soprattutto i prodotti freschi (il 35%, in calo rispetto all’anno scorso), il pane (19%) e l’ortofrutta (16%) ma anche i prodotti in busta, cresciuti del 2% rispetto al 2009.

Secondo lo studio svedese, preparato in occasione di Save del food!, il congresso internazionale che si tiene a Dusseldorf il 16 e 17 maggio all’interno di Interpack, la fiera dell’industria d’imballaggio, sprecano anche i paesi in via di sviluppo, più o meno nella stessa quantità di quelli che sviluppati sono già, anche se per ragioni diverse (carenza di infrastrutture).

Sul banco degli imputati le promozioni commerciali che, invogliando all’acquisto di ciò che non è strettamente necessario, contribuiscono ad alimentare lo spreco. Ma anche i buffet a prezzo fisso che “spingono il consumatore a riempire il proprio piatto oltre misura” e la scarsa programmazione degli acquisti alimentari (“eccesso di acquisto generico, nel linguaggio consumeristico dell’Adoc) che spinge ad accumulare cibi destinati a non essere sempre consumati prima della data di scadenza.

Evidentemente insufficienti le soluzioni finora escogitate (o caldeggiate) per frenare l’emorragia verso la pattumiera. Come acquistare meno, consumare in alcuni casi (e con attenzione) anche dopo la data di scadenza o redistribuire le eccedenze come fanno il Banco Alimentare o Last Minute Market (lo spin-off dell’Università di Bologna) che reimmettono nella rete della solidarietà i prodotti alimentari a rischio di esclusione dalla Grande Distribuzione.

Fonte: helpconsumatori

Foto: becommerciale.it, ecologiae.com

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