Alta Fedeltà. Cosa resterà della Festa a Vico 2011 tra grandi piatti ed emozioni

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Qui dove il mare luccica e tira forte il vento
su una vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento
un uomo abbraccia una ragazza dopo che aveva pianto
poi si schiarisce la voce e ricomincia il canto.
(Lucio Dalla, Caruso)

Partenza improvvisa da Vico questa mattina. Un impegno impellente mi riporta a Roma prima del tempo. Sveglia presto, i bagagli, una doccia e rapida colazione… poi in macchina, direzione Roma.

Lungo la costiera, con un panorama che mi spacca il cuore, penso e ripenso. Quante emozioni in questi giorni. Negli anni ancora non mi sono abituato alla festa a Vico. A questo gioiellino che Gennaro è riuscito a mettere in piedi, con l’aiuto arrembante di alcuni amici, ad iniziare dalla impagabile compagna Vittoria.

 

Penso che la Festa a Vico, dovrebbe essere studiata da tutti i nostri politici, di destra o di sinistra non importa, come simbolo di un’Italia che ce la fa, malgrado tutti e tutto. Da sola con le sue forze e con l’apporto di un messaggio forte: la cucina italiana!

 

Mentre assecondavo le curve con in sottofondo la voce di Dalla, pensavo a quante emozioni, a cosa resterà di questi 3 giorni di divertimento e concentrazione. Pensavo a cosa mi riportavo a Roma come benzina per tutto il prossimo anno. E allora ecco la vertigine della lista che ancora una volta si impossessa di me e mi spinge a scrivere.

1)    Diamine, che clima a Vico. E non parlo solo della meteorogia. Il clima di collaborazione e partecipazione tra i cuochi era palpabile. Ieri nella cornice dell’ Axide, una miriade di cuochi pluristellati, lavoravano gomito a gomito, aiutandosi e succedendosi tranquilli alle postazioni di cottura. Questa è la nuova cucina italiana, una realtà fortissima capace di fare sistema e pronta a spaccare tutto. Peccato che lo stesso non si possa dire del mondo della comunicazione enogastronomica, ancora ingessato da piccole inutili faide. Ma cambierà, diamine se cambierà, a costo di spazzare via una intera generazione.

2)    I ziti smmezzati con il battuto di Ciro Aiello al ristorante O’ Saracino. Dio che buoni! Una bella metafora della dialettica tra tradizione e innovazione. Non ce n’è, la tradizione quando vuole ruggisce forte e chiara. Con una voce squillante, canta le lodi del prodotto e dei sapori della nostra penisola che c’è. Quanta modernità in quella pasta dal profumo guascone di aglio e dal profumo struggente dei limoni. Quanto territorio che urla le sue eccellenze.  Antico, moderno? Boh non so… Bono!

3. Le sfogliatelle tiepide all’imbrunire. Andavamo a letto felici con il profumo croccante delle sfogliatelle ancora tra le labbra. Le sfogliatelle di Vivadolce, sono una giusta mediazione tra tradizione e tecnologia. Quando mi hanno detto che erano surgelate, non ci potevo credere. Buonissime e intense di burro. Come la mettiamo ora con la retorica del piccolo, anzi minuscolo?

4. La cipolla soffiata, del Pont de Fer. Perché diciamolo, Vico è principalmente una luogo di cuochi e ricette. Come definirlo? Un dessert, un’entrè. Non so, so solo che era buona e bella e che è stato il solo piatto sfornato fino all’ultimo nella prima giornata degli emergenti al Bikini. Matias perdomo si conferma come una delle realtà più interessanti all’ombra della madonnina, con una cucina stupefacente, ma in fondo classica. Questa cipolla era un soffio di leggerezza e sostanza.

5. Il panino con porchetta di Mauro Uliassi. Guascone e diretto come un uppercut. Ne avrei mangiati cento! Ma chi l’ha detto che la grande cucina sia solo testa e non possa farci godere come scimmie. Il cuoco di Senigallia da anni conduce una guerra personale a tutta golosità ed ogni volta vince. Non posso fare a meno di aspettare il prossimo appuntamento!

Sono quasi arrivato in una Roma infuocata e caotica. Ci vediamo il prossimo anno, stessa spiaggia stesso mare. Non mancate, noi sicuramente saremo lì!