Black Mamba e la linea del torbido: Vinogodi, un crodino!

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Facciamo un po’ di autocritica che ogni tanto male non fa. Parliamo sempre degli stessi vini. Beviamo le solite etichette, dalle medesime zone di provenienza e talvolta ci affidiamo alla tendenza del momento che ci pare tanto una figata. Naturale, biodinamico, macerato, da ultimo non filtrato, col paradosso di un’azienda al Vinitaly che mi ha proposto l’opzione fra due versioni dello stesso vino bianco: filtrato o non filtrato.

Ma vi rendete conto? Sono disgustata! Ci manca solo che fra poco passi la linea del torbido. Col rischio di incontrare entro 6 mesi la sora Franca del terzo piano che discute con la cassiera del supermercato perché a un primo controllo controluce quel vino non mostra abbastanza melma per i suoi gusti. Immagino le discussioni fra produttori: è più torbido il mio, no, non è vero, guarda qua: il mio è più zozzo del tuo! Ma che senso ha? Resto allibita, letteralmente esterrefatta!

L’altra sera sono stata alla Pergola per il mio consueto aperitivo serale con Reitano e il Crotalo celeste, la mia serpe preferita in assoluto, quella che maggiormente mi corrisponde caratterialmente. Insomma, uno che è cattivo almeno quanto me e ha gusti identici ai miei sui vini, non mi contraddice e così mi evita anche la fatica di mordere al veleno, cosa che ultimamente a leggere alcuni vostri commenti, mi viene sempre più voglia di fare… A parte Vinogodi che mi ispira particolare simpatia nella sua emiliana rozzezza. Vinogodi, mi devi un crodino!

Ebbene amici, dopo alcune bottiglie di Champagne tra gli anni ’80 e ’90 commentate da Marco con: ”Questo damolo ar gatto!”, abbiamo bevuto una discreta Winston Churchill 90, un Romanée Conti Montrachet 1986 pazzesco, fra le più buone bottiglie della nostra vita e un Leroy Charmes Chambertin ’67 giovane e fresco come una rosa, un vino incantevole. Poi uno Chateau Latour à Pomerol 1970 che a me e al Crotalo puzzava tanto di nostrale, va a capire perché, ma eravamo concordi nel giudizio e quindi non ci è piaciuto. Sapete con quale chiusura la serata ha proseguito il suo grandioso trionfo? Con due belle sorprese: Vernaccia di Oristano Carta 2000 ma soprattutto Contini 1971.

Che vino ragazzi, una roba pazzesca! Nessuno parla più di questi vini, il Crotalo racconta di aver bevuto un Carta 1970 da cappottarsi, io purtroppo non l’ho mai assaggiato, ma devo dire che per me questi sono grandi bianchi italiani ingiustamente relegati all’oblio. Contini invecchia 5 anni in secolari botti di castagno e di rovere. Il risultato nel bicchiere è sorprendentemente buono. Vino secchissimo, dorato e con un’evidente sentore di mandorla supportato da una bella acidità. In bocca si appoggia con garbo e persiste all’infinito, non ti lascia più. Per me la Vernaccia di Oristano, che effettivamente non ricordavo da un po’, è uno dei grandi bianchi italiani, ha una storia di tutto rispetto e meriterebbe molta più attenzione e consumo.

Purtroppo però, come ho già avuto modo di scrivere, spesso ci affidiamo alle tendenze, trasformandole in mode, che dilagano, diffondono, talvolta i prodotti, talaltra i vitigni, addirittura solo un nome, un’etichetta o una tecnica di vinificazione o chi lo sa, qualsiasi cosa che abbia poco a che vedere con la qualità. Perché la qualità non va di moda? Costa troppo? Non sempre direi. E’ forse bene che si riferisca solo a una nicchia di appassionati benestanti? Io non lo so. Però me lo domando… Che ne dite, mes amis?

E mi raccomando: guai a dimenticarsi di Black Mamba!