6° giorno. Il tour continua. Come dicevo, siamo un popolo di arretrati me compresa, pertanto ce ne andiamo alla sagra di Cerchiara di Calabria per la festa del pane ma anche del peperoncino visto che ce ne sono degli esemplari in mostra bellissimi tra cui gli esotici, come i peson de mona (capezzoli di scimmia), potentissimi e speziati.

La signora dello stand mi chiede di provarli ma ringrazio e rifiuto categoricamente con stupore della compagnia: ricordo ancora chiaramente due notti insonni a causa di un retrogusto selvatico. Mi imbatto in un olio di oliva e mandarino (spremitura di olive e mandarini in contemporanea, una delle usanze di queste zone), lo assaggio e chiedo al produttore se è già diventato miliardario. Sorride, mi risponde di no e mi chiede di vendergli l’olio in città. “Io vi faccio l’ambasciata tutt’al più”, rispondo. Per cui chi volesse provare con le proprie papille può ordinarlo all’Azienda Agricola Laino Rosa (Cell. 339.6704866)

Peperoncino in ogni dove, tentazione da mordere, da sniffare, da farci i massaggi con la variante olio contro i reumatismi, contro la depressione, contro la calvizie. Ma l’incontro da prediligere è su una bella fetta di pane di Cerchiara con un filo d’olio (solo d’oliva questa volta).

Ma parliamo del pane della signora Elisa Vito (a sinistra, nella foto) profumatissimo. In bella mostra ecco un esemplare da cinque chili. Una bella forma da trasportare in città, fare a fette e riporre nel congelatore. A Natale quello fresco lo ha gradito Gabriele Bonci.

A Cerchiara ci sono otto panifici e tutti sono sinonimo di grande e antica qualità: speriamo che prima o poi decidano di riunirsi per farsi conoscere anche in Italia. Il panificio Mauro si è esibito per la festa con pitta schicculiata (pomodoro, peperone dolce e origano) e con patate (roba trash che abbiamo consumato sugli scalini delle abitazioni del paese, nemmeno le sedie bianche c’erano). 🙂

7° giorno. Partenza per Cleto, questa volta in perfetta solitudine che ben si presta per contemplare un paesaggio divino che va da Grimaldi verso il mare di Tropea. “La strada è franata”, avvisa un cartello ma chiedo a dei pastori che mi dicono che si passa benissimo procedendo con cautela e con l’unico rischio di essere schiacciata da una roccia sulla testa.

Vado, niente pietre ma incontro due incendi, i vigili sono occupati altrove in aree più abitate quindi si lascia bruciare la montagna. “Accade ogni anno”, mi dice il signor Gaudio Bossio proprietario dell’Azienda Agrituristica i Giardini (Località Giardini, Cleto (Cosenza). Tel. +39 0982.44799), “e per questo poi ci sono le frane”.

La proprietà di Gaudio è immensa 90 ettari di ulivi, rocce, boschi, ruderi ovili abbandonati, cavalli allo stato brado che pascolano sul fiume e Bianchina, una capretta selvatica letteralmente strappata dalla bocca di una volpe e che viene allattata da Giovanna, moglie di Gaudio.

È proprio un altro pianeta: ci sono due incendi noi stiamo nel mezzo. Solo io sono particolarmente preoccupata, ma a Cleto c’è la festa e tutti si preparano per l’evento.

Cleto è un paese che ha sotto le abitazioni di pietra caverne preistoriche (e ancora una volta penso che se l’avessero i francesi), un castello bellissimo (la Calabria ne è piena) e 1.300 abitanti per lo più anziani. Sono rimaste folgorate da tanta bellezza le famiglie Lombarde che hanno deciso di comprare casa e da anni tornano tutte le estati. Nella comunità è d’uso tenere nella toppa della porta le chiavi, simbolo di ospitalità e di assoluta fiducia nel prossimo.

Il festival di Cleto “Essenza” è l’unico festival calabrese a costo zero che non cerca e non vuole finanziamenti. I concerti e le manifestazioni di intrattenimento si ripagano mangiando in piazza le pietanze tipiche del luogo.

Questa sera c’è Umberto Ferrari di Libera che racconta della neonata sede di  Crotone dove gestiscono da poco 90 ettari confiscati alla mafia con un campo (tra i più grandi d’Italia) di finocchi, grano e orzo che verranno messi in commercio a partire da settembre. Ha portato la farina con cui si è preparata la Cialetta, un pane focaccia con olio (azienda agricola Isabella Settimio. Cell. +39 349.7431452), origano selvatico, sale.

Gusto semplice ed essenziale anche perché l’olio (Carolea in purezza) è stupefacente (ci sono 130mila ulivi centenari), ma viene (s)venduto a soli quattro euro al litro per mancanza di consorzi e organizzazioni tranne quelli a stampo mafioso naturalmente attivissimi e efficienti (come d’altra parte in tutta la Calabria del centro sud), con la mentalità condivisa da una parte di calabresi (diciamolo) propensi a “fottersi” i finanziamenti europei a scapito della gente che lavora la terra, che c’è, ve lo assicuro e che lavora con dedizione e costanza; sfiderei chiunque in un altra parte d’Italia a resistere a tanti insulti, a tante umiliazioni ed a tanta barbarie.

Poi ci sono quelli “fortunati” che commercializzano in Toscana, Lazio, Veneto il proprio olio ed ecco che l’eccellenza calabrese diventa eccellenza toscana, laziale… Prima accadeva con il vino ora si fa con l’olio. Potrei farvi un elenco qui sotto ma non voglio beccarmi né una querela né una dichiarazione d’amore per cui o mi credete o cambiate canale.

Niente dissapori torniamo al bello che c’è, non prima di una pausa riflessiva perché a Cleto, Giovanna e Nerina, così come Maria e le sue caprette, mi hanno fatto pensare a Pitagora ed alla sua scuola di pensiero nata in questo luogo, con il loro modo di vivere nel rispetto delle varie anime della natura …uomo, animale, vegetale, minerale.

“Le quattro volte” del calabrese Michelangelo Frammartino è un docufilm che parla di questo. L’autorevole Guardian lo ha elencato tra i migliori 10 film del 2010. Cercatelo e godetevelo.

8° giorno. Nelle campagne di Campora San Giovanni si producono delle eccellenze: la cipolla rossa di Tropea per lo più è coltivata qui e anche il Pomodoro di Belmonte (che arriva a pesare fino a 3 chili), ma se proprio parliamo di meraviglie sono felice di presentarvi Maria Procopio, la sua azienda Santanna e le sue caprette.

Ex emigrante al nord, dopo vari corsi in Francia e in Piemonte, realizza il suo sogno: fare il formaggio di capra. Le capre di Maria sono particolari, non conoscono cattiveria, le chiama (ognuna ha un proprio nome) e loro si avvicinano fiduciose, si fanno accarezzare e coccolare. Sono candide Saanen: bianche, bellissime, quelle di Heidi per intenderci.

Visito la stalla con Pasquale (suo marito), fa molto caldo e le signorine stanno dentro. Ma un tonfo mi fa saltare in aria, c’è una bella zuffa e si sentono rumori di cornate. “Da quando ci hanno regalato quella calabrese, i maschi sono impazziti”, racconta Pasquale.

Si torna al caseificio per gli assaggi, per me è impossibile descrivere la bontà delle ricottine che Maria chiama swarosky, i tomini, le robiole, i finti tartufi, gli erborinati, le forme stagionate in grotta, quelle aromatizzate, la crema della pastora un ben di dio che potrete assaggiare anche al prossimo Cheese dal 16 al 19 settembre a Bra oppure ordinare telefonando al cellulare + 39 328.8917412.

(4. continua – puntate precedenti 1, 2, 3)

4 Commenti

  1. Veramente interessante questo viaggio gastroculturale tra la mia gente.
    Un grazie va sicuramente alla Signora Stefania.
    Aspetto la prossima puntata e nel frattempo, da buon gustaio, stimolato da queste bontà mi appresto ad andare a cena.

  2. Il pane calabrese é qualcosa che ho assaggiato da bambina e non ho più potuto scordare! Ci sono ancora quei magnifici forni sociali in cui tutte le donne (trent’anni fa categoricamente vestite di nero) andavano a fare il pane insieme e poi con l’impasto che avanzava facevano focacce meravigliose?

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