Breve riassunto delle puntate precedenti: dopo un lungo periodo di latitanza dalle tavole romane in compagnia di Qwerty, il marziano più goloso della galassia, nostalgico, lo invito per cena dal bello (e buono) Green T, ristorante chinese-chic in Roma. Qwerty soddisfatto della pappata orientale mi precetta anche per la settimana successiva con la perentoria richiesta di un locale che più romano non si può.

Ho una settimana di tempo per riflettere a quale desco far sedere l’omino in verde, escludendo i locali in cui già ha portato le sue antennine. La faccenda non è delle più semplici. Un ragionamento induttivo può aiutarmi: la cucina romanesca è la cucina delle osterie, la cucina delle osterie nasce a Testaccio, a Testaccio c’è Da Felice: bingo.

Chi non conosce a Roma la storia di questa singolare trattoria, fondata da Felice Trivelloni, personaggio sui generis, che poteva infrangere i tuoi sogni di gloria anche a locale deserto opponendo un beffardo “è tutto prenotato”, che prima ancora di procedere all’ordinazione ti mandava un cacciatorino che finchè gli toglievi il budellino già ti era arrivato il dolce, che da quando lui è morto è diventato un locale glamour e sempre strabordante di folle dalle mascelle molto allenate?

Per la cena con Qwerty non riesco ad ottenere un tavolo prima delle 22,30, così porto il marziano al cinema a vedere “The Artist” (non male), quindi varchiamo le porte del 29 di Via Mastro Giorgio in perfetto orario.

Locale moderno, camerieri in divisa “sportiva” e servizio alla mano: “che ve porto da magnà?” e via con la lista dei piatti del giorno.

Qwerty è contento, ho centrato le sue aspettative, ma ora dobbiamo mangiare.

Rigatoni alla Gricia. Ottima la cottura della pasta soda e al dente, la mantecatura è molto presente, quasi arrogante verrebbe da dire per via di quella cremosità ruffiana; non convince la compresenza di guanciale (stufato e sfibrato), e pancetta che sbilancia il piatto verso un insolito affumicato.

Cacio e pepe. Il piatto forse più famoso e blasonato di questa trattoria, tonnarello di felice fattura vestito da un condimento fin troppo cremoso e aggressivo, con una nota di extra-vergine quasi ingombrante e decisamente persistente, nonostante tutto per molti è ancora il cacio e pepe da battere, per me rimane un buon piatto.

Polpette al sugo. Cucina casalinga mon amour, soda, grande e guascona, con la crosticina bruciacchiata e accompagnata da sugo abbondante per golose scarpette, sicuramente il piatto della serata.

Carciofo alla romana, cicoria ripassata. Buono, molto, il primo; convenzionale e superflua la seconda.

Tiramisù. Famoso quasi quanto il cacio e pepe, viene servito nei classici bicchieri di vetro da osteria, un’orgia gaudente di buona crema al mascarpone, biscotti friabili, caffè, il tutto sormontato da un’antidepressiva colata di cioccolato fondente caldo. Se soffrite di pene d’amore tuffateci il cucchiaino senza rimorsi.

Caffè e amaro della staffa quindi saldiamo un conto per lo più corretto ed usciamo un po’ frastornati dall’esperienza. Qwerty dice che mi farà sapere, vi terrò aggiornati sulle questioni di cacio e pepe.

Felice a Testaccio. Via Mastro Giorgio, 29. Roma. Tel. +39 06.5746800

10 Commenti

  1. bel commento, concordo su tutto. Per fortuna che the Artist è “non male”: se era bello quanti Oscar je davano? 78? :)))))))))))

  2. a malincuore devo concordare sull’aggressività della cacio e pepe… l’ho sempre presa… era il piatto che non mancava mai nelle mie escursioni feliciane ma l’ultima volta non ce l’ho fatta… dovevo scegliere tra passare il resto della giornata in compagnia dei miei compagni di pranzo o in contemplazione del divano: ho optato per la prima attività.

  3. Mi diceva un vecchio frequentatore del locale che Felice l’olio nella cacio e pepe ce l’ha sempre messo. Anzi che ci fu una rivoluzione da parte deglli affezionati avventori quando (secoli fa) fu costretto a metterci l’olio di oliva perchè quello di colza fu vietato. So che la ricetta originale non prevederebbe nessun aiuto al cacio per creare cremosità, ma tutti quanti lo fanno, chi più chi meno. Anche da Flavio (che da Felice viene) l’olio nella cacio e pepe c’è, anche se forse con meno invadenza.

    Ai tempi di Felice , un paio di volte per mangiarci mi feci raccomandare da un testaccino puro, che si raccomandò di citarlo con il suo soprannome e non con il nome, che altrimenti ci perdeva la faccia

  4. Io non ricordo una particolare presenza di olio nel cacio e pepe di Felice, e devo dire però che l’olio l’ho trovato praticamente in tutti i ristoranti dove ho mangiato quel piatto. Assicuro però, e non credo ci sia bisogno che lo dica io, che non c’è bisogno di olio per ottenere la cremosità. Buono invece il tiramisu

  5. Secondo la mia personale esperienza… l’olio nella cacio e pepe è ridondante, e si nota in quella di Felice. Si sa, i piatti della tradizione hanno un loro perchè e se nella ricetta originale non c’è l’olio la ragione esiste. Credo perchè i grassi del cacio dovrebbero creare quella giusta emulsione con l’acqua di cottura della pasta risultandone una cremosità ottimale… E vi rimando alla cacio e pepe di Antonello Colonna, ahimè estinta da quando esiste l’Open, piacevole ricordo delle mie papille gustative dell’epoca di Labico.

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