Dal terrorismo al ristorante. Storie e mutazioni in Nomi, cose e città

Negli anni Settanta, a Milano, si poteva morire per una pizza; negli anni Settanta, a Milano, andare al ristorante era un lusso per molti e un atto di incoscienza per pochi.

La Milano Nera di Scerbanenco,  qualche anno dopo la descrizione che il prolifico scrittore ne da nei suoi  romanzi , quando ancora il tessuto sociale era imbevuto dell’illusione della ricchezza a tutti i costi e la città si presentava, nell’immaginario dei migranti, come l’Eldorado. Una figlia ancora piccola di Giunone Moneta (nel cui tempio era stata eretta la zecca romana e che deve il suo nome al fatto di aver prevenuto il popolo di un flagello incombente – da monere, avvertire -, mai metonimia fu più calzante) , che presto diventerà la metropoli da bere ma che, negli anni settanta, era a metà tra il FarWest e la provincia italiana.

La zona di Porta Venezia era il centro di questo passaggio, con quel Liberty sempre sorridente di fronte a qualsiasi forma di violenza, di sofferenza, di emarginazione.
Sabato scorso, il cronista e scrittore di nera Piero Colaprico ha raccontato, nel primo degli incontri del progetto Nomi, cose e città, il senso, per la città di Milano, del quartiere che ruota intorno a Porta Venezia.

Nomi, cose e città nasce a Napoli dall’idea di alcune menti brillanti che, perlopiù, si collocano al di sotto degli –enta o appena li raggiungono.  Mary Cinque e Marcella Ferro vantano un’esperienza variegata e profonda in ambito artistico, nonostante la giovane età, e trovano il modo, assieme all’associazione Aste e Nodi che promuove lo sviluppo del territorio campano, di realizzare un’iniziativa che coinvolga il cittadino nel racconto della città. Senza seguire i classici schemi del percorso storico-artistico in senso stretto, ma attraverso un dialogo che dia valore all’evoluzione del tessuto urbano, alle realtà che rappresentano i cardini dello sviluppo culturale di una città, talvolta non istituzionalmente riconosciuti, spesso socialmente ignorati. A fare da intermediari in questo dialogo, alcuni esponenti della intellighenzia locale, ognuno con il proprio modo di raccontare e di coinvolgere il pubblico.

A Milano, i campani in trasferta hanno collaborato con Planet, associazione di sviluppo del territorio lombardo: ne sono nati cinque itinerari. Il primo, come anticipato, ha visto protagonista Piero Colaprico che dai ristoranti di Via Malpighi ai bar frequentati da Ruby la nipote di Mubarak, ha trascinato il pubblico nel vortice della perdizione di una zona che i più associano solo allo shopping.

Faccia d’Angelo, il bel René, il Tebano sono solo alcuni degli illustri personaggi transitati per queste vie dove piccola malavita, terrorismo e associazioni mafiose  incrociavano i loro destini al ristorante Chicco (famoso per la zuppa di cipolle e la fiorentina), alla pizzeria Rosy e Gabriele, al Transatlantico, all’Accademia del Biliardo.

Dice Colaprico che Porta Venezia è una delle zone che segnano per prime i mutamenti della città: è il luogo di passaggio per eccellenza, oggi non più quartiere popolare ma sempre melting pot in salsa meneghina. Non a caso, qui è nato il primo ristorante africano di Milano.

Dall’altro lato delle arterie che confluiscono in Corso Buenos Aires, la storica libreria Tadino, fondata, tra gli altri da Padre Maria Turoldo e che, oggi, viene portata avanti dagli ex dipendenti CISL che ci lavoravano prima che il sindacato decidesse di chiuderla. Non solo non hanno cessato l’attività, ma hanno anche recuperato un deposito di formaggi per trasformarlo in una sala dove tenere conferenze, spettacoli, incontri con gli autori.

Colaprico ha una naturalezza incredibile nel passare dal sacro al profano, con quell’atteggiamento da “indagatore” noir che gli conferisce disincanto e consapevolezza che la vita è un po’ pallottole, un po’ paillettes e, per fortuna, un po’ arte. Non stupisca, quindi, che dopo aver edotto il pubblico sui bar del corso frequentati dagli arrivisti del nuovo millennio, abbia accompagnato il gruppo al teatro con più servizi igienici al mondo (almeno credo, visto che ne può vantare ben 56) l’Elfo Puccini. Un altro luogo simbolo del cambiamento, locale da avanspettacolo, teatro lirico, cinema con echi fascisti, cinema con rimbombi pornografici, in abbandono semplice e in abbandono comunale,  Finché non interviene il gruppo Bruni-De Capitani – Salvatores che, come ci ha raccontato Elio De Capitani in persona, esige questo spazio e lo rigenera sia come polo culturale, sia come luogo di avanguardia sociale (trattasi, a tutti gli effetti, di un’impresa sociale).

Ogni itinerario prevede la possibilità di pranzare in un ristorante selezionato dagli organizzatori a prezzo convenzionato. L’incontro di sabato si è concluso al ristorante bio “Il papavero”, tra i primi a proporre cucina biologica a Milano (tel. 0267490406). Un posto alquanto singolare: si entra dalla bottega bio e si scende in una sorta di taverna (c’è l’ascensore, ma hanno impiegato dieci minuti a farlo partire, con una mamma e la sua bambina chiuse dentro) le pareti completamente coperte di quadri, tavoli anonimi e alcune fontane con giochi d’acqua ma senza acqua: in sintesi, un’accozzaglia. Lo stesso vale per il buffet: fette di pane con salame e prosciutto cotto, ravioli in salsa non identificata, polpettine, torte e insalate di forme diverse ma con il medesimo gusto, un bicchiere di yogurt al cioccolato.
Pochi elementi per giudicare, ma se l’itinerario e i suoi organizzatori non ci avessero fatto fare pace con il mondo, forse avremmo bollato il posto con un “da evitare”.

Tutti gli itinerari sono gratuiti, il progetto si sostiene attraverso un’iniziativa di crowdfunding sul sito Eppela.
Altro elemento che ci fa inchinare di fronte all’intraprendenza di questi giovani la cui voglia di far rinascere le città e di trovare un’alternativa possibile al baratro che abbiamo davanti, emoziona. Come canta Francesco de Gregori “viva l’Italia, l’Italia che resiste.”

Sabato prossimo, Assalti poetici alla Barona con il poeta di strada Ivan.
L’iniziativa, per il suo valore come modello di sviluppo, dovrebbe raccogliere la partecipazione di tutti coloro che amano la propria città, anche se non di persona, con il sostegno economico. Seguendo le parole del milanese Gaber: “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.

[Immagini: Stefania Cappellini]

2 Commenti

  1. cara Paola
    bello il tuo resoconto, solo una nota:
    a dire da quanto è rimasto sul tavolo del buffet le altre 35 persone che erano presenti non la pensano come te, alla fine del pranzo era tutto praticamente finito!
    Con 10 euro abbiamo pranzato dall’antipasto al dolce, con vino a volontà, ovviamente tutto biologico.
    ma ovviamente, de gustibus!
    Provare per credere.

  2. Ciao Valeria,
    anche io ho assaggiato tutto e me ne sono andata sazia e, per 10 euro, non mi aspettavo chissà quali cose.
    Però, onestamente, non lo consiglierei.
    Tanto di cappello all’idea di prevedere, nell’itinerario, anche una parte dedicata al cibo e a prezzi popolari, ma ciò non toglie che si possa anche non apprezzare quello che i ristoratori propongono. Anzi, è proprio in queste occasioni che si distingue chi, con risorse limitate, riesce a offrire preparazioni fresche e gustose (nell’ambito bio, se non ci sei mai stata ti consiglio il Bottegas)
    Detto ciò, non mi focalizzerei su quest’aspetto dell’articolo, quello che volevo far emergere era il valore del progetto; poi, chiaramente, essendo questo un blog che tratta prevalentemente di cucina, il commento sul pranzo era, per me, imprescindibile.
    Al prossimo itinerario, allora!

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