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A Milano c’è un posto. Si chiama Cantine Isola e si trova in via Paolo Sarpi, 30.

Alle Cantine Isola c’è un mondo. È un mondo fatto di storie, annate, bouquet, verticali. E Bottiglie e calici. Ebrezza e sorrisi.

120 anni di attività e tre diverse famiglie a gestire il locale: fondato dal ligure Giovanni Isola nel 1896, fu ceduto da lui a un omonimo sconosciuto, il Giovanni Isola di Milano.

Giovanni, con la moglie Milly, ha contribuito a fare delle Cantine il pezzo di storia che sono. Ai due vecchi coniugi è subentrata la famiglia Sarais con Luca, il figlio, e i due genitori, ancora oggi sempre presenti a scegliere i vini e accogliere gli ospiti.

Spazio ristretto, raccolto e mai angusto. Quattro mura, un bancone, due panche e un tavolo sul fondo, nascosto.

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Alle pareti scaffali e mensole, che da terra si alzano a toccare il soffitto. Da ogni scaffale s’accalcano e s’affacciano le bottiglie di vino. Tronfie e impettite, mostrano fiere le loro etichette: Italia e Francia su tutte, ma anche Austria, Germania e resto del mondo.

E dalle mensole pendono foglietti di carta scritti a mano: sono le annate e i prezzi, documenti di identità che consentono agli ospiti di scegliere il proprio viaggio.

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A guardarle, sembrano spingersi quelle bottiglie: sgomitano, curiose, a cercare occhi curiosi e nasi all’in su. Sono le facce di chi entra alle Cantine Isola: giovani, vecchi, radical chic e beoni, tutti volti di meraviglia dipinti.

Perché “il vino alla mescita è buono e si paga poco”, perché “c’è l’annata della mia nascita!”, perché “come ha fatto ad arrivare fin qui quel vino sconosciuto che ho assaggiato in Alsazia?”.

Sono questi i rumori di fondo, allegro vociare danzante che diventa silente nel suo costante ripetersi. Ognuno cerca cose diverse, ognuno fermo nel suo spazio tempo, che trova spazio e tempo qui alle Cantine, li osservo: ci sono gli amici di sempre che bevono e fumano e non capiscono niente. Ci sono gli esperti che annusano e pescano il sentore più astruso.

C’è un primo appuntamento, in un angolo. Si guardano, bevono vini francesi. A sorsi rapidi e grossi per smorzare imbarazzo e naturale tensione. Ridono, parlano con tono incalzante e crescente, è l’alcol che fa la sua parte, ma ne capiscono.

Li spio: lui è contento, l’ha portata nel posto giusto. Lei è contenta, persa a scovare annate e cantine di paesi lontani, è il posto perfetto, ma non vuole baciarlo.

Mi piacciono, mi piace il loro percorso. Lo copio e ve lo racconto.

1. Les Bergères, Anjou Chenin 2010, Domaine FL

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Partiamo dalla Loira, terra di vigneti secolari perché non violentata dalle richieste del tempo e del mercato del vino.

Chenin Blanc in purezza: poliedrico vitigno a bacca bianca che si incontra infinite volte ma mai uguale a se stesso, l’ho conosciuto secco nell’interpretazione del Domaine FL.

Terreno roccioso di matrice calcarea che impone al vino una mineralità virulenta. Brusca nel suo bagnare la lingua, resta poi in sottofondo ma sempre presente. La scena è rubata da un’acidità che prevale e lascia in bocca il ricordo di un vino un po’ troppo “pulito”. Agrumi, citrico e mela verde nel suo picco più acerbo legano naso e palato in una sensazione univoca. Vino che rispecchia la personalità del suo vitigno: tra i più longevi, ha ancora bisogno di raggiungere una piena maturità.

Les Bergères, Anjou Chenin 2010, Domaine FL 18 € / al calice 6,20 € 

2. Chablis, Terroir de Courgis AOC 2014, Patrick Piuze

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Borgogna e Chardonnay binomio padre di un viaggio sensopercettivo che si rivela ogni volta unico.

Lo Chablis di Puize si palesa in un girotondo di fiori e frutti che, disordinati, si muovono su un sottofondo speziato. Pepe bianco appena macinato che punge il naso e si inchina agli altri profumi, ma le pesche bianche inciampano nelle mele e arrivano gli agrumi che le superano non curanti. Sul fondo un sentore di gelsomini, non intenso.

Caotico impatto olfattivo frenato solo dall’assaggio: puntuta acidità e avvolgente mineralità, completano il quadro un vino giovane, ad oggi irruento e fuggevole, ma con un buon potenziale di invecchiamento.

Chablis, Terroir de Courgis AOC 2014, Patrick Piuze 26 € / al calice 7,50 €

3. Châtenauneuf du Pape Blanc AOC 2013, Éric Texier

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L’oro pallido, leggermente opaco, rivela un vino di prorompente eleganza. Attraversa i sensi con garbo, e lascia una scia di acre dolcezza, ossimoro di se stessa: limoni, arance e polpa di pesca bianca matura. Cedro e zenzero, pungenti, ma in una stucchevole versione candita. Al palato un risveglio veemente: acidità e mineralità che raccontano un vino potente.

Châtenauneuf du Pape Blanc AOC 2013, Éric Texier 55 € / al calice 15 €  

4. Aphrodite, Chenin Blanc 2010, Renaud Guettier

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Ritorno alla Loria, stesso vitigno, stesso anno. Tutto un altro vino. Agricoltura biodinamica, zero solfiti e lunghi affinamenti in vecchie barrique: sono questi i principi su cui si basa il lavoro di Renaud Guettier, giovane vigneron e libero interprete del suo vitato territorio.

Aphrodite (Chenin 100%) è un vino che con il tempo e nel tempo forgia la sua essenza: l’uva, da vigneti tra i 40 e 100 anni, viene raccolta solo dopo che abbia completato al sua maturazione. Fermenta nel legno, in botti vetuste, affina per 36 mesi in barrique usate. L’impatto etereo, gassoso è inevitabile: magico come il fumo che avviluppa l’illusionista e poi scompare, si dissolve lento, turbato solo dal prestigio dei suoi giochi. Giochi di iodio e minerali prepotenti e impetuosi, figli di quella roccia calcarea che accoglie le viti e a loro dona se stessa da centinaia di anni. Disequilibrio armonico di un vino bianco che è secco, maturo e profondo.

Aphrodite, Chenin Blanc 2010, Renaud Guettier 33 € / al calice 10 €

5. Malvasia 2010, Borgo del Tiglio

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Il viaggio si conclude in Italia. Raggiungiamo il Friuli con una Malvasia del Collio. Contenuto intrigante impreziosito dal suo contenitore: un calice Zalto la cui forma sostiene l’espandersi esplosivo del suo profumo. L’albicocca è invadente, penetrante. Tradisce l’olfatto regalando i sentori di un vino passito. Il palato si prepara ad accogliere la dolcezza delle confetture ma è scioccato, sbalordito da un’inattesa freschezza.

Malvasia 2010, Borgo del Tiglio 50 € / al calice 14 €

Il percorso è finito e con lui la serata, torno a casa mentre Cantine Isole resta lì dove e sempre stato.

Penso ai vini assaggiati, ripenso ai vini della mia estate per ricordare come li abbia trasformati in parole e poi li vedo.

Sono i due del primo appuntamento, vorrei ringraziarli, ma non li interrompo, adesso si stanno baciando.

Cantine Isola. Via Paolo Sarpi, 30. Milano. Tel. +39 02 331 5249

1 commento

  1. Cantine Isola è un monumento non solo milanese ma anche italiano.
    Quello che lo differenzia da qualsiasi altra enoteca è la possibilità di stappare e bere un bicchiere di qualsiasi bottiglia presente sugli scaffali.
    In passato, come dimostra una lettera appesa alla parete sottoscritta da De Villaine, hanno stappato a bicchiere anche il Montrachet di DRC 🙂

    PS: ottimo il vino di Domaine FL

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