Lo scandalo del prosciutto non conforme alle regole Dop risale a un anno fa, quando la Procura di Torino ha sequestrato prosciutti San Daniele e Parma per un valore di 90 milioni di euro, provenienti da circa 140 produttori, ma l’inchiesta ha evidenziato che il disciplinare veniva disatteso già dal 2014.

L’indagine coinvolge produttori del Nord Italia, dal Piemonte alla Lombardia, dall’Emilia Romagna al Trentino.

Il capo d’accusa, come riportato da Il Fatto Alimentare, è che l’eccellenza italiana famosa in tutto il mondo veniva ottenuta inseminando le scrofe con maiali di razza Duroc danese anziché nostrana. Un maiale che cresce più velocemente e quindi consente margini più alti. Ma ha una percentuale di grasso inferiore: proprio quello che chiede oggi il mercato come hanno giustificato alcuni allevatori per bocca dell’avvocato Tom Servetto.

Nessuno finora sembra essersi accorto di eventuali differenze nel gusto e nell’aspetto delle due famose Dop, né sono state rilasciate spiegazioni dagli enti certificatori. Il Consorzio di Tutela del Prosciutto di Parma si è limitato a dichiarare che “eventuali cosce in stagionatura sono state facilmente identificate e, se del caso, distolte dal circuito”, mentre il Consorzio a Tutela del Prosciutto di San Daniele non ha commentato la vicenda.

I responsabili delle certificazioni e dei controlli, l’Istituto Parma Qualità e l’iFCQ Certificazioni (gli enti accreditati per l’attribuzione di molti marchi Dop e Igp italiani), sono commissariati per sei mesi a partire dal 1° maggio scorso e saranno soggetti a ispezioni periodiche da parte del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, a garanzia del regolare svolgimento delle rispettive mansioni.

I due enti dichiarano di aver già modificato gli organi direttivi e di aver messo in atto politiche atte a “modificare condotte a attività non conformi  ai principi di imparzialità e assenza di conflitto di interessi”. 

Ma intanto la frode è andata avanti per anni, con risultati lesivi dell’immagine dei marchi in questione e dell’eccellenza italiana in generale, tanto da far temere un crollo di vendite nel settore. Non ci sono pericoli per la salute dei consumatori, poiché non è in questione il profilo sanitario degli animali utilizzati ma solo quello organolettico. In compenso potreste aver pagato fino al 58 € al chilo un prosciutto che avreste potuto acquistare per la metà, senza perdere in qualità. E questo sì che fa male.

P.s. Qualche anno fa la Fiorucci, acquisita dal gruppo spagnolo Campofrio, aveva varato una campagna pubblicitaria intitolata Prosciuttopoli e il claim era “a ognuno la sua fetta”… Una profezia?

[Link: Il Fatto Alimentare]