Abbiamo perculato (si può dire senza censure?) il tentativo del gestore di questo sito di allineare le scale metriche di valutazione dei ristoranti espresse dalle diverse guide che un informato cultore della tavola può acquistare invece di rivolgersi al gratuito TripAdvisor, ricettacolo di nefandezze assolute.

Un’esegesi che ha toccato anche l’inevitabile confronto con la Madre di tutte le Guide: la Michelin.

La Sacra, Rossa, Intoccabile messa a confronto per cercare l’equivalenza tra 1, 2 e 3 stelle, ovvero i macaron, e 1, 2, 3, 4, 4 Cappelli della Guida dell’Espresso e l’apoteosi massima, il Cappello d’Oro a sancire finalmente la nascita del Museo della Ristorazione Italiana che quello della Pizza, si sa, ce lo hanno fregato.

Ovviamente tutto sbagliato: l’equivalenza tra 1 stella Michelin e 3 Cappelli è sbagliata. Se provi a mettere insieme i simboli delle guide come avrebbe fatto un contabile della partita doppia non si capisce una beneamata mazza da baseball.

Il ristorante che ha due stelle Michelin potrebbe indossare due cappelli e quindi non è nella metrica da 1 a 5 nella posizione di secondo sul podio, come il locale quadricappellato a stento ha 1 stella Michelin, quella che i più accorsati degli osservatori di galliche cose chiamano “non piena”.

Tutto spazzato via dall’inevitabile intervista ferragostana di Licia Granello al Direttore della Guida Enzo Vizzari che firma la guida da quasi vent’anni, cicaleggia sulla pagina odierna di Repubblica.

Apro il giornale, ultimo baluardo della mazzetta stampata (ma tanto sempre sullo schermo si legge) e trasecolo.

«La prima della classe per numero di cappelli (corrispettivi italiani dei macarons Michelin) si conferma di gran lunga la Lombardia, con Milano mai così ricca di tavole di qualità e di novità di ogni tendenza e per tutti i gusti, dalla trattoria di tradizione all’etnico, dalla pizzeria al fine dining. Anche il Veneto e il Piemonte si confermano ben vivi e consolidano le proprie posizioni, mentre non brillano oggi per vivacità Roma e il Sud».

Come sarebbe? I cappelli corrispettivi dei macaron?

Ma non eravamo altri e oltre la Michelin? Mon Dieu, che scherzo ferragostano ci fa il Direttore della Guida espressa.

Sancisce l’equivalenza cappellacea andando più forte perché da 3 si passa a 5 loghetti più che chiudere, pardon, dismettere d’emblée la Guida dei Vini trasformandola (se abbiamo capito bene) in una sorta di Top 100 o 1000 dei vini da abbinare perché il vino si beve mangiando e quindi non avrebbe senso fare una guida al vino senza il cibo.

Non è la spallata a Roma e al Sud che preoccupa, ma – confessiamolo – è l’appiattimento della giornalista sull’arco alpino dove è spuntato l’ultimo tristellato (…quest’anno, vira la sua bussola inesorabilmente verso l’arco alpino, dopo anni di benevola tensione verso suola e tacco dello Stivale).

 E’ vero che c’è una nuova generazione di chef del Sud (Caterina Ceraudo, Luca Abbruzzino, Martina Caruso, Fabrizio Mellino sono i nomi citati), ma se per caso quest’anno a Parma esce un nuovo tristellato campano o un poker di bistellati meridionali che succede?

Che gli italici critici restino imitatori o succubi della guida Michelin?

A Nord come al Sud, sempre sotto le stelle stanno, non vi preoccupate.

PS. I premi

  1. Condividere, il ristorante della Lavazza firmato Ferran Adriá guidato da Federico Zanasi, va il premio Innovazione.
  2. Ex aequo il Premio Novità dell’Anno: Dina, il ristorante di Gussago con Alberto Gipponi in cucina e Da Gorini a San Piero in Bagno.
  3. Giovane dell’Anno è Fabrizio Mellino del due stelle Michelin Quattro Passi di Nerano.
  4. Il premio Maître dell’Anno lo conquista Massimo Raugi, Restaurant Manager del Villa Crespi a Orto San Giulio (NO).
  5. Sommelier dell’Anno è Valentina Bertini del Terrazza Gallia di Milano.

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