Oggi 1° ottobre si celebra la Giornata Mondiale del Caffè.

L’International Coffee Day (LCD) è nato nel 2015, ed è celebrato il primo giorno di ottobre perché convenzionalmente questa data segna l’inizio della “stagione” del caffè.

La prima edizione si svolse in concomitanza con il Global Coffee Forum, l’assise mondiale organizzata dall’Ico nell’ambito dell’Expo milanese. Il tema di questa edizione 2019 della Giornata è la difficile condizione dei produttori di caffè, resa drammatica dalla crisi dei prezzi.

Il mondo del caffè in Italia è stato caratterizzato da due eventi ugualmente e diversamente importanti: da un lato, lo sbarco di Starbucks in Italia; dall’altro, le polemiche seguite alla puntata di Report sul caffè – quella che in pratica demoliva una serie di miti, a partire da quello secondo il quale il caffè più buono lo fanno a Napoli – e lo sdoganamento definitivo direi degli Specialty Coffee.

Partiamo da Starbucks, che ha inaugurato la sua prima Roastery europea un anno fa in piazza Cordusio a Milano (e vi avevamo anche spiegato perché era un successo per Milano), a cui sono rapidamente seguiti una serie di Starbucks Coffee “normali” a Milano, e presto anche a Torino e ad Assago.

Ricordate un paio di anni fa le polemiche per le palme piantate in piazza Duomo e curate da Starbucks? Hanno portato fortuna (a proposito, deve essere aperto il bando per un nuovo appalto…).

Starbucks un anno dopo va a gonfie vele, direi: esauritesi le code chilometriche dei primi mesi, è diventato a regime un locale comunque affollato, con code in certi giorni e occasioni, e con il merito di avere ampliato l’offerta non tanto nelle varietà di caffè quanto nelle tipologie di servizio, introducendo tipologie finora presenti solo in alcuni locali per cultori della caffeina.

In un’intervista alla rivista Studio, Giampaolo Grossi, General Manager di Starbucks Italy, ha dichiarato: “La bellezza della Roastery sta nel fatto che noi riusciamo a trasmettere al cliente il senso della provenienza dell’origine del caffè. Per esempio, organizziamo dei viaggi in Costa Rica e in Ruanda così da far conoscere ai nostri dipendenti le persone che raccolgono i singoli chicchi di caffè. Qui produciamo 40 kg di caffè (per farne uno ci vogliono circa 9 grammi) che viene poi servito ai clienti, venduto nei sacchetti, e spedito in tutti i Reserve Stores di Starbucks di Emea. Ma il core business della Roastery è il fattore esperienziale: è nata perché l’azienda desiderava raggiungere un livello superiore, mostrare al mondo cosa c’è dietro alla produzione del caffè attraverso quello che potrei definire un nuovo concetto di retail.” A dargli ragione, 2 milioni di clienti in un anno, e 375 tonnellate di caffè prodotte che raggiungono tutti i Roastery d’Europa.

E il caffè dopo la trasmissione di Report di Bernardo Iovene? Ricordate forse questi versi di una vecchia canzone di Domenico Modugno e Riccardo Pazzagia, ‘O ccafe’:

Ah, che bellu cafè,
sulo a Napule ‘o sanno fa’
e nisciuno se spiega pecché
è ‘na vera specialità!

C’è qualcosa che non torna, vero? Li ricordiamo, infatti, nel ritornello della canzone di Fabrizio De André, Don Rafe’. Ma a quanto pare c’è qualcos’altro che non torna: la supremazia del caffè napoletano è un mito ascientifico, come ha dichiarato appunto Report qualche mese fa, come vi abbiamo riferito qui, in una trasmissione che nell’elencare i migliori caffè d’Italia ha stilato una specie di classifica decisamente punitiva nei confronti del capoluogo partenopeo.

Se le eccellenze venivano identificate al Nord (con i punteggi di 9,5 a Rubens Cardarelli a Forlì, di 8,5 al caffè Uganda dello Starbucks Roastery milanese, e di 7,5 complessivo, per la trasparenza delle origini, ancora per lo Starbucks Roastery di piazza Cordusio, la caffetteria napoletana veniva decisamente bocciata: insufficienti il Caffè del Professore, il bar Mexico, e il mitico Gambrinus, quest’ultimo con 3,5 in una prova in incognito e un 4,5/5 in un assaggio pubblico.

E allora via agli Specialty Coffee, ovvero caffè selezionati, in base a una serie di parametri qualitativi e di sostenibilità, proposti nei locali aderenti alla SCA, la Specialty Coffee Association (sede italiana a Rimini), che unisce baristi, coltivatori, torrefattori, assaggiatori, esperti e appassionati.

Avevamo già pubblicato la mappa che vi ri-proponiamo qui sopra, ma che probabilmente, proprio per questa nuova attenzione al caffè, è in evoluzione.

A Milano, ad esempio, il vecchio Cofficina è diventato Rationale: cambio di insegna, rimodulazione dellì’offerta (ma la micro-torrefazione è la stessa), ritorno del caffè alle sue origini di luogo “social”.

E con tutto questo ci si può aspettare una maggiore chiarezza e consapevolezza delle infinite possibilità che il caffè offre al cliente. Ovvero – non mi succederà più, una volta accettata l’offerta di un caffè cold brew, di vedermi arrivare una tazzina di vetro con un caffè freddo e un cubetto di ghiaccio.

[Link: Rivista Studio]

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