Coronavirus. La movida fa più paura del contagio e scattano le chiusure

Da nord a sud si moltiplicano le segnalazioni di assembramenti e i sindaci firmano ordinanze per evitarli. Colpiti bar e aperitivi

Ora fa paura la movida. In poco meno di una settimana, le riaperture degli esercizi commerciali hanno dato la sensazione a molti del via libera tutti.

La pressione dei Governatori delle Regioni per un aprire tutto e subito ha funzionato a metà: aprire in modo da restare aperti, invocato anche dal Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, il più prudente dei suoi colleghi, è in forte discussione.

Se il lockdown ha avuto una massiccia adesione degli Italiani, non si può dire che la fase 2, con il rispetto delle regole di distanziamento sociale “attivo e responsabile” e l’utilizzo delle mascherine, abbia eguale riscontro.

Sul banco degli imputati è salita l’attività di ristorazione in senso ampio, quella che ha alla sua base la convivialità “estrema” fatta di aperitivi e quattro chiacchiere al bar. Condivisione per la felicità di ritornare a una vita quasi normale che ha mandato in seconda linea gli obblighi di precauzione.

La movida è pericolosa

La movida è diventata il segno dell’untore come in fase di lockdown lo era stata la corsa. Da nord a sud dell’Italia continuano le segnalazioni di comportamenti non in linea con quanto raccomandato. Stare a un metro di distanza, indossare le mascherine sempre e ricordarsi che levarle per bere o mangiare costituisce un rischio calcolato. Da bilanciare con altre misure come lo stare seduti allo stesso tavolo o tavolino solo se si è conviventi.

L’incertezza normativa, la discussione sul metro di distanza nonché le formule interpretative al ribasso, alimentate anche dalle associazioni di categoria preoccupate dalla sostenibilità economica delle riaperture e dalla necessità di porsi come interlocutori rappresentativi dei propri iscritti, sono diventate altrettanta benzina sul fuoco di comportamenti sanzionabili.

La scommessa sul rischio calcolato, che aveva dato la stura al lodo Stato Regioni per riaprire tutto indistintamente e che di fatto ha delegittimato le funzioni del Comitato Tecnico Scientifico dai cui pareri era nato il lockdown, è diventata la scommessa sul virus indebolito.

Senza arrivare alle teorie complottistiche e all’idea di una prova muscolare di dittatura soft o al terrorismo mediatico – tutte ipotesi ampiamente presenti sui social – appare evidente una distonia tra fase 1 e fase 2.

Non si sa a chi credere semplicemente perché un obbligo in situazione di emergenza sanitaria non è un obbligo razionale se esaminato alla luce del “prima”.

La ristorazione che combatte con il metro

mascherina metro amuchina

Facciamo un passo indietro. Il lockdown è la limitazione della libertà di circolazione dovuta alla necessità di tutelare la salute pubblica: un diritto costituzionalmente garantito subisce una limitazione in forza di un altro diritto che per motivi contingenti diventa di grado superiore.

La logica dell’isolamento è pari alla logica del metro di distanziamento sociale e all’uso della mascherina: sono tutte limitazioni della libertà personale.

Su quel metro e su quella mascherina è costruita la fase 2, ma mentre un divieto cogente funziona, un obbligo con eccezioni e che necessità di comportamenti attivi, non funziona.

La #ristorazione nella #FaseDue

Abbiamo fatto una simulazione nella sala di un #ristorante dove prima del #lockdown venivano serviti 30/32 clienti. Applicando le indicazioni del comitato tecnico scientifico di clienti ne entrerebbero tra 8 e 9. Una riduzione assurda.

Posted by Fipe on Wednesday, 13 May 2020

Restiamo alla ristorazione: la discussione sui famosi 4 metri quadri derivava da un’applicazione in deroga dell’utilizzo della mascherina. La logica è che se mangi non la puoi indossare quindi il tuo droplet, se contagioso, può infettare i commensali e i vicini di tavolo.

La battaglia del metro mancante ha impegnato seriamente associazioni e gruppi di Facebook armati nella giusta battaglia della sopravvivenza sulla base dei dati del “prima”. Prima avevo 100 posti a sedere e guadagnavo, ora come posso sostenermi con 25 posti? La soluzione è diventata permettere almeno 60 posti a sedere e conteggiando nei conviventi anche quelli che arrivano insieme in auto tanto stanno sotto lo stesso tetto e quindi al limite si saranno infettati al primo starnuto di un passeggero.

Italiche discussioni sui cavilli giuridici in cui siamo fortissimi ma che ci fanno perdere di vista l’obiettivo principale. In questo caso, convincere i clienti che è sicuro andare a mangiare al ristorante e in pizzeria nonostante la deroga della mascherina.

Archiviati l’incomodo della rilevazione della temperatura corporea (ma come a 37,4 possiamo entrare e a 37,5 no?) e l’autocertificazione dello stato di convivente (divertente l’infografica che ritiene al punto 11 che la dichiarazione debba essere fatta da chi dice di non essere convivente mentre per tutti c’è la presunzione del vivere sotto il tetto della macchina), il successivo e logico passo è stato quello di escludere che il coronavirus possa albergare nei ristoranti, tra i piatti e le posate, le mani dei camerieri, le tovaglie o i bagni.

Il coronavirus, insomma, è sparito: un po’ come se ci dicessero che ora possiamo passare con il verde e anche con il rosso del semaforo. Più che altro ce lo siamo detto tra di noi e quindi la prassi è diventata norma.

Il coronavirus è meno letale, forse

Si può stare seduti ai bar per lo spritz senza mascherina e a maggior ragione lo si può fare al ristorante andando in bagno. Cosa che è accaduta sotto i miei occhi con il nucleo familiare di quattro persone che lo ha fatto senza problemi.

Resta in piedi la farsa degli spostamenti inter regionali a dirci che esiste ancora una larva di quella limitazione della libertà di circolazione dovuta all’emergenza sanitaria. Ma che dovrebbe cadere presto in nome della necessità di salvare la stagione turistica e di aprire i corridoi con le altre Nazioni che hanno escluso Italia e Spagna in favore di Croazia e Grecia.

Il sud, l’estate, il sole e il mare sembrano essere la cura giusta. Il professore Alberto Zangrillo, direttore dell’unità di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano, spiega a Petrolio che: “Attestiamo che il virus non è mutato ma che forse sta risentendo dei fattori ambientali e delle temperature”.

Virus meno letale, quindi: e allora scriviamolo a chiare lettere in un Dpcm e nelle ordinanze che fanno regola di comportamento.

Le chiusure per movida

Altrimenti non comprenderemo mai perché il sindaco di Perugia emette l’ordinanza n. 641 del 23.5.2020:chiude i pubblici esercizi nei giorni di venerdì, sabato, domenica, prefestivi e festivi dalle 21.00 alle 6 di mattina al centro storico e a Fontivegge. Dalle 17.00 obbligo dei dispositivi di protezione individuale se si staziona nelle vie ed aree del Centro Storico e Fontivegge fino alle 06.00 del giorno successivo, fermo restando il divieto di assembramento. I provvedimenti saranno in vigore fino al 7 giugno 2020.

Ressa e rissa alla base del provvedimento che fa il paio con l’ordinanza del sindaco di Brescia Emilio Del Bono che limita l’orario di apertura dei locali di piazza Arnaldo, cuore della vita della città.

Domani firmerò ordinanza di chiusura serale di Piazza Arnaldo per questo fine settimana. Troppe persone,…

Posted by Emilio Del Bono sindaco on Friday, 22 May 2020

Il sindaco di Brescia, tra le città italiane più colpite dal Covid, ha deciso la chiusura di tutti i pubblici esercizi e attività artigianali alimentari, nei giorni 23 e 24 maggio dalle 21.30 alle 5 del giorno successivo.

Sono solo due esempi che si possono sommare alle minacce di chiudere di nuovo tutto, dai bar e baretti alle spiagge e alle piazze di sindaci e governatori di regione: Milano, Savona, Verona (“Sono incazzato nero”, dice il sindaco Federico Sboarina che ha firmato l’ordinanza per la quale fino al 2 giugno si potranno bere alcolici solo seduti ai tavoli) Napoli, Palermo.

Più che fase 2, sembra la fase del cretino. Ma non è chiaro se il cretino è quello che non indossa la mascherina e cerca di stare a distanza o quello che se ne libera e sta insieme agli amici al tavolino.

Prosaicamente, problemi di conflitti di interessi: c’è chi deve andare alle elezioni, chi deve conservare lo strapuntino dell’organo di rappresentanza, chi deve salvaguardare il sistema sanitario della Regione, chi deve prendere il Nobel per la medicina, chi deve protestare perché non è stato inserito in un tavolo o in una task force, chi deve aprire il ristorante e chi vuole andarci.

Senza dimenticare che la colpa potrebbe essere del Governo e dei mancati tamponi.

Ma vi immaginate che movida sarebbe se tutti dovessero fare tamponi prima di sedersi a bere uno spritz?

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