Pizza Hut verso il fallimento: chiude 18 mila pizzerie per Coronavirus?

Pizza Hut ha chiesto il Chapter 11, cioè la norma della legge fallimentare statunitense che permette di ristrutturare il proprio debito

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La pizza italiana, o quasi, più famosa nel mondo è Pizza Hut. Che però si avvia alla chiusura definitiva dopo più di sessant’anni di attività, 18 mila pizzerie aperte in cento paesi e milioni di pizze sfornate ogni anno.

Il gigante americano che aveva fatto della pizza italiana il suo motivo di successo planetario è stata messa in ginocchio definitivamente dalla crisi economica che ha seguito quella sanitaria dovuta al coronavirus.

Abbassa le saracinesche anche l’altra catena di ristoranti del gruppo, Wendy’s, tistemente famosa per la morte di Rayshard Brooks, l’afroamericano ucciso dalla polizia di Atlanta, in Georgia, proprio in un parcheggio di uno dei ristoranti.

Ora la notizia del fallimento di Pizza Hut corre più veloce di questa tragica fatalità anche se Npc International, proprietaria del marchio, in realtà ha chiesto il Chapter 11, cioè la norma della legge fallimentare statunitense che permette alle aziende di tentare di ristrutturare il proprio debito con i creditori.

Come nasce Pizza Hut

L’ultima spiaggia per non vedere andare in fumo il sogno di Dan e Frank Carney, i due fratelli del Kansas che nel 1958 si fecero prestare dalla madre 600 dollari per aprire un piccolo locale per proporre agli studenti il prodotto italiano più amato del mondo, la pizza.

Un successo clamoroso che nel corso degli anni ha fatto pensare a milioni di Americani che la pizza fosse in realtà un’invenzione a stelle e strisce tanto che qualche anno fa da Napoli partì la crociata per ottenere il riconoscimento dell’arte del pizzaiuolo napoletano come patrimonio immateriale dell’Unesco. Una “rivendicazione” nata proprio dalla leggenda metropolitana che vuole rivolta a un italiano la domanda “Come si dice pizza in italiano?

I due fratelli avevano visto giusto se in appena un anno erano riusciti ad aprire il secondo locale a Topeka, sempre nel Kansas, e poi ad avviare per primi la consegna a domicilio.

Un’invenzione sottolineata dallo slogan “unboxed”, non inscatolata: non scegliete noi solo per la pizza italiana ma per il nostro modo di essere, perché “noi rendiamo felici le persone”.

E di persone ne ha fatte felici tante Pizza Hut se è vero come è vero che nel 1977, dopo nemmeno 20 anni da quel prestito e da quella apertura, Pizza Hit contava 4 mila ristoranti. I fratelli Carney, a nemmeno 50 anni, decisero che era arrivato il momento di andare in pensione e vendettero alla Pepsi il loro impero di pizze per 300 milioni di dollari, cifra esorbitante al tempo.

Frank rimase presidente di Pizza Hut salvo poi pensare a una nuova catena, Papa John’s, che presentò in modo originale ai soci azionisti del gruppo che aveva fondato un quarto di secolo prima: all’assemblea degli azionisti indossò una maglietta con la scritta “Scusate, ragazzi, ho trovato una pizza migliore”.

I successi di immagine

Pizza Hut continuò a macinare successi e a diventare sempre più icona yankee con la nuova proprietà Yum, legata al gruppo Npc International. Ringo Starr divenne testimonial, offrì ai suoi clienti un paio di occhiali da sole ispirati al mitologico film Ritorno al Futuro, arrivò per prima su Facebook come sugli schermi dei melafonini con la app dedicata e anche nei videogiochi così che i giocatori potessero ordinare una Pizza Hut senza smettere di giocare.

Più forte è stato il coronavirus anche se probabilmente la mossa di diventare sponsor ufficiale della Nfl, il campionato di football più seguito degli States, era solo una mossa per cercare di ritrovare lo smalto dei tempi migliori. Offuscato anche da scelte discutibili come la pizza con il pollo fritto lanciata insieme a KFC, Kentucky Fried Chicken.

I conti sono precipitati e il deficit del gruppo è salito fino all’astronomica cifra di un miliardo di dollari.

Un duro colpo per l’immaginario collettivo americano denso di scene di film in cui i protagonisti ordinavano e addentavano una pizza. Che non poteva che essere una Pizza Hut. Come testimoniano anche i 32 milioni di follower che seguono la pagina Facebook

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