Coronavirus: la versione di Momo, il ristoratore di Firenze che sfida i divieti

“Per farmi chiudere devono mandare l’esercito”, dice il titolare di Tito, “oppure pagare i ristori entro il 15 novembre”

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Mohamed “Momo” El Hawi possiede tre ristoranti a Firenze, uno di questi –Tito, in via Baracca– è chiacchieratissimo da giorni sui social per avere sfidato il governo sulle misure anti-coronavirus.

È regolarmente aperto, e non abbassa la serranda prima delle 22.

Alla faccia dell’obbligo di chiusura che, con l’inserimento della Toscana nella zona arancione, colpisce tutti i ristoranti della regione.

Momo è stato intervistato da Stefano Cecchi durante una prova sul campo. Cioè una cena che l’inviato del quotidiano La Nazione ha consumato il 10 novembre confuso tra gli altri avventori del ristorante. In arrivo anche da fuori regione per provare il brivido di un’esperienza carbonara e fuorilegge.

Il provocatorio mantra che il giovane ristoratore ripete da giorni e usa per giustificare la disobbedienza, da lui chiamata “nuova resistenza”, è breve ma molto chiaro: “Non diffondiamo il Covid, per farci chiudere chiamino l’esercito”.

Parole che non bastano a dissipare la sensazione strana e un po’ clandestina di ritrovarsi tra tavoli apparecchiati e commensali festanti in piena seconda ondata di coronavirus. Accentuata da una camminata per le strade del quartiere, tra serrande abbassate e scenari da coprifuoco.

Davanti a una pizza fumante sottoposta al giudizio del giornalista, Momo è un fiume in piena. “Noi rispettiamo tutte le norme, rispettiamo le distanze, non più di 4 persone ai tavoli, perché non dovremmo tenere aperto?”.

Il ristoratore ribelle rivendica una situazione di normalità impossibile da legittimare ora che la pandemia è tornata a colpire duro. Le misure del governo parlano chiaro: ristoranti chiusi perché luoghi ad alto rischio di contagio da coronavirus.

Logica che Momo, a costo di passare per irresponsabile, rifiuta del tutto: “In estate abbiamo fatto 200 coperti a sera, grazie alle regole di sicurezza adottate: le risultano focolai nei ristoranti? Basta criminalizzare la nostra categoria. Io poi ho sulle spalle 50 dipendenti, come faccio a chiudere? Alla loro situazione chi ci pensa?”.

Di sicuro l’imprenditore non fa sue le stravaganti teorie negazioniste di alcuni suoi colleghi. “Tito, mio padre, è stato 21 giorni in terapia intensiva e noi famigliari isolati. Non dico che il problema non esiste ma non si risolve chiudendo le attività che rispettano le regole”.

A chi sui social lo attacca con insulti e argomenti ragionevoli (“Segui le regole, la vita della gente vale più del tuo ristorante” oppure “Sono cuoco, non ho ancora avuto la cassa integrazione, ma non ti condivido, così non se ne esce”) “Momo il fiorentino” risponde senza esitare.

“Quelli che mi odiano hanno gli stipendi sicuri, ma ce ne sono tanti che mi scrivono ‘Bravo, sei un esempio, vai avanti’ e io non mollo.

Non mollare significa anche obbedire agli agenti della polizia municipale che, dopo aver spiegato l’ovvio, ovvero che il ristorante non poteva stare aperto, gli hanno elevato una multa di 400 euro e imposto la chiusura di un giorno.

Multa pagata (in versione ridotta, 280 euro), e giorno di chiusura regolarmente osservato. Ma se gli agenti dovessero tornare la chiusura sarebbe di 30 giorni e e la multa tra gli 800 e i 3.000 euro.

Non è questo il rischio che spaventa Momo, disposto a chiudere il ristorante fiorentino ma solo a una condizione.

“Che il governo onori gli impegni e faccia arrivare i ristori entro il 15 novembre. In quel caso chiudo anche io”.

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