Vitigni autoctoni alla riscossa: cococciola, montonico, passerina, pecorino

Tra le Marche e l'Abruzzo ecco cinque etichette da vitigni autoctoni a bacca bianca capaci di regalare autentiche emozioni, anche a tavola

Sono circa 500 i vitigni autoctoni riconosciuti in Italia. Un patrimonio di diversità che nessun altro Paese può vantare.

In passato furono quasi integralmente espiantati. Da qualche anno, invece, sono oggetto di studi, ricerche. Via via più apprezzati, anche grazie alla buona versatilità che hanno in cucina. Principalmente quella di mare.

Ad ognuno il suo, come si direbbe. Ogni regione con il suo portabandiera.

Ne scopriamo alcuni coltivati nel centro Italia. Tra le Marche e l’Abruzzo.

Inclusivi di aneddoti e curiosità. A partire dai loro nomi, assai intriganti.

1. Pecorino Tullum Docg 2019 Feudo Antico

vitigni autoctoni pecorino

Alcuni documenti fanno risalire quest’uva alla seconda metà dell’800. Nell’areale umbro-marchigiano dei monti Sibillini.

Il nome deriva probabilmente proprio dalle zone di coltivazione, frequentate dalla pastorizia e di conseguenza dalle pecore. E che spesso si nutrivano di quest’uva durante i loro percorsi di transumanza.

Sul finire degli anni ’80 è stato reimpiantato e successivamente valorizzato nelle Marche ed in Abruzzo.

Quella che vi presentiamo è una vera e propria novità abruzzese di Feudo Antico.

Sì, perché parliamo della Docg più piccola d’Italia. Tullum (o terre tollesi), oggi attiva sotto l’egida dell’omonimo Consorzio. Idea nata con l’intento di rivitalizzare i vitigni autoctoni e proteggere, al tempo stesso, un ambiente fragile. Parliamo di un territorio piccolo. Più o meno diciotto gli ettari di vigneti coltivati, tutti ricadenti nell’omonimo Comune di Tollo (in provincia di Chieti). Territorio a forte vocazione vitivinicola.

Le sue caratteristiche lo rendono un vino senz’altro interessante. A partire dai profumi. Di ginestra, pesca e limone. Lo sfondo olfattivo è più minerale. All’assaggio invece agrumi in primo piano, lime e pompelmo su tutti, con un’acidità ed una freschezza via via più dirompenti, tenute a bada dalla bella struttura. Per una solida armonia.

Abbinamento consigliato: insalata di calamaretti e gamberi, cozze gratinate oppure zuppe di verdure.

Prezzo: 15 €.

2. Cococciola Brado Colline Teatine Igt 2019

vitigni autoctoni cococciola

Varietà dei vitigni autoctoni abruzzese, la cui coltivazione è delimitata principalmente in provincia di Chieti. Su fazzoletti di terreni più limitati anche in quella di Teramo.

Le origini sono tutt’ora incerte, compresa la genesi del nome. Questione intrigante.

Un’uva che esprime le migliori caratteristiche se vinificata in purezza. La marcata acidità lo predispone bene alla spumantizzazione. Con metodo Charmat.

Brado. Il nome rende un po’ l’idea. Un vino, ottenuto da un vitigno libero, selvaggio. Prodotto dall’azienda Agricola Valle Martellodi Villamagna (CH), sulle verdi colline teatine. È stata tra le prime a far “rinascere” questo vigneto.

Lo spettro olfattivo anche in questo caso è pervaso da note floreali e fruttate ma poi anche più erbacee. Fresco in bocca, con buon equilibrio tra acidità e mineralità. Il finale si allunga con una nota bella sapidità.

Abbinamento consigliato: pesce crudo dell’Adriatico, oppure chitarra abruzzese con le vongole. Ottimo anche come aperitivo.

Prezzo: 10 €.

3. Passerina Plenus colline pescaresi Igt 2017

vitigni autoctoni passerina

La passerina è un altro dei vitigni autoctoni del centro Italia. Marche ed Abruzzo, titolari effettivi delle sue origini. La paternità è oggi contesa anche dalla Ciociaria. Fatto sta che il curioso nome dovrebbe trarre le origini dai passeri, attratti dagli acini che cadevano a terra. Nelle Marche le è stata riconosciuta anche una docg, nel perfetto areale di Offida.

Plenus. Pieno, abbondante, ricco, ben provvisto, completo, perfetto. Sul retro della bottiglia si leggono queste belle sottolineature. L’azienda agricola Marina Palusci, posta sulle colline pescaresi, a Pianella per la precisione, vinifica solo con lieviti indigeni. Vini non filtrati e senza solfiti aggiunti. Residui sotto i 20 mg./l.

Al calice, il colore è bellissimo, dorato. Sfumature di frutta al naso, di albicocca, mela golden, banana e poi delle velature più minerali ed erbacee. Di carattere. Colpisce la bella spalla acida. Al palato è fresco, equilibrato, con buona sapidità e piacevoli ritorni amarognoli sul finale.

Abbinamento consigliato: Frittura di paranza, risotto ai frutti di mare oppure Orata al cartoccio

Prezzo: 15 €.

4. Maja Spumante Metodo Classico – La Vinarte

spumante

Passiamo poi ad uno spumante realizzato con metodo classico e con l’utilizzo di sole uve montonico. Un’uva presente in tutto il centro sud Italia almeno dalla seconda metà del 1800.

Anche in questo caso le origini sono sconosciute. Diversi documenti attestano che nei primi del Novecento l’Abruzzo iniziò ad avere una produzione di queste uve da vitigni autoctoni tale da poterle esportare al di fuori dei confini regionali.

Nel tempo però, ha perso importanza anche per via del suo comportamento vegeto produttivo poco costante. Sono tuttavia da apprezzare i produttori che oggi cercano di riportarla in auge.

Siamo sempre in provincia di Chieti ma più a sud. Tra Rocca San Giovanni e Santa Maria Imbaro. Terreni più pianeggianti ed a medio impasto. Questo spumante viene realizzato con Metodo Classico dall’azienda agricola La Vinarte. Il nome della bottiglia, “Maja”, evoca la Maiella. Che domina, seppur più in lontananza, il panorama. Un sogno. L’origine del forte legame tra gli Abruzzesi e la loro montagna si perde nella notte dei tempi.

Si tratta di un brut nature. Assai particolare sia al naso che al palato, ideale da stappare tra i 2 ed i 18 mesi dopo la sboccatura. Frutta secca, uvetta e frutta candita dominano la scena olfattiva, con ritorni vagamente agrumati in successione. In bocca la fragranza pervade l’assaggio, risultando la discriminante, nonché la caratteristica peculiare.

Abbinamento consigliato: antipasti di mare sia cotti che crudi. Si accompagna bene anche come aperitivo

Prezzo: 12 €.

5. Trebbiano d’Abruzzo Madonnella Pasetti 2017

vitigni autoctoni trebbiano

Siamo ripetitivi? No. Torniamo semplicemente dove ci eravamo lasciati. Soprattutto in termini di longevità.

Del Trebbiano d’Abruzzo, la grande famiglia a bacca bianca, vi abbiamo già parlato. Un po’ l’enfant prodige della longevità dei vini bianchi italiani. Non c’è solo quello abruzzese. Ma anche quello toscano, quello romagnolo, quello spoletino. Tutti identitari.

Questa è l’ultima etichetta dell’azienda agricola Pasetti, che presenta la sua versione di Trebbiano d’Abruzzo sapientemente vinificato, con sosta sui lieviti indigeni. Vino complesso ed equilibrato, interessante nel riassaggio negli anni a venire.

I vigneti dai quali si ottiene questo vino si trovano a Capestrano (Aq), in un ambiente incontaminato, ai piedi del Gran Sasso e Monti della Laga. Bassa umidità, frequenti brezze ed escursione termica tra notte e giorno che sfiora i 15 gradi.

Gran bel naso, proteso verso sentori di agrumi, poi di fiori, sambuco, corbezzolo, ginestre e fiori di campo. Il sorso è davvero poderoso. Sapido e minerale. La bocca è pulita, grazie al bell’equilibrio tra freschezza ed acidità che ne allungano la persistenza. Gran bel vino bianco, dal finale un po’ ammandorlato.  

Abbinamento consigliato: Lasagna in bianco, pesce al forno con le patate, zuppe di legumi, risotti e formaggi a pasta molle o di media stagionatura.

Prezzo: 18 €.

Ora, immaginate di assaggiarli tutti e cinque e cercarne, per ognuno, le peculiarità.

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