Un orto planetario all’Expo, nella Milano della moda e del design. Alberi da frutto e ortaggi seminati nella Detroit che fu dell’automobile e della bolla immobiliare. 2012 orti urbani in costruzione a Londra per l’appuntamento con le Olimpiadi del 2012. L’agricoltura ingrediente (insieme alle energie rinnovabili) della terza rivoluzione industriale alle porte.

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Avevamo intuito tutti che il cibo stesse vivendo il suo momento d’oro e che la natura si stesse attrezzando per una grande rivincita su un uomo dall’impronta ingombrante. Avevo sentito parlare di “guerrilla gardening”, di giardinaggio critico e di ecologisti urbani. Avevo anche assistito all’eroica nascita dell’orto di famiglia dove mio padre, alleggerito delle preoccupazioni lavorative, ha chiuso il cerchio tornando in quella terra dove ha mosso i suoi primi passi. Avevo notato pure che nei grandi vasi del balcone della mia vicina, trentenne vispa e gourmet, crescevano, con imbarazzante velocità, strane creature verdi dall’aspetto poco decorativo. Il revival dell’orto mi appariva insomma in tutta la sua evidenza, confortato da oscure teorie sull’inevitabile ritorno alla terra in un quasi Medioevo all’insegna dell’autosufficienza produttiva.

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Eppure lo stupore è stato immenso quando, qualche mattina fa, in viaggio verso un pezzetto di famiglia rifugiata in campagna, ho notato l’ineffabile insegna: pomodori da balcone. L’ennesimo banchetto che da marzo fin all’autunno dispone in bella mostra, lungo le strade che portano via dalla città, bonsai e violette, piante grasse e rincospermum, al limite insalatine per cittadini in villa che popolano la cintura urbana, questa volta parlava alle avanguardie del pollice verde. Ma se l’offerta è gridata vuol dire che c’è tanta richiesta, mi dico, pescando dalle grandi leggi del marketing. “E se fosse una cosa vecchia di cui mi accorgo solo ora?”, mi chiedo in un sussulto di umiltà. La conferma arriva da Internet. Dove il sapere in materia mi appare ben più avanzato di quella scritta artigianale. Il trend deve essere ormai consolidato, argomento, se i consigli spaziano dal tipo di terriccio da usare (meglio se associato a sabbia perché l’acqua deve drenare), al materiale e alla forma dei vasi da preferire (più o meno profondi a seconda della piante), dalle tecniche per innaffiare (dimenticate il gesto classico e poetico della pioggerellina che scende dall’alto, meglio direttamente sulla terra), ai tempi della messa a dimora (di sera senza sole), dalla concimazione (non troppo e meglio utilizzando prodotti biologici o addirittura il compost ottenuto con gli scarti di cucina) agli accorgimenti per consumare gli ortaggi (lavarli bene se il balcone è vicino al traffico cittadino).

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La tendenza è decisamente radicata se la rete pullula di blog e siti che esplorano la materia e di suggerimenti “evoluti” del tipo: come ovviare al problema estetico (una pianta di pomodoro è obiettivamente meno bella delle margherite), come costruire un orticello 100% biologico, quali libri leggere, come evitare di sporcare durante i lavori di giardinaggio, quali spazi rosicchiare alla civiltà (grondaie, barattoli, lattine, materiali di riciclo vari), come produrre 40 kg di patate in un bidone di mezzo metro quadrato, o come sfruttare 150 mq di balcone coltivando anche olive, uva e alberi da frutto per una produzione totale di 300 kg di frutta e verdura all’anno e il risparmio che ne consegue.

Dalla loro consultazione il neofita a corto di spazio apprenderà, per esempio, che per coltivare mirtilli, spinaci e prezzemolo non occorre una buona esposizione al sole mentre il sole è indispensabile per far crescere pomodori, peperoni e melanzane (l’esposizione migliore è a est o a ovest). Apprenderà che per coltivare basilico, salvia e menta bastano anche vasi che pendono al soffitto o al parapetto, che piselli e cetrioli possono arrampicarsi anche su una griglia fissata alla parete e che in generale l’“orto in piedi” non è solo una buffa espressione.

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[genitronsviluppo.com welnesscucina.com arch. Paolo Caputo]

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