Mangia prega ama. Un disastro gastronomicoTempo di lettura: 4 min

Voi ragazze americane quando venite in Italia cercate solo pasta e… saziccia
(Mangia prega ama)

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Sono appena uscito dal cinema, in un afoso pomeriggio romano. Non vi racconterò niente del film, della sua bruttezza, della trama sfilacciata, di quella specie di orrendo sincretismo morale che lo anima. Non mi arrabbierò della mediocre fotografia, del perché si prenda una meravigliosa quarantenne (Julia Roberts) e le si faccia fare la parte di una giovinetta cui molti si rivolgono con l’epiteto di ragazzina. Non mi soffermerò su un’idea di un mondo che nel 2010 si disinteressa completamente della variabile economica, una rappresentazione della società dove l’attor giovine di Off off Brodway vive in una villetta a schiera di Washington Square e i problemi esistenziali si risolvono viaggiando un anno per il mondo. No non vi racconterò niente di tutto questo, non mi compete e lo leggerete sui giornali e, se coraggiosi, lo guarderete con i vostri occhi. Solo una cosa mi chiedo, perché Javier Bardem nel doppiaggio italiano parla come il Gabibbo?

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Come avrete capito il film non mi è piaciuto affatto, è narrato male banale, e neanche troppo ben girato! Del resto non è stato l’amore per Julia Roberts, nè per questa tipologia hollywoodiana a spingermi fuori di casa e a correre a vederlo. Se fosse stato per questo non ci sarei mai andato, come tanti altri film, ma avrei atteso una domenica invernale d’ozio per guardarlo nel salotto di casa, come richiede la sua naturale vocazione.

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Allora perché ci sei andato, mi direte? Semplice, siamo o non siamo gastrofanatici? Non ha aperto da pochi giorni Eataly nella grande mela? Gli Stati Uniti sono o no il paese egemone della nostra cultura? Allora per un ghiottone romano è l’occasione migliore per vedere l’Italia con gli occhi yankee, per capire come la dieta mediterranea abbia conquistato il mondo… Se la mettiamo da questo punto di vista l’Italia in generale, e Roma in particolare, se la passano non troppo bene e Eat Pray Love diventa un film horror.

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Roma è una strana città, l’ho sempre saputo fin da quando 25 anni fa ho deciso di abitarci: Una città rotta a tutto, nevrotica, faticosa, bellissima, internazionale ed insieme provincialissima. Una città che in 2000 anni di storia ha forgiato un disincanto che rasenta il nero cinismo. Insomma un luogo antichissimo ed insieme modernissimo: questo credevo prima di guardare il film e di inforcare un paio di lenti americane in cinemascope.

Con quelle tutto cambia, e Roma diventa un girone dantesco, un posto dove anziane signore boccaccesche abitano in palazzi barocchi, appartamenti con terrazza da milioni di euro, vecchi e cadenti, senza acqua calda e fognature adeguate. Dove si pensa solo al sesso, ci si bacia moltissimo e si pomicia in pubblico. In cui mandrilli assetati inseguono continuamente giovani fanciulle urlando loro sconcezze e non ricevendo piriti come sarebbe normale ma sguardi lusingati.

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Si mangia molto in questo film, ovunque e dovunque, ci si tocca e ci si sfiora in continuazione con sottotesti erotici. Il cibo di noi romani diviene una continua metafora di sesso e anziane signore consigliano nevroticamente alla “giovane” americana di prendere marito. Gli italiani non lavorano mai, il solo momento competitivo è l’assalto mattutino al caffè del bar. Rigorosamente, passano il tempo tra un lubrico diplomatico, un sensuale fiore di zucca fritto, dolcetti golosi e spaghetti al pomodoro. A Roma grazie alla pellicola ho scoperto che non si mangia mai al chiuso, ma sempre e solo all’aperto in piazze romantiche e caciarone, si ordinano tutti i piatti insieme in una continua orgia di sapori e si innaffia il tutto con il famoso vino di Genzano, altra cosa che ignoravo. Si mugugna in continuazione di piacere mentre si assaporano i cibi. Insomma una città che è un incrocio tra un Rugantino in acido, la Parolaccia di Trastevere e il Decamerone, in un continuo deliquio di vino, cibo e sesso. Detta così non sarebbe manco male, ma mi chiedo quale futuro potrà avere il made in italy enogastronomico se la penisola è rappresentata gastronomicamente così?

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Tra l’altro non c’è bisogno di un esperto gastronomo per notare che tutti i cibi ripresi sono orribili, di plastica e poco invitanti. Pagherei per non mangiare quel fiore di zucca fritto e mummificato da una pastella di garanzia, che sprizza acqua sinistra al primo taglio e gli spaghetti al pomodoro sono da ergastolo… Neanche Napoli si salva, siamo in piena retorica pizza e mandolino.

Esco dal cinema frastornato e con una domanda in testa, ma siamo davvero così orribili? Forse sì visto che anche in Somewhere (fresco vincitore di Venezia) non è che la descrizione sia migliore, ma questa è un’altra storia…

Foto: Ansa, Epa/Schiavella

26 Commenti

  1. Riflessioni molto interessanti.
    Non ho visto il film, e solo la mia cronica mancanza di tempo, a questo punto, mi impedisce di soddisfare la voglia di guardarlo.

    Un leggero velo di masochismo, forse, o la curiosità di dare volto, voce e forma alle nefandezze che hai raccontato.

    Abbracci (i soliti) 😉

  2. E’ vero, il film non convince, ci sono tante banalità e stereotipi da una parte e descrizioni degli usi e costumi italiani inesatte e inappropriate dall’altra…però io non sarei così distruttiva…sarà che la Roberts mi piace molto ed è comunque brava nel rappresentare il senso di solitudine e di inadeguatezza che ciascuno di noi, in qualsiasi momento della vita, si ritrova inevitabilmente ad affrontare.

  3. Sai che c’è……c’hai ragione!
    E alla tua domanda finale rispondo….sì.
    Il fatto brutto è che sappiamo che potremmo Non esserlo, ma per noi tutto è fatica e se l’altro non incomincia perchè dovrei farlo io?
    Gli stranieri ci vedono non proprio così per fortuna, ma ci guardano spesso come quelli che abitano in posti meravigliosi ma che sono i primi a volerli distruggere e non li amano abbastanza.
    Ovviamente non tutti sono così, l’importante è sperare e resistere.

    • Vorrei dirti una sola cosa: Sto a New York da 17 giorni e non vedo l’ora di tornare nella mia amata città italiana. Qui il mangiare fa letterarmente schifo. Mangiano solo roba piena di OGM e che ha il sapore della plastica in bocca. Punto secondo la gente è scorbutica antipatica e soprattutto ottusa e chiusa di mentalità. Sono fiero di essere Italiano e di far parte di un popolo caloroso e che purtroppo e dico purtroppo ha generato delle persone così odiose e così antipatiche come gli americani, perchè gli americani di oggi discendono per il 60% da ITaliani Inglesi e Francesi. Dovresti farti un corso di patriottismo visto che gli americani lo hanno. Noi facciamo schifo in tante cose ma alla carissima signora che ha scritto il libro a cui si è ispirato il film vorrei dire: Che C…O ci sei stata a fare 4 mesi in Italia se la cucina e gli italiani ti facevano così schifo?

  4. ha risposto a Pina: E ovviamente lo risolviamo girando tra India, Italia e Bali… Il tutto non si sa bene facendo quale lavoro… Mah! 😛
    Distruttiva è l’immagine dell’Italia che ne esce…
    Ciao A

  5. Un racconto di formazione in tre tappe, in cui il “mangia” è rappresentato dall’Italia non doveva essere una cattiva idea…non mi disturbano neppure gli stereotipi, la mancanza di caratterizzazione sociale (e quanti capolavori del cinema o della letteratura lasciano, da questo punto di vista, i loro personaggi privi di individuazione, sospesi, indefiniti?).
    Se la storia “funzionasse” per conto proprio, se trascinasse psicologicamente, anche sul versante “mangia”, poco sarebbe importato se gli spaghetti fossero stati di plastica.
    Anche Roma di Fellini è irrealistico: ma li la grandezza della rappresentazione fa del cibo un’icona del grottesco in mezzo alle altre, che può vivere anche separata dal tutto, perché è la grande maschera di Roma a tenerle tutte insieme (ricordate la fantastica scena della cena in trattoria,con i tavoli in mezzo alla strada? pura Cinecittà: eppure…).

  6. ha risposto a Chefclaude: Ma davver, davvero paragoni Roma di Fellini a questa baracconata? Lo sai si che sono passati quasi 40 ann (evidentemente inutilmente)i e che il registro del grottesco e del simbolico in Fellini diviene una interpretazione della realtà!. Sai qui secondo me siamo più dalle parti della famosa copertina del der spieger con pistola e spaghetti… Altro che stereotipi, siamo al delirio.
    Cmq quello che trovo interessante è che se è questa l’idea della dieta mediterranea, della cucina italiana, stamo freschi!

  7. ha risposto a Alessandro Bocchetti:
    …ma per carità! però ammettiamo che il film sia brutto perché è brutto, e basta.
    La critica sulla mancanza di spessore sociale dei protagonisti (del tipo che veniva portata da un certo giornalismo di sinistra, certo non illuminato, allo stesso Fellini, qualche annuccio fa) non serve a capire perché è brutto. Se il film poi non riesce a dare che una rappresentazione superficiale della nostra cultura del cibo, è probabilmente anche perché noi non siamo ancora in grado di affermarla in modo diverso sul mercato internazionale. Il mio parere è del tutto personale, credo che in realtà siamo ancora in parte responsabili della mancanza di forza e dell’ambiguità di questa immagine.

  8. ha risposto a Chefclaude: Sono d’accordo 😉
    e non intendevo fare una critica sociale… Solo dire che propugnare nel 2010 di risolvere i propri problemi esistenziali con un grand tour non fosse idea furbissima, secondo me ovviamente 😀
    Ciao A

  9. A me viene in mente un’altra immagine per sottolineare il valore del cibo a Roma. Un’idea di arte e di architettura che ha utilizzato con successo Peter Greenaway nel suo Ventre dell’Architetto. Un cibo come la cupola del Pantheon che viene portata sulla tavola. Se avete fretta, andate al minuto 1.

  10. Alessandro: condoivido al 100% la tua opinione sul film. Sul discorso di come ci vedono gli stranieri… ecco forse il film ce lo spiega. E adesso per altri 20-30 anni avremo ancora addosso l’etichetta di mamma, spaghetti e mandolino… ormai lo sanno anche Slovacci e Bielorussi.

  11. ha risposto a Alessandro Bocchetti: … ah, non lo so se una vacanza di un anno possa risolvere dei problemi esistenziali: ma se qualcuno me la offrisse, sono pronto a fare da cavia (impegnandomi anche a fornire dei succulenti resoconti culinari).
    Io mi propongo, voi pensateci eh! 🙂

  12. Ti dico la verità, Alessandro. Se al cinema fossimo andati insieme alla scena della pizzeria, quella della foto, mi sarei alzato e ti avrei aspettato fuori.
    Si può mai portare una splendida creatura come Julia Roberts da Michele quando a pochi metri c’è Sorbillo?
    Ma dai, questa la dice tutta 🙂

  13. ha risposto a Vincenzo Pagano: Certo Vincè, pure te Greenway… Te piace vincere facile!
    Mi piacerebbe guardare un mangiare bere uomo donna in Italia, quello si era un film sul cibo interessante, dove il cibo diventava metafora della felicità… ricordate? Purtroppo io non posso mettere filmati…
    Ciao A

  14. ha risposto a Alessandro Bocchetti: Come non puoi mettere? Se ti scocciano i codici manda link che ci penso io.

    Se vuoi andare oltre la metafora, pensa quanto ha fatto Camilleri con le sue descrizioni di ricette riprese anche negli episodi della tv.

    E molto può fare la fotografia. Penso a Teresa De Masi che ci ha regalato il racconto di una Palermo che scompare.

  15. Non aggiungo altro ai molti commenti interessanti. Volevo dire che mi sono divertito a leggere e che era scritto con gusto e competenza, non solo gastronomica. Grande Alessandro. Mi chiedevo solo perché non è possibile ogni tanto leggere recensioni così sui giornali e non le solite pappe? Ubi Major censor cessat? Ah…il botteghino, dimenticavo…

  16. Caro Ale,
    non ho ancora visto il film ma credo che in un modo o nell’altro mi toccherà vederlo. Tutte le tue osservazioni non fanno una piega ad eccezione del fatto che lo sdegno, l’amarezza e anche l’insofferernza verso un modo stereotipato e anche un po noioso di proporre l’immagine italiana e di Roma da parte degli americani e inglesi. Il punto, Alessandro, è che in un’altra vita quando bere certe cose e mangiarne altre non era, per il sottoscritto così importante, ho frequentato buona parte di quelle realtà che capita di vedree descritti e ripresi in molte pellicole che raccontano il Belpaese. Ho avuto la fortuna di vivere quasi 12 mesi in Roma potendola osservare con gli occhi del expat e mi sono reso conto che l’immagine che mi fa rabbia e che, quasi offende, di Roma e dei suoi abitanti, non è poi così distorta se vissuta da straniero. E’ un po’ che non bazzico più quei pizzi ma i luoghi di allora continuano ad esistere e, in linea di massima, ad essere sempre pieni invasi da decenni dalla stessa tipologia di clienti. La cosa che vorrei sottolineare è che a mio avviso lo sdegno la rabbia e l’inquietudine verso un certo modo di vedere e raccontare la cultura italiana è corretto ma che temo anche che rispetto all’immagine che spesso vine proiettata quelli strani siamo noi. Abbracci e amarezze

  17. ha risposto a jovica.todorovic: Theo una volta tanto non sono d’accordo con te ;-).
    dici che Roma è veramente così? Mah, non so… Ovviamente esiste una Roma turistica e acchoiappaturisti, come esiste una Parigi e una Londra ecc. Ma che veramente la città guardata con gli occhi di straniero possa apparire così oggi mi sembra inverosimile, e poi uno straniero che nella vita scrive di turismo e viene a roma per mangiare…
    Sai la cosa che più mi ha colpito, sono i Romani come sono raccontati e visti, non gli americani. pensi che una affittacamere come quella dove risiede la bellissima Julia sia realistica? Una casa dietro il tempio della pace con terrazzo che da sola varrà 3 milioni di Euro senza acqua calda, tanto se sa gli italiani si lavano solo le parti importanti 😉 Oppure un romano (come quello recitato da Argentero) che si sdilinquisce rumorosamente davanti all’orrido fiore di zucca? O quei coatti che inseguono orgiasticamente giovani contente all’urlo di “bbona, bbona viè qua”?
    Io conosco una Roma diversa fatta di locali “turistici” come il Goccetto o Armando, di ristoranti come Settembrini e Arcangelo, di trattorie come L’incannucciata e Fernanda, di “ristofichetti” come All’oro e Inopia, wine Bar come Trimani e la Barrique (solo per citare quelli che adoro ;-)), altro che i buiaccari unti e bisunti, caciaroni e folkloristici che oggi sembrano andare tanto di moda…
    Ciao A
    Ps. Sapevo che io, Sergio, Paolo ecc ti avessimo salvato ma quanto nun me ne ero mai reso conto! 😛

  18. ha risposto a alessandro bocchetti: molto più di quanto tu possa immaginare……:-) Se vuoi possiamo organizzare una gita nella roma coatta, ovvero ancora prigioniera della caricatura di se stessa, fatta di pizze servite in piatti di acciaio inoxe, mi raccomado la e finale, e di locali dove la tecnica dello squalo va ancora per la maggiore andiamo a farci un giro per la San Lorenzo che non è ancora “radical chic” o per le deliziose pizzerie schiacciate tra corso vittorio e via del governo vecchio e poi mi dici cosa esce fuori dal fritto quando lo premi. Chiaccheriamo spesso e ci conforntiamo sugli argomenti più disparati se vuoi ti posso far fare un giro della Rome Revealed alla scoparta del vero peggio che possiamo offrire. Potrebbe essere divertente e formativo.

  19. ha risposto a jovica.todorovic: guarda che la conosco, cmq ti accompagno volentieri… Cmq non nego che tali “nefandezze” esistano… anzi talvolta le trovo anche divertenti! Ma mi pare strano che siano la meta di una giornalista newyorkese in crisi esistenziale a Roma e che cerca nel cibo la sua ragione di vita 😉 Come dire se io vado a New York stai certo che troverò qualcosa di meglio del Dinner sfigatoi e se Dinner sarà sarà il chelsea 😉
    ciao A

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