Colli Bolognesi vs Gambero Rosso. La versione di Giorgio Melandri

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Giorgio-Melandri

Conosco Giorgio Melandri da qualche tempo. Un collega e un degustatore che stimo e a cui riconosco una competenza e una lettura originale ed interessante del mondo enologico. Mi piace pensare che ci muoviamo sulla medesima linea d’onda: una visione del vino come espressione di un territorio e di un racconto dei produttori secondo le proprie peculiarità.

Per questo mi ha molto preoccupato l’attacco personale di questi giorni. Perché l’idea e le critiche che gli vengono contestate, non sono incapacità o imperizia, ma proprio l’aver esercitato il suo lavoro di critica sul vino ed aver offerto una sua interpretazione.

Non credo che sia condivisibile la posizione di quanti dicono tu mi tratti male, non apprezzi il mio lavoro… Come ti permetti! Di questo passo non esisterebbe alcuna critica (dalla letteraria a quella automobilistica). Per cercare di capirne di più siamo andati alla radice e abbiamo ricevuto da lui queste risposte:

bonzarone-colli-bolognesiD Cosa non funziona nei colli bolognesi?

R Che qualcosa non vada nei colli bolognesi è difficile negarlo, emerge nelle discussioni legate alla possibilità di cambiare nomi e disciplinari delle DOC ed emerge nella lettura che anche le altre guide fanno della zona. Si può trovare nella guida di Slow Food appena uscita una esortazione a “rinunciare all’appiattimento al gusto internazionale e ricercare una produzione legata al territorio”, più o meno lo stesso concetto che ho espresso io. Né l’Espresso, né Slow Food premiano i Colli con delle eccellenze. Qualcosa non va e la dimostrazione di questo disagio è che la stessa Bologna non è una buona testimone dei suoi Colli.

D Cosa deve cambiare?

R Esiste una contemporaneità del mondo del vino che oggi chiede identità ed identità significa capacità di leggere il territorio e raccontarlo. Pochissimi sospettano che il lavoro dei critici non sia stabilire semplicemente se una cosa sia buona o non lo sia, ma rispondere ad una domanda diversa, molto diversa. Buono non è una categoria sufficiente, è solo un presupposto e addirittura può non essere così importante. Il difetto può essere carattere, sfida, un equilibrio difficile. Quello che noi cerchiamo nei vini è la coerenza di linguaggio. Lambertini può anche fare finta di non capire, ma ne abbiamo parlato a lungo a cena insieme qualche mese fa all’osteria Bottega. Il mondo ha accelerato su questi temi e la comunità di produttori dei Colli Bolognesi è rimasta spiazzata. Devono confrontarsi, non chiudersi, devono ragionare sul vino degli altri e conoscerlo per capire il loro lavoro e purtroppo spesso non lo fanno.

D La Regione complessivamente come è andata?

R Per capire davvero il mio lavoro bisogna parlare dell’intera regione Emilia-Romagna che con le ultime due edizioni della guida, cioè quelle firmate da me, ha raddoppiato il numero dei tre bicchieri. Sono l’Emilia dei lambruschi e la Romagna gli elementi trainanti di questa crescita, lì succedono delle cose importanti ed io come critico ho il dovere di darne notizia, possibilmente per primo. La reputazione della regione è cresciuta e i riconoscimenti raddoppiati, complessivamente è un successo che i curatori della guida hanno condiviso con me.

D Conta davvero così tanto una guida?

R La guida del Gambero Rosso è importante e tutta questa polemica ne è in fondo un riconoscimento. A me spiace che i produttori rinuncino ad inviare i campioni, perché rinunciano al confronto. Io assaggerò comunque i vini acquistandoli in enoteca e ne darò conto ai lettori.

D Si può puntare sul pignoletto?

R Il pignoletto è il protagonista naturale dei colli bolognesi, ma se andate a vedere i listini i vini più cari, che sono quelli sui quali le aziende investono più risorse, sono i cabernet e i merlot. Al pignoletto non ci credo io o non ci credono loro? I segnali che le potenzialità ci sono arrivano, ma la strada è ancora lunga. Questo non vuol dire che sui colli non ci siano vini fatti bene, è che non basta più. Io quest’anno ho assaggiato 1250 campioni solo in Emilia-Romagna, qualche anno fa erano neanche la metà e lo spazio sulla guida è sempre quello.

D Lei è il curatore di Enologica dove ci sono aziende che in guida non ci sono…

R Enologica, che comincerà il 19 novembre, vede riuniti 140 produttori da tutte le 9 provincie della regione, io in guida scrivo 64 schede grandi, è chiaro che è una situazione che chiede una lettura diversa. Io di Enologica sono il curatore dei contenuti (potete valutarli quardando il programma su www.enologica.org), mi capita di presentare il progetto, ma non seguo la parte commerciale. Enologica è oggi la manifestazione più importante della regione, credo che chi decide di essere ad Enologica lo faccia perché pensa che sia importante esserci, se avessi avuto questa malizia non mi sarei certo esposto in questo modo. Io non sono un nemico, ma un’ottima occasione di confronto.